«Amalia?»
L’acqua sporca della Città Bassa ronza sotto i loro piedi –
Vossler si concentra sul suo lercio gocciolio continuo mentre lei arranca a
fatica sul suo lato grigio e bisunto del letto, cercando di ignorare lo schiamazzo
degli avventori al piano di sotto.
Non ha trovato soluzione migliore per passare inosservati nel groviglio di sporchi
disperati che affollano Rabanastre come scarafaggi impazziti.
La coperta punge, i suoi occhi anche. Luccicano duri e metallici, tanto che
riesce a vederli nel buio – la candela si è spenta smoccolando
sulle assi del pavimento.
Lei non ha altri vestiti; strappa la coperta dalle sue dita per supplire a quello
che poche strisce di cuoio conciato non celano, e resta lì, astiosa e
incartocciata con un ginocchio che quasi gli tocca il petto.
Non ha tolto gli stivali: si sente a disagio a mostrargli le gambe.
«Non mi porterete a Bhujerba.»
L’alone secco e preciso del suo sibilo attraversa le irsute rientranze
del pezzo di lana.
«Per favore. Ne abbiamo già parlato.»
«Non ho intenzione di fungere da ninnolo decorativo mentre mio zio raccatta
truppe per restituire un regno nelle mie mani.»
«Voi no, io sì» la voce di Vossler scatta con la durezza
di un osso rotto, è un tono freddo e coriaceo, sgradevole persino all’ostinata
sgradevolezza con cui lei ha deciso di permeare il suo ruolo di leader della
Resistenza.
«Avete un ruolo di primo piano in tutto questo» mastica il capitano,
mal sopportando il nervoso irrigidirsi dei muscoli di lei.
«Certo, quello della ciliegina sulla torta!» ma il suo sarcasmo
si infrange inascoltato da qualche parte sulla sua mascella.
Vossler sospira, avvolgendosi in un lembo di lenzuolo per darle volutamente
le spalle e non permetterle di puntargli gli occhi addosso – si sente
in dovere di risponderle con asprezza, ma non di guardarla mentre lo fa.
«Cosa volete che faccia, allora?»
«Il vostro dovere.»
«Non ho alcuna intenzione di mettere in pericolo Dalmasca per amor di
un vostro capriccio» sentenzia Vossler con atono rispetto.
«Se davvero avessi voluto fare i capricci, capitano, mi sarei limitata
a farmi catturare dagli archadiani in barba a tutte le vostre simulazioni di
suicidio!» la rabbia fischia nel suo respiro, un respiro dal sapore sorprendentemente
pulito in mezzo all’odore rancido della stanza, e Vossler, stavolta, è
più che determinato ad eluderlo e a non sentire una sola delle sue parole
– una ragazzina non sa cosa sia meglio fare, e questa in particolare è
una ragazzina riottosa, incorruttibile, limpida.
«Non ci avreste pensato nemmeno per sbaglio» le dice infatti «Avrebbe
significato dichiarare la vostra sconfitta.»
Quella rabbia che Vossler ha sentito scorrere fino ad ora nel ginocchio poggiato
sulla corazza è diventata elettricità – lei preme la rotula
sul metallo scabro e si issa su di lui in un fruscio di coperte.
Adesso la vede bene.
È arrabbiatissima. Le sue unghie si stanno scheggiando sulle scanalature
della corazza.
«Non trattatemi come una bambina.»
«Non—»
«E non trattatemi per quel che rappresento. Sono quello che vedete. E
sono anche molto di più.»
Lui tace. Lei ride. Una risata amara e carica di risentimento.
«Anche se temo di non essere scambiabile nemmeno per quel che solevo rappresentare
prima» prosegue, senza dare al capitano la possibilità di ribattere
«dato che il Marchese ha deciso di fare di me un manichino, spacciandomi
per una donna ragionevole che sa stare al suo posto!»
«Mi state praticamente chiedendo di mandarvi a farvi ammazzare!»
«E anche se fosse?»
Stavolta, il respiro di Vossler tradisce un pizzico di esasperata agitazione.
