Unforeseen
[12_teas]
06. Lady Grey
II. L’infattibile
Dall’altra
parte del palazzo, nella lussuosa arsura della stanza degli ospiti, Basch si
agitava inquieto, bistrattando il lenzuolo leggero: non era più abituato
al caldo di Dalmasca, era vero, ma la sensazione di fastidio opprimente che
lo vessava aveva poco da spartire con i torridi effetti del clima.
Sapeva che Ashe e Al-Cid erano ben rinserrati nella loro camera da letto, che
la cosa era più che legittima, che questo era quello che avrebbe dovuto
aspettarsi, già, ma il tutto non implicava che lui potesse riuscire a
dormire sonni tranquilli, sotto l’ala di una simile questione.
Stendendosi sul letto disfatto, ripercorse meticolosamente gli avvenimenti di
quella mattina, di quando lui e Lady Ashe si erano praticamente arroccati sulla
terrazza, e si disse che si trattava di una follia pura e semplice, alla quale
sarebbe stato complicato e controproducente prendere parte: non avrebbe mai
potuto permetterselo in passato, e adesso l’ipotesi era praticamente un
supplizio volontario, a cui Basch non trovava la fermezza necessaria per sottrarsi,
non quando era stata lei a dirgli che gli era mancato, a strappare vari ingombranti
strati di protocollo e di finzioni – cose che nemmeno una regina poteva
azzardarsi a fare. Non per un uomo morto, oltretutto.
E i morti non parlano, si limitano a sorvegliare, si disse, sprimacciando
stoicamente il cuscino.
*
Armato
di simili convinzioni, mise piede nel salone principale con una relativa serenità,
ma bastò scorgere la semplice presenza di Ashe perché si rapprendesse
come vernice vecchia.
Lei, impegnata a un tavolino esposto al sole, stava consultando alcuni dispacci
con una tazza di tè fumante vicina alle labbra, ma si accorse dello sferragliare
dei suoi passi e alzò gli occhi per salutarlo con un sorriso, al quale
Basch rispose con un inchino.
«Buongiorno, Gabranth… Gradite sedervi?» gli chiese, scostando
una sedia per lui.
Sapendo che non avrebbe rifiutato nemmeno ad averne la concreta possibilità,
Basch obbedì, imponendosi di non guardarla troppo direttamente negli
occhi e perdendo così occasione di accorgersi che Ashe non sembrava molto
più disinvolta di lui, e che, nei suoi pensieri, se ne stava giustamente
facendo una colpa. Mentre la regina gli faceva versare una tazza di tè,
lui si guardava attorno.
«Non vedo Lord Al-Cid» disse.
«Credo scenderà tardi,» rispose lei «dovrà affrontare
un lungo viaggio fino a Rozaria, ed è probabile che mi tocchi seguirlo,
per essere formalmente presentata alla nobiltà, ma…»
«Ma?» la incitò Basch, perplesso
«Le mie condizioni potrebbero impedirmelo» riferì Ashe, abbassando
improvvisamente la voce.
Basch aprì le labbra, ma, allo stesso modo, le richiuse senza emettere
alcun suono. Prevedendo una sua reazione qualsiasi, Ashe gli fece segno di accompagnarla
lungo i portici in fiore del giardino, quelli più interni dei suoi appartamenti,
a cui nessuno aveva accesso, esclusa la regina e chi fosse da lei accompagnato.
*
«Vostra
Maestà aspetta un bambino?» sibilò Basch, facendo eco alle
sue parole.
Se Ashe non fosse stata una regina, avrebbe abbassato la testa davanti alla
punta di ben dissimulata delusione che traspariva da quegli occhi.
«Ad eccezione di Al-Cid, nessuno ne è ancora a conoscenza, e…
beh, immagino non avrebbe granché giovato al mio onore addurre a queste
nozze la mia gravidanza.»
Silenzio.
«È stato un errore, per quanto la frase suoni affettata»
aggiunse Ashe, ma l’unica sfumatura che Basch sentiva risuonare in quella
frase era un sommesso, desolato tono di scusa, presente in quella peculiare
e sottile accezione che solo Lady Ashe sapeva conferire alla propria voce.
Basch le prese la mano in un gesto più carezzevole e dolce del dovuto.
Era una follia, e le premesse – ben più serie di quanto fossero
apparse in principio – davano ragione alla sua opinione.
«Un errore di sangue reale, Maestà. Pensate se fosse stato il figlio
di un nessuno… avreste avuto poche opportunità di correre ai ripari.»
Ashe lo fissò con aria accigliata.
«Meglio così» soggiunse infine lui.
«Io non lo amo» specificò lei, prendendo fiato. Sapeva che,
in questo modo, la sua sembrava la sciocca ripicca di una bambina.
Il sorriso di Basch sembrò dargliene conferma.
«Il vostro è un errore di cui non dovete vergognarvi, milady. Siete
una donna come tutte… e ci siamo detti che eravate una donna felice.»
«Questo, prima che baciassi voi.»
«Lady Ashe,» la richiamò Basch «anche io potevo apparire
un uomo felice, prima che voi lo faceste, ma non tutte le felicità si
possono perseguire.»
«Allora cosa avete intenzione di fare, esattamente?»
Lui la osservò con lo sgomento di chi non ha risposte da dare.
«Ascoltate,» si decise a dire, avvicinandosi di più a lei
«io non mi separerò mai più da voi. Non come ho fatto in
passato. Anche se il vostro consorte dovesse annullare il valore della mia presenza
al vostro fianco: un tempo ho detto che avrei protetto regno e regina.»
Ashe si ritrovò ad annuire.
C’era ben poco da fare.
*
L’alba
filtrava dalle tende quando Al-Cid si voltò verso il lato del letto di
Ashe per rendersi conto che stava vomitando nella stanza da bagno, sputando
maledizioni e improperi. Saltò giù dal materasso senza neanche
preoccuparsi di coprirsi, e andò a reggerle la testa.
«Non mi sembra che tu stia bene.»
«No,» gli assicurò Ashe, in un accesso di catarro e sarcasmo
«posso garantirtelo, così come posso dartene tutte le colpe!»
Al-Cid si guardò bene dal puntualizzare che dire “tutte”
significava usare un termine un po’ forte. Preferì carezzarle i
capelli con rassegnata tenerezza e dirle che sarebbe andato tutto bene, premurandosi
di rammentare a se stesso che così sarebbe stato solamente dopo che il
Consiglio ne fosse venuto a conoscenza.
E quel momento sembrava essere davvero vicino.
*
Il medico
che aveva appurato la gravidanza della sua regina fu seriamente tentato di esalare
un sospiro di sollievo quando Sua Maestà lo pregò di divulgare
la notizia al suo fianco, nella riunione giornaliera del Consiglio.
Le reazioni furono tutte simili nella loro muta manifestazione di orrore: cosa
ne sarebbe stato di Dalmasca, una volta che si fosse posto il problema della
successione? Il primo evidente rischio che si profilava all’orizzonte
era quello dell’annessione di Dalmasca ai possedimenti rozariani, declassata
a semplice provincia, ragion per cui divenne unanime priorità rendere
il nascituro, maschio o femmina che fosse, un “vero dalmasco”.
Ashe aveva già assistito allo sviluppo di una simile politica: nella
famiglia reale, essere un “vero dalmasco” equivaleva, per un maschio,
al venir allevato da una rosa di precettori e militari che l’avrebbero
strappato alla famiglia. Diversa era la sorte delle bambine, che, in caso di
non nascita di eredi maschili, venivano trattate alla pari degli uomini loro
coetanei, ma che erano altrimenti destinate a crescere come preziosa merce d’interscambio.
Benedetta com’era stata dalla fortuna fino a quel momento, Ashe si opponeva
ferocemente all’attuazione di parametri come quelli, tanto più
se il suo bambino era ancora un embrione.
«Non oseranno davvero sperare di vincere!» aveva esclamato una sera,
sdraiata al fianco di Al-Cid con un cipiglio che avrebbe costretto alla ritrattazione
qualunque ministro.
Tuttavia, ne nutrivano segretamente la speranza.
Una mattina, la regina riuscì a condurre suo marito e Basch in prossimità
della Sala Consiliare.
«Diamo un senso alle vostre promesse di protezione della sottoscritta,»
cominciò lei, in un tono talmente duro da compiacersene da sola «dato
che temo sentirete ogni genere di recriminazioni appena metterò piede
in quella stanza.»
«Ci state chiedendo di intervenire?»
«Vi sto chiedendo di ricordare ai cari signori del Consiglio quali sono
stati i patti firmati nell’ultimo anno, nella loro chiarezza, e nulla
in essi stipulava qualcosa che non fossero accordi economici. Mentre qui è
mio figlio, quello di cui si intende parlare.»
«Ehm.»
«Nostro, caro, nostro.»
«Cosa stiamo aspettando, allora? Non resta che entrare» li esortò
Basch.
«Devono ancora vederlo, loro, di che pasta è fatta Ashelia B’nargin
Dalmasca» sentenziò la regina, con quella determinazione che a
Vayne era risultata fatale.
«Eccome, se devono…» sussurrarono i due uomini in coro, sapendo
che, quando Ashe voleva dar battaglia, non prendeva mai prigionieri.
*
«Buongiorno,
signori. Dichiaro aperta la seduta,» annunciò Ashe, mentre si incamminava
verso il proprio scranno «che immaginò verterà di nuovo
sull’annosa questione del mio stato interessante, dato che non mi è
pervenuta menzione di accordi stabiliti fra voi.»
Silenzio di tomba.
«Bene. Lo prenderò per un “no”.»
Il silenzio crebbe, sfociando in sconcerto.
«Lord Al-Cid, Giudice Gabranth… vi spiacerebbe venire avanti?»
Lo sconcerto sfociò in un inarrestabile mormorio quando i due uomini
fecero il loro ingresso in sala e si accomodarono ai posti d’onore che
la sovrana aveva riservato loro.
«Adesso che tutti sono presenti, intendo stabilire fin da subito sotto
quali condizioni contrattuali verrà alla luce il futuro erede di Dalmasca,
su cui è così premurosamente puntato l’interesse generale,
a prescindere dal fatto che si tratti, in sostanza, di un girino nelle mie viscere.»
Basch e Al-Cid rabbrividirono: da persona limpida e posata qual era, c’era
davvero di che aver paura quando Ashe arrivava a sfoderare una tale dose di
sarcasmo in una circostanza ufficiale.
«Lord Al-Cid? Vorreste cortesemente rinfrescare la memoria dei miei ministri?»
«Con piacere, Lady Ashe» asserì lui, con un colpo di tosse.
«Come Vostra Maestà ha suggerito, signori,» esordì
in tono solenne «è mio dovere rammentare che la nostra unione,
oltre a essere sincero motivo di gioia per i nostri popoli, si basa su un solido
appoggio economico, che Dalmasca, complice la propria posizione strategica,
ricambierà con—»
Si interruppe per tossire sonoramente.
… con la compiacenza di una regina in difficoltà. E un erede
al trono, uno qualsiasi, per salvare almeno di facciata la dignità sua
e mia!
«…con il frutto primogenito di tale unione che, essendo il primo
in linea di successione al trono imperiale, si impegnerà, alla sua ascesa,
a rispettare la terra di Dalmasca, la cui corona sarà assegnata al secondogenito,
senza che sussistano inferenze fra i due governi.»
«Ragion per cui, signori,» s’intromise la regina, nascondendo
la stizza nei loro confronti meglio che poteva «non vi sarà bisogno
di ulteriori intromissioni in merito alla formazione di un erede: non siamo
rozariani, archadiani o dalmaschi. Siamo uomini, e—»
«Ma Maestà, così facendo avete svenduto voi e la vostra
terra a Rozaria, come se fosse un granello di polvere!» obiettò
con veemenza uno dei ministri, alzandosi in piedi.
Ashe strinse le labbra, puntando su di lui gli occhi chiari, accesi da una scintilla
di rabbia.
«Io sono Dalmasca» convinzione che aveva imparato a strapparsi
di dosso con notevole sforzo, ma che era un’efficacissima frase ad effetto
per annichilire una seduta.
Cadde, infatti, una cortina di silenzio tanto pesante e profonda da sembrare
quasi luttuosa.
«In virtù di questo,» proseguì lei «e del trattato
di pace sottoscritto con Archadia lo scorso anno, annuncio che il Giudice Magister
Gabranth acquista oggi pieno diritto di permanenza a Dalmasca, come richiesto
in questa lettera pervenutami ieri sera da parte di Sua Maestà Imperiale
Larsa Ferrinas Solidor.»
Cercando disperatamente di mantenere un contegno, Basch rimase immobile, senza
emettere suono.
Lord Larsa è un demonio.
«Vi ringrazio, Vostra Maestà.»
Uno stramaledetto demonio che mi vuole seriamente morto, e che Noah avrebbe
dovuto sculacciare più spesso!
Ciò detto, i tre lasciarono la sala.
«Brontolano sempre così tanto, qui a Dalmasca?» si sorprese
Al-Cid, seccato.
«Non l’avresti mai detto, eh?» gli rispose sua moglie, con
una breve e amara risata.
«Sono cambiate tante cose, dall’ultima volta che sono venuto qui»
considerò Basch, e lei, in un gesto di sincera preoccupazione, appoggiò
la mano sulla sua spalla.
*
Ashe osservò
a braccia conserte il rapido viavai delle ancelle che sistemavano la mole quanto
mai ingente dei bagagli di Al-Cid perché potessero essere portati all’aerodromo.
La veste chiara si tendeva sulla rotondità già ben definita del
suo ventre, e la regina sembrava addurla come evidente motivo per il quale lui
non avrebbe dovuto partire.
«Ashe, non posso più rimandare… e poi, sono sicuro che Basch
veglierà su di te come ha fatto egregiamente fino ad ora. Non l’hai
reso un archadiano integrato senza ragione. E sei mesi di gravidanza sono decisamente
troppi perché tu possa viaggiare fino a Rozaria.»
«Il Consiglio potrebbe mangiarmi viva, approfittando della tua assenza,
regina incinta o meno…» obiettò lei, con una mano appoggiata
sulla pancia.
«Mia cara, temo invece che sarò io a vedere i resti del Consiglio,
quando tornerò e lo troverò bell’e mangiato!» rise
lui. Doveva ammettere che lui e Basch avevano tentato di viziarla in ogni modo,
nel giro di tre mesi, e Ashe aveva ragione, in fin dei conti: la sua condizione
era abbastanza delicata da renderla incapace di prendere provvedimenti se il
Consiglio avesse deciso di muoversi. Restava solo da augurarsi che Basch riuscisse
davvero a proteggerla in ogni modo.
«Sì, Al-Cid,» sbuffò «ma non posso neppure farmi
vedere con Basch alle calcagna, scoppierebbe uno scandalo di proporzioni immani!»
«Oh, come siamo catastrofiche oggi!» sospirò suo marito «sta
a voi due preoccuparvi che di scandalo non ne scoppi nessuno, in mia assenza…
e poi, mia regina, dubito possiate trovare il coraggio proprio ora!»
«Oh, capisco,» fece Ashe, mantenendosi seria nonostante stesse meditando
un sorriso «è una prova di fedeltà!»
Al-Cid sollevò l’ultimo bagaglio e le baciò una guancia
al volo, con un sogghigno.
«Goditi il tuo capitano» le bisbigliò gioviale all’orecchio,
prima che lei lo accompagnasse fino all’ingresso.
*
Per Basch
fu un periodo di terrificante felicità.
Terrificante in senso lato, perché, fino a quel momento, la presenza
di Al-Cid gli aveva permesso di non entrare visibilmente nel panico, nei suoi
tentativi di gestire una donna incinta che di riposo non voleva sentir parlare.
La cosa l’aveva letteralmente portato a mangiarsi le mani: ci si poteva
inalberare con una donna incinta qualunque, ma non con la propria regina incinta.
Di conseguenza, era diventato consueto, a palazzo, vedere il Giudice Gabranth
affrettarsi a piccoli passi dietro Lady Ashe, che trascinava carteggi da una
parte all’altra. Il contenuto delle loro conversazioni rimaneva altrettanto
immutato.
«È l’ora del riposo pomeridiano, Maestà» le
rammentò lui, in uno di quei momenti.
«Oh, insomma, Giudice Gabranth, sono incinta, mica malata! Ho uno Stato
da governare, io!»
«Avete un figlio da partorire, milady, e questo renderà già
un grande servigio a Dalmasca, ma dovrete essere abbastanza coscienziosa da
evitare di trasmettergli troppa iperattività…»
«La vostra argomentazione non regge, sappiatelo…»
«Non siate irragionevole, il medico vi ha prescritto un po’ di sana
tranquillità, e poco ci manca che vi mettiate a cavalcare chocobo!»
«Non vi arrischiereste a scherzare così, con un ventre tanto prominente
da impedirvi di camminare dritta!»
Come al solito, Basch le diede il braccio, a cui Ashe fu ben lieta di appoggiare
il peso, e lui non perse occasione di portarla in giardino, al sole.
La regina, ben presto dimentica dei suoi documenti, si sedette sul dondolo,
di fianco a Basch, indorata dalla luce calda del pomeriggio. Come accadeva il
più delle volte, si addormentò chinando la testa sulla sua spalla,
respirando tranquilla come una bambina e sussultando quando il suo bambino scalciava
irrequieto.
Basch la osservò con l’ombra di un sorriso, come se i suoi occhi,
da soli, potessero tendersi ad accarezzarle il volto. Dormiva avvolta nell’abbandono
innocente di quando era stata ragazzina, e lo faceva sentire felice come lo
era stato poche volte, negli ultimi tempi: ora che quel bambino si era frapposto
fra di loro con evidenza soverchiante, si sentiva libero di poterle stare vicino
come un tempo, senza scorgere in lei la donna che aveva imparato a desiderare
e ad amare.
Gli sembrava di non averla mai lasciata, quella Dalmasca che aveva contribuito
a ricostruire: come se Ashe intendesse sdebitarsi con lui, stava facendo del
suo meglio per aiutarlo a crearsi una sua posizione anche solo fittizia, senza
che il suo intervento potesse inficiare gli affari dalmaschi, il che suscitava
focolai di sopite invidie di corte, sotto i cui sterili veli lui sentiva il
peso di vegliare sulla sua salvezza ora più che mai.
Eppure poteva riuscirci in veste di Basch e di nessun altro, andando contro
le rancorose ipocrisie dei cortigiani e i borbottii dei ministri con una sottigliezza
quasi sconosciuta – non c’era nulla di sbagliato in come si poneva
nei suoi confronti, ma aveva la sensazione che tutti – che Ashe –
potessero vedere la verità, nel modo pragmatico in cui le passava i documenti,
nelle ore passate a deliberare nel suo studio e in quelle in cui la costringeva
a riposo, intrattenendosi in lunghi e dettagliati colloqui con il medico e con
la regina stessa.
Una sera aveva bussato alla porta della sua camera da letto, sollevando dalle
mani della sua cameriera la tazza con il tè che le era stato destinato.
«Niente sostanze eccitanti, ha detto il dottore» disse a mo’
di scusa, con un sorriso gentile, e la giovane donna lo fece passare.
Attraverso la fessura della porta, il suo sguardo incrociò quello di
lei, seduta sul letto in abito da camera.
Lo salutò con un sorriso e Basch, entrando, non tardò a notare
che aveva un’aria pallida e stranita. Sulle gambe giacevano ammonticchiati
dispacci e lettere a non finire.
«Siete stata più volte pregata di non stancarvi, Maestà…
quante volte sarò costretto a ricordarvelo?» domandò lui
stancamente, prendendo posto vicino a lei.
«Una volta ancora» disse Ashe con un sorriso colpevole.
Lui sospirò.
«State esagerando, non serve che vagliate ogni documento che passa per
i vostri funzionari…»
«Questo vale se il funzionario siete voi… ogni cosa può finire
fra le mani del Consiglio: ora come ora, la prospettiva non mi fa impazzire
di gioia. E poi, le ultime otto pagine in fondo non sono lavoro, sono una lettera
di Al-Cid!»
«Nemmeno lui sarebbe molto contento di vedere come vi state trattando.»
Lasciando la presa sui fogli, Ashe lo guardò con un’aria così
seria da fargli credere che si sarebbe alterata oltre misura. Ricambiò
l’occhiata, aspettando che parlasse.
Ashe non staccò gli occhi dai suoi, fissando l’apprensione di un
uomo che stava cercando di capire cosa le stesse passando per la testa, e probabilmente
si stava rendendo conto di trovarsi di fronte una donna diversa da quella che
aveva recuperato dalle macerie di una vita che non esisteva più.
«Ho paura, Basch