Capitolo I
Upperside of down
Per il collo di una
ragazza così mingherlina non era una scelta particolarmente felice.
Da quando Hikaru indossava quel monile, nessuno tranne Umi e Fuu – che
ne conoscevano il valore simbolico – mancava mai di farle presente che
la sua cervicale sarebbe uscita sconfitta da una simile battaglia.
Primi indefessi sostenitori di tale teoria erano i suoi fratelli maggiori, il
cui radar di gelosissimi uomini di famiglia aveva notato una potenziale minaccia
per la loro piccola Hikaru, nonostante il tutto rimanesse sempre accuratamente
taciuto, per una sostanziale mancanza di coraggio da parte di tutti e tre. Inutile
dire, infatti, che i sedici anni della sorellina non rappresentavano, per loro,
un grado di anzianità degno di una qualsivoglia vita privata.
Certo, nessuno di loro aveva poi così torto a improvvisarsi investigatore.
Hikaru era sempre stata un grazioso, solare animaletto dall’irrequietezza
fuori dal comune, e il fatto che – da due anni a quella parte –
si fosse acquietata rappresentava una preoccupazione considerevole. Senza contare
che, in quanto a vita privata, Hikaru sapeva mantenere un riserbo talmente magistrale
che, durante tutto quel tempo, non avevano cavato un ragno dal buco.
Se proprio dovevano dare una data all’inizio di quella stranezza, si trattava
certamente di quel giorno di primavera di due anni prima, quando l’avevano
vista tornare dalla Tokyo Tower per la seconda volta in due mesi. Se all’andata
– e per i due mesi che l’avevano preceduta – il suo viso era
stato una maschera di sofferenza e determinazione dal mistero impenetrabile,
il ritorno da quell’escursione aveva restituito loro una Hikaru diversa,
non più appesantita da quell’espressione di insopportabile rimorso,
ma piena di una soffusa felicità, di una allegria sfumata da una sottile
malinconia. Dettaglio nient’affatto trascurabile, il medaglione d’oro
che avevano visto penderle dal collo: troppo costoso per le sue tasche, troppo
fuori dal comune perché l’avesse comprato nei dintorni e troppo
pesante perché l’avesse comprato di sua scelta.
Il che lo rendeva un pericoloso pegno di fidanzamento da parte di un tanghero
la cui identità rimaneva loro sconosciuta, e della quale la loro mancanza
di coraggio sopra citata non era ansiosa di accertarsi.
Brutta cosa, l’orgoglio fraterno ferito.
***
Hikaru prese a portarlo
sotto i vestiti non appena le domande dei suoi fratelli si fecero troppo insistenti
persino per i suoi gusti.
Sulle prime, il metallo – assai più leggero di quanto desse a pensare
– era freddo contro la pelle nuda della clavicola, ma il lieve dondolio
della sua presenza, a ogni passo, le dava l’impressione del cuore di Lantis
che batteva insieme al suo.
In certi momenti, un simile pensiero le metteva addosso una singolare allegria:
su Cephiro tutto era tornato alla normalità, anzi, le cose erano addirittura
progredite, e ciò le aveva dato modo di non lasciarsi indietro nulla
che avrebbe più potuto gravare sulla sua coscienza.
Tuttavia, doveva guardarsi bene dall’indugiare troppo su un pensiero come
quello, perché la leggerezza che ne derivava non impiegava molto tempo
a trasformarsi in un foglio di piombo.
Stavolta, ciò che si era lasciata indietro era di ben altra portata,
e dire a se stessa «nessun rimpianto» era una mossa insidiosa.
Non ci sarebbero state – grazie al Cielo – ulteriori guerre che
avrebbero richiamato i Magic Knights a Cephiro, e c’erano buone possibilità
che il portale che le aveva trasportate alla volta di quel mondo non si sarebbe
riaperto una terza volta.
Non che ci sperasse davvero – sedici anni sono l’età della
speranza, ma due anni di attesa erano eccessivi.
Fra lei e Lantis sarebbe rimasto l’ostacolo invalicabile di un universo
intero.
Data la dimensione della questione, Hikaru sembrava rifletterci a cuor leggero,
il più delle volte, con serafico stoicismo: il suo viaggio precedente
si era concluso con la morte della principessa Emeraude, ragion per cui questo
secondo epilogo di cui era stata protagonista insieme alle sue compagne non
meritava assolutamente la tristezza che l’aveva afflitta allora.