«Siete troppo pura, per questo genere di cose.»
«Lo siamo tutti, capitano.»
«Non posso darvi in pasto ai lupi.»
«Non siete un filantropo, capitano. Siete uno stratega.»
«E voi un politico, non un partigiano!» la riprende lui, con la
stessa acidità.
«Se continuiamo così, finirò per diventare meno di me stessa.»
«… Non andrà meglio, se ci perdiamo in simili sofismi.»
«Se solo voi—»
«No, Altezza, se solo voi!» Vossler alza la voce più
di quel che dovrebbe, ma ottiene almeno un attimo di annichilito silenzio.
Si è lavata con del sapone alla cenere – ne prende una boccata,
ed è selvaggia e spiacevole come lei.
Lei rimane caparbiamente salda sul suo petto, e Vossler rinuncia a scrollarsela
di dosso perché sa bene che, se davvero ne avesse l’intenzione,
potrebbe farle male.
Le sue unghie cincischiano rumorosamente contro la corazza e la sua bocca piomba
sulla sua quasi di prepotenza – annulla tutti gli odori e lo schifo che
li sommergono. Le molle del letto gemono quando lui si fa schiacciare su di
esse, lasciando che lei si arrampichi meglio su di lui, senza interrompere quel
bacio feroce, quel tentativo irragionevole e brusco di farlo tacere.
E Vossler tace.
Getta da un lato le coperte in cui lei è ancora ravvolta e fa scorrere
le mani rovinate sul corpetto di cuoio, scavando la linea delle sue spalle,
divorando il suo bacio con un desiderio che forse non esiste, ma è appena
un po’ più vero dello squallore e della rabbia in cui si trovano
adesso – e si chiede se sia stato Lord Rasler a insegnarle a sbullonare
l’armatura di un soldato mentre le mani di lei scivolano lisce e impazienti
sul suo petto nudo, e lui tira via il corpetto in un paio di gesti, affondando
i denti e la lingua e la bocca nel suo collo.
Lei emette un gemito che sembra quello di un animaletto ferito, ma, prima che
Vossler possa accertarsene, le gambe di lei – il taglio d’acciaio
degli stivali che sprofonda dolorosamente nelle cosce bianche – sono ai
lati delle sue.
Lui arretra.
«A-Amalia.»
Fermo contro lo schienale del letto, Vossler osserva le ginocchia ora ripiegate
con le sue nel mezzo.
Fa scattare le chiusure degli stivali e li getta di lato.
«Potreste farvi male.»
«Sembra la vostra unica preoccupazione» lo rimbecca con durezza,
slacciando il resto dell’armatura che cade accanto agli stivali. Si aggrappa
alle sue ginocchia e lascia che Vossler la guardi – il seno piccolo e
agile sotto un raggio di luna verde – verde perché il vetro è
sporco da far schifo.
«Vi indispone?» domanda lui senza fiato, facendola chinare con il
petto sul suo, i capezzoli tesi e scuri che toccano i suoi.
«Ho detto che sembra.»
«Vi indispone» capitola Vossler con un sospiro, le mani che allargano
le gambe di lei negli stretti confini della gonna di cuoio – provvede
ad allentare la cintura e scivola ad accarezzarla fra le cosce, sfilando un
fine triangolo di stoffa. Lei tace all’improvviso, la guancia contro la
sua spalla mentre il capitano lascia affondare due dita dentro di lei, facendo
frantumare la sua voce in due secchi ansiti spezzati.
«Vo… Vossler.»
Lui alza gli occhi. Cerca di ricatturare il gocciolio dell’acqua di prima,
ma non osa guardare davanti a sé, adesso che l’odore caldo di lei
avvolge la sua pelle e le lenzuola sporche. Serra le palpebre quando lei gli
abbraccia il collo e le sue dita si spingono più a fondo, strappandole
un fremito nervoso – in un arco di colpevolezza riflessa, Vossler le ritira
immediatamente e la bacia quasi mordendola, la mano fra i suoi capelli che tiene
la testa di lei contro la sua. Si vergogna anche solo a realizzare, adesso,
che l’unica cosa a cui riconduce lo scorrere dell’acqua è
lo stillare silenzioso di lei sotto le dita, e che lei sia a un centimetro dalla
sua erezione – che pure non dovrebbe esserci, ma c’è.
E non gli resta poi molto da fare, mentre chiude gli occhi e stringe forte le
ginocchia di lei attorno al bacino, la carne stretta e bollente che chiude la
sua – comanda lei anche così – scivolosa e indissolubile
fra le coperte sozze. La sua bocca trema, Vossler la morde mentre si spinge
di più dentro di lei, facendosi graffiare e schiacciare dal suo peso
esile contro la testiera del letto, i fianchi che cozzano contro i suoi - fingono
di imporgli un ritmo, ma non lo reggono: Vossler si scava la strada a spinte
poderose e affamate. Lei gliele restituisce in un rombo di sospiri, singhiozzi,
frasi a pezzi, le mani affondate nei muscoli della sua schiena, spingendo, gemendo,
respirando fra i suoi capelli bagnati, la lana frusta impigliata fra le unghie
e tutto il resto impigliato in una rete di cose che non esistono più.
Da qualche parte, sotto le assi del pavimento, il taverniere urla qualcosa,
e Vossler ricade su di lei in silenzio, la luna sporca continua a passare verdognola
dal vetro unto, il respiro di Amalia continua a sgusciare accelerato fuori dai
polmoni.
L’acqua si sente di nuovo.
«Non sarò la bambola di nessuno.»
Fuori, Dalmasca scorre con il fiotto terrorizzato di un torrente in piena –
una fiumana di gente senza avvenire, che vuole risposte.
Stavolta lei non ne ha.
«Bisogna pensare come bambole, per poterlo diventare, Maestà.»
Allontanandosi appena da lui – la pelle si raffredda appena ci prova –
lei si stende sul ventre e lo fissa a lungo.
«Vedete bene di riferirlo al Marchese, allora.»
Vossler si siede a gambe incrociate sul letto, strofinandosi il viso con un
gesto stanco. Sospira, e stringe le dita attorno alla coperta che gli viene
tesa da una piccola mano bianca. Non può rifiutarla.
La stende sul corpo di lei, che si volta con la testa dall’altro lato
– la lana punge, Vossler non più, può sentire le mani che
esitano mentre infila nuovamente l’armatura, seduto sul lato cigolante
e angusto del materasso.
Per un attimo, lei confessa a se stessa di aver paura.
Ma lui si distende di nuovo dove ha lasciato la forma del suo peso, chiudendo
appena le palpebre, sferragliando mentre si sistema al suo fianco.
«Dormite. Veglio io.»
«Come volete» risponde Amalia, scrollando le spalle.
No, obietta Vossler cupamente, come volete voi.
Dalmasca non gli è mai sembrata tanto buia, di notte.
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A/N 28 gennaio 2008, ore 16:30. Dio mio. Questa storia mi piace da morire. Titolo e ispirazione vengono da “Jesus for the Jugular” dei The Veils, ed è una fic poco romantica e poco piacevole, nonché – per semplici questioni di scadenza – quella che sospetto sia l’ultima mia entry per la seconda edizione del P0rn Fest. Peccato ç______ç mi mancavano tre prompt, forse due riesco a finirli. Ma parliamo di questa fic *___* una bella scena cruda e arrabbiata in cui Ashe non sa nemmeno quali sono le giuste maniere per sedurre un uomo con grazia XD, ma va bene così: volevo dare proprio la sensazione di una cosa sporca, tesa e sostanzialmente acida XD. La scena di sesso è così brusca e anti-romantica che scriverla è stato un attimo di pura felicità <3, perché se loro facessero cosacce penso proprio le farebbero così, perché Vossler è un soldataccio e Ashe una principessaccia che sa essere bisbetica spesso e volentieri… e li lovviamo per questo <3. Dopotutto qui non era solo questione di sesso, si trattava anche di supremazia… forse.