Ecco, appunto.
Era sempre inseguita dall’impressione di aver fatto ritorno non meno di
qualche istante prima.
Come se, anche stavolta, il ritorno alla vita terrestre fosse una fase transitoria.
E, più il tempo passava, più Hikaru si rendeva conto che era solo
il suo desiderio di rivedere lui a stiracchiarle i pensieri, a tenderli dolorosamente
come elastici di gomma nei momenti in cui meno se lo aspettava.
Lantis.
Dopo la nostalgia, giungeva, armata di falce, quella paura che sempre più
raramente le faceva la grazia di lasciar posto ai ricordi felici che aveva della
sua seconda permanenza.
Chissà se lui l’aveva dimenticata.
Dal canto suo, Hikaru si era impegnata fino all’ultima briciola per serbare
con gelosa minuzia ogni memoria che lo riguardasse, ma…
Era davvero possibile che uno spadaccino così pieno di incombenze come
lui tenesse in gran conto la confessione che una ragazzina gli aveva fatto in
punta di dita, prima di sciogliersi nel cielo? Non era proprio della sua natura
cedere ai facili timori, ma, se c’era una cosa che la sua esperienza interdimensionale
le aveva insegnato, era proprio non dare per scontata l’esattezza di qualche
previsione.
Tutto questo non privava Hikaru delle proprie pseudo-fantasticherie in merito:
per quanti sforzi facesse, infatti, non era riuscita a impedirsi di immaginare
un rincontro che non sarebbe mai avvenuto, abbozzando mille quadri differenti,
sorridendo di fiotti di parole che non avrebbe mai potuto riversare su di lui.
C’erano giorni in cui cercava di scorgere il suo riflesso nel vetro del
medaglione, e giocava a ricordare i particolari del suo viso, ridacchiando come
una bambina.
Stranamente, era proprio durante questi momenti di spensierata divagazione che
Nova accorreva a consolarla. La cosa non era certo strana come l’avere
un angolo della propria coscienza che si comportava autonomamente, fatto stava
che l’aver scoperto che l’ex-parte oscura del suo cuore viveva una
propria esistenza separata dentro di lei le aveva fatto trovare una tanto preziosa
quanto inusuale confidente.
“Non essere triste.”
«Davvero credi che io lo sia, oggi?» aveva domandato ad alta voce
lei, un pomeriggio in cui era sola in casa, i compiti dimenticati in un angolo
della sua stanza mentre lei giocherellava col pendente in uno sfoggio di amorevole
dedizione.
“Oh sì, ti metti a giocare perennemente con quel coso quando stai pensando a lui, ma in due anni non ti sei ancora decisa a buttar fuori tutto quel che senti.” l’aveva ammonita prontamente Nova, con una risatina.
«Per essere la mia tristezza sei sempre incredibilmente allegra.» si stupì sinceramente lei. Al suono di quelle parole, Nova sbuffò violentemente, producendo una curiosa eco all’interno della sua testa.
“Io non sono la tua tristezza, sono semplicemente nata dalla tua tristezza, ti ho detto…”
«Capisco…» aveva ribattuto Hikaru, con un tono che tradiva tutto il suo dubbio sulla faccenda. Da Nova, nessuna risposta. E dire che, da quando era tornata all’ovile, non era mai stata un tipo così permaloso…
“… però, sai, se magari resisti e fai la triste per un altro po’, può essere che tu riesca a far nascere una bella bambina di tristezza, così potremo allevarla noi, come una coppia alternativa!”.
Aveva parlato così
all’improvviso che Hikaru sobbalzò involontariamente, per poi imporporarsi
tutta e rimproverare la fervida fantasia di Nova con una risata.
Non capitava tutti i giorni di avere un ex-cuore oscuro che si innamorava dell’altra
parte di se stessa.
***
Com’era ovvio
e lecito, l’intima comprensione di Nova controbilanciava quella di Umi
e Fuu, che divennero, in quel momento più che mai, l’unico punto
di riferimento esterno che facesse sentire Hikaru al sicuro nella consapevolezza
che loro la capissero e sostenessero senza alcuno sforzo.
Il semplice mangiare un gelato in compagnia diventava il mezzo più efficace
per lenire i rispettivi dolori che la loro lontananza da Cephiro aveva causato,
senza farne effettivamente parola. Si limitavano a sottintenderli con delicatezza
e a scrutarli fra loro con tacita certezza.
A Fuu, Ferio mancava. Hikaru si rese conto che era, fra loro, quella che più
volentieri tirava in ballo l’argomento. Ne parlava con una mestizia mista
a una dolcezza indescrivibile, tanto che Hikaru si ritrovava a sorriderle con
una punta di commozione nel riconoscersi in una situazione analoga.
Ogni volta che Fuu toccava la questione, lei non resisteva, e andava a sfiorare
il suo medaglione con un dito, la sua superficie liscia e luccicante che le
faceva sentire Lantis così vicino.
Quello era esattamente uno di quei pomeriggi. Anzi, per certi versi finì
per diventarne l’esatto opposto.
Più precisamente, era uno di quelli in cui la cappa di afa che cala su
una grande città prende il totale controllo dei suoi abitanti, offrendo
loro due opzioni: trasformarsi in inguaribili melanconici o darsi alla sonnolenza
più sfrenata e indecente.
La seconda possibilità mal si addiceva alla raffinatezza di Fuu, poco
importava quanto sudata fosse al momento, e il ronzio dell’aria condizionata
del bar, mentre la sua coppa gelato si scioglieva come una valanga sulla cima
di un monte, le ispirò una mezza domanda.
«Chissà se a Cephiro ci sono dei normali fenomeni atmosferici,
adesso…».
«In quel caso,» la rassicurò Umi, sputacchiando «spero
solo che quel mago da due soldi sia capace di gestire almeno quello.».
Per qualche inspiegabile ragione, Umi sembrava essere tremendamente arrabbiata
con il povero Clef.
Non gli aveva più rifilato appellativi tanto simpatici dai tempi del
loro turbolento primo incontro, il che era sintomo di… di cosa, esattamente?
Hikaru prese a tormentare la propria fetta di dolce con la forchetta, Fuu a
rimescolare il gelato con il cucchiaino.
«Considerata la parentela fra Ferio e la principessa Emeraude, è
probabile che sarà stato occupato a rimettere a posto quella testa calda,
piuttosto… Non escluderei che Ferio possa essere diventato la figura rappresentativa
di tutto il pianeta, a prescindere dall’abolizione del sistema del Pilastro.».
«Sì, Fuu.» sbuffò Umi «Ce lo vedo proprio, Clef
che lo rincorre di ramo in ramo!».
Nonostante non l’avesse detto con l’allegria che la scenetta avrebbe
meritato, tutte scoppiarono in una risata liberatoria, che scosse quella patina
di malcelata delusione avviluppata ai loro cuori.
Poi, sature di risate, si appoggiarono contro gli schienali delle sedie come
se avessero terminato un banchetto nuziale.
Seguì un attimo di silenzio totale.
«Voglio dire…».
Hikaru e Fuu guardarono Umi con una punta di ansia per il suono improvvisamente
serio delle sue parole.
«Beh, una volta che Clef si è accorto che la nostra volontà
non è bastata per aprire di nuovo il portale, avrebbe potuto intervenire,
ma non l’ha fatto.».
«Umi-san, non dobbiamo dimenticare che su Cephiro rivestiamo il ruolo
di Magic Knights, e non possiamo esattamente piombare lì a organizzare
picnic, se non c’è davvero bisogno di noi…» obiettò
placidamente Fuu, per consolare l’amica e se stessa, adesso che Umi aveva
sollevato una domanda che lei aveva sempre ricacciato indietro.
«Andiamo, Fuu.» ribatté seccamente l’altra «Clef
sa bene che su Cephiro ci siamo lasciate alle spalle degli affetti, oltre a
una missione compiuta, e sa bene quanto contino per noi. Io… io non posso
pensare che lui…» si arrestò per cercare il termine adatto
– o forse per evitare di dire più di quanto avrebbe voluto «...
che a lui non importi un accidente di noi! Ci era affezionato, no? E allora
come può lasciarci così? Cosa aspetta?».
Fissò Fuu mordendosi il labbro.
«Tu vuoi rivedere Ferio, no?».
Fuu annuì con una certa serenità.
«E tu, Hikaru, hai voglia di rincontrare Lantis, non è vero?».
Lei si mordicchiò nervosamente la punta della treccia.
Umi aveva centrato in pieno il punto, e sentirle pronunciare il nome di Lantis
dopo quelle verità le punse il cuore.
Era vero.
Avevano passato due anni a coprire la propria ansia con il pretesto di non poter
essere nuovamente convocate se non per necessità, e di doverlo accettare
con tranquillità quando, in realtà, bruciavano dentro. Persino
Umi, che aveva avuto l’ardire di scoperchiare quella zavorra, non era
stata abbastanza coraggiosa da includere nel loro discorso la persona che aveva
a cuore.
Per meglio dire, l’aveva fatto associandola a lei e alle sue amiche: se
avesse fatto altrimenti, Hikaru sospettava che sarebbe esplosa, impetuosa com’era.
«Credo sia meglio avviarsi verso casa.» suggerì Fuu, rompendo
il silenzio generale.
Tutte e tre si alzarono, lasciando un paio di banconote sul tavolo, lanciandosi
un sorriso triste mentre si incamminavano fuori dalla porta.
Parlarono poco, facendo la massima attenzione a non riesumare il fragile filo
che avevano appena tranciato.
Era buffo, non poté evitare di pensare Umi. Lei poteva arrabbiarsi con
Clef fino allo sfinimento, così come Fuu poteva sorridere senza troppa
malinconia quando pensava a Ferio, forte della sua luminosa briciola di speranza
e della sua innata tranquillità.
Ma Hikaru era così genuina da non riuscire a mentire a se stessa nella
stessa maniera.
Non per molto ancora, almeno.
***
«Incremento demografico!».
Batté il bastone a terra come se la cosa potesse aiutarlo a digerire
meglio il concetto, e s ritrovò invece a camminare su e giù per
la sala principale, pestando i piedi con una veemenza che, sulla sua figura
ben poco imponente, non incuteva esattamente terrore.
Cephiro ne aveva subiti, negli ultimi tempi, di cambiamenti epocali.
Ma quello era il più destabilizzante a cui Clef avesse mai avuto il (dis)piacere
di assistere.
La revoca del sistema del Pilastro non aveva generato la benché minima
frattura rispetto a tempi in cui era stata la volontà ferrea della principessa
Emeraude a muoverne il destino, anzi: da qualunque luogo lei si trovasse, Clef
sperò potesse vedere la prosperità della terra che tanto amava
ed esserne felice…e…constatare con lui che il sovraffollamento non
offriva al pianeta delle prospettive assai rosee.
Non c’era dubbio: tutti cooperavano gli uni con gli altri in solerte armonia,
e si erano caricati le proprie responsabilità sulle spalle, ma…
«Esercizio di comportamenti minacciosi per la quiete pubblica!»
gemette.
La verità era che, adesso, le cose andavano così bene su Cephiro
che le risorse dell’intero pianeta stavano diventando esigue anche per
un mondo regolato dalla volontà: aumento eccessivo dei matrimoni, popolazione
in soprannumero, per non parlare dei criminali la cui volontà era libera
di volare, priva degli esperti metodi di difesa che una persona esperta come
la principessa sapeva frapporre fra il volere dei buoni cittadini e dei fuorilegge.
Lo sforzo di volontà degli abitanti di Cephiro era sicuramente notevole
e apprezzabile, ma nient’affatto coeso: chi voleva il bene era in netta
maggioranza rispetto a chi era di tutt’altra intenzione, ma l’esercizio
del nuovo potere in mano alla popolazione avveniva in maniera disordinata, e
spesso il desiderio di uno andava in conflitto con quello dell’altro.
Niente di grave, vero… se le varie questioni erano prese singolarmente.
Considerato in massa, quell’insieme di incombenze era fautore di vere
e proprie catastrofi naturali. In definitiva, era una situazione di anarchia
la cui gravità non sfiorava nemmeno il livello che aveva toccato quando
l’intero mondo era stato lasciato sulle spalle di una sola persona, ma
la faccenda non doveva assolutamente procrastinarsi ulteriormente, e necessitava
di un’azione repentina.
Per il momento, aveva istituito, insieme al gruppo che aveva aiutato i Magic
Knights, un Comitato di Equilibrio, atto a mantenere l’ordine nei limiti
del possibile.
Com’era ovvio, la gestione del suddetto era completamente nelle sue mani,
il che significava non solo avere una mole di lavoro mastodontica di cui occuparsi,
ma anche che Clef era, a conti fatti, l’unico che avesse tutte le questioni
di governo burocratico accentrate nella sua persona.
Una cosa, per lui, assai poco auspicabile a chiunque.
E, a proposito di malfunzionamenti interni al comitato, al momento avrebbe proprio
voluto sapere dove diavolo si fosse andato a cacciare Ferio. Andava a raccattare
notizie per suo conto e spariva del tutto, invisibile anche alla sua magia per
la velocità dei suoi spostamenti.
Benedetto ragazzo! Quella testa calda era fonte di metà dei suoi grattacapi.
Oh, ma quando l’avrebbe acciuffato… ne avrebbe sentite delle belle!
Per non parlare di Lantis, che, da uomo di poche parole qual era sempre stato,
era diventato anche uomo di poca presenza. Si faceva vedere a palazzo solamente
per fugaci soste giornaliere. Il pensiero gli fece prendere un lungo, esacerbato
sospiro: d’accordo, nulla da obiettare riguardo alle sue pene d’amore,
ma insomma, qui si trattava di fare vita sociale come si conveniva. Anche lui
era decisamente preso da… oh, meglio lasciar perdere, aveva progetti assai
più grossi per la testa, e sapeva perfettamente che quello era il vero
motivo delle lunghissime sessioni di allenamento di quell’insospettabile
sciagurato.
Clef non poteva dargli torto perché, da un punto di vista esterno, riconosceva
di avergli giocato un pessimo tiro, col pieno appoggio di tutto il Consiglio
dei Maghi.
Ad ogni modo, Lantis si stava preoccupando con troppo anticipo, borbottò
fra sé e sé: per adesso, il suo ruolo sarebbe stato puramente
rappresentativo, e solo in seguito avrebbe potuto essere libero – si fa
per dire – di occuparsi della burocrazia. Era, infatti, perfettamente
inutile adoperarsi a fare congetture se ogni possibile collegamento con la dimensione
dell’Altro Mondo era stata loro preclusa.
La faccenda non l’aveva sorpreso, ma aveva avuto il potere di irritarlo
oltre ogni dire: naturale! Per aprire un portale di sufficiente potenza c’era
bisogno di un Pilastro! Peccato – beh, relativamente – che loro
non ne avessero più uno!
Brontolò un’invettiva mentre si fermava a fissare con occhio accigliato
fuori dalla finestra.
Proprio in quel momento, Ferio si fiondò nella sala.
«Clef! È proprio un incrocio di forze di volontà, avevi
ragione!» riferì, senza troppi preamboli.
«Alla buon’ora!» sbottò il mago, caustico, per poi
aggiungere un «Fantastico!» sempre più sarcastico e meno
entusiasta.
Ferio lo osservò senza nascondere il proprio sgomento.
«Beh,» riprese il mago «a questo punto non ci resta che far
chiamare Vostra Grazia» e accentuò l’appellativo
con una punta di secca ironia «e mettersi d’accordo sul da farsi…
sperando che qualcosa si possa effettivamente fare!».
«Se vuoi la mia opinione, non sarà affatto contento di sentirsi
ripetere lo stesso piano per la millesima volta, è taciturno, lui, ma
non malleabile, nella maniera più assoluta!».
«Credo che qui si stia dando troppo per scontato che a me la soluzione
faccia piacere, invece!».
«Ah davvero? Se mi permetti, non ho ancora avuto occasione di constatarlo!».
Clef sussultò.
«Lantis! Sono ancora troppo giovane per morire di spavento…»
e si voltò in direzione di Ferio, che stava reprimendo una risata «…
checché voi ne possiate dire. Annunciati, se devi arrivarmi alle spalle!».
Lui non rispose, e Ferio credette seriamente che avesse esaurito la sua magra
scorta di loquacità giornaliera.
«Dicevo,» tossicchiò il mago «che mi rendo perfettamente
conto del fatto che non ci sia ancora un portale in vista, ma…».
«Clef, non amo parlare più di una volta, soprattutto se devo ripetermi.».
Il suo interlocutore non seppe se sentirsi scoraggiato da tale risposta, o,
piuttosto, strabiliato dalla quantità di parole che erano occorse a Lantis
per formularla. Non poté però controbattere, perché poté
semplicemente vederlo girare i tacchi alla volta dei suoi alloggi.
«Ti è andata male, vecchio mio…».
«Ferio, vuoi piantarla?».
***
Non tutti i traguardi
sono felici, e questo, si disse Hikaru, era certamente il peggiore che avesse
mai toccato. Improvvisamente, mentre si inginocchiava contro lo shoji, si sentì
tremendamente furiosa. Con Lantis, con Cephiro, con qualunque cosa, perché
tutto le sembrava così lontano e incomprensibile, perché avrebbe
voluto vederlo e non si era mai concessa il lusso di sentirsi davvero triste
per questo, perché adesso i suoi capelli e i suoi occhi le stavano venendo
addosso, e lei non aveva un sorriso per difendersi, e tutto diventò una
nebbiolina acquosa davanti agli occhi che, stavolta, non avrebbe potuto controllare.
Morse il labbro e appoggiò la testa sulle ginocchia, strizzando le palpebre
come per cacciare via qualche brutta immagine, mentre, invece, cominciò
a piangere con piccoli singhiozzi sommessi, il medaglione oscillò in
un tintinnio metallico, e tutta l’irritazione che l’aveva travolta
si tramutò in una tenerezza che le frantumò il cuore mentre lo
afferrava per premerselo contro le labbra, bagnandolo di lacrime.
“Visto? L’avevo detto che avevi un sacco di cose da tirare fuori!”
«Lantis…» balbettò la ragazzina, in un singulto «… io… io voglio vederti! Mi… mi sento sola, non so che fare, non lo so più e non mi importa, dove diavolo sei?» e tirò su col naso, il monile che si scaldava come un pulcino fra le sue mani sudate. Hikaru maledisse la sua immaginazione che le stava dando l’impressione che stesse pulsando, ma fu costretta a darle retta quando, aperti di nuovo gli occhi, vide che un enorme globo luminoso troneggiava di fronte a lei.
***
Il boato aveva scosso
il palazzo come un budino, e aveva quasi fatto rotolare Clef giù dal
suo scranno. Il piccolo incidente divenne alquanto perdonabile nell’attimo
in cui il mago si accorse della causa di tutto quello scompiglio: un foro di
luce bianca si era aperto a mezz’aria nel centro del salone.
Fu questione di secondi: l’attimo seguente stava già trasportando
Lantis sul posto, tirandolo per una manica.
«Adesso che abbiamo risolto il problema principale possiamo rendere pubblico
ed effettivo il voto del Consiglio dei Maghi a tuo favore, destituire formalmente
il Comitato di Equilibrio e passarti pian piano le questioni burocratiche…».
«Si può sapere di cosa stai cianciando?» si spazientì
il guerriero. Nonostante la pacatezza con cui si era espresso, il fatto che
si fosse rivolto a Clef in simili termini non denotava un grande interesse per
i suoi discorsi.
Il saggio non gli rispose, ma lo piazzò davanti all’apertura.
«Oh.».
Lo spadaccino non commentò oltre: tornò subito in possesso dell’abituale
(inesistente) loquacità, sentendosi interdetto e, soprattutto, in trappola.
«Naturalmente sarà tuo compito adempiere ai doveri dinastici, e—».
«Clef, stai diventando vecchio!» lo interruppe fieramente, tutt’altro
che incline a sentirlo sproloquiare su questioni alle quali non avrebbe mai
dato adesione. Lo vide appena mentre boccheggiava una risposta, poi più
nulla mentre si tuffava a capofitto in quel biancore luminoso.
***
Le assi del pavimento
sotto il tatami vibrarono pericolosamente, e lei, per quanto fosse oramai abituata
ai fenomeni paranormali, si ritrasse istintivamente. Quando riprese il fiato
e recuperò il coraggio di guardare davanti a sé, non poté
più distogliere lo sguardo dalla figura che la guardava dall’alto
in basso con un accenno di deliziata sorpresa sulle labbra.
Hikaru cercò di far scaturire il respiro che i suoi polmoni si rifiutavano
di lasciare andare.
«Lantis?».
***
A/N 10 ottobre, 2007, ore 16:48. Sono tornata, e con una roba a capitoli, per giunta. Credo vi terrà compagnia per un bel po’, se tutto va bene. Ad ogni modo, se questo primo assaggio vi sembra semiserio, aspettate il resto di questa follia… Avevo addirittura pensato di raggruppare qualche capitolo prima di continuare, ma ci ho ripensato XD. Il titolo è ispirato da “Read My Mind” dei KIllers.
Al prossimo capitolo! (Che a questo punto non si sa quando vedrà la luce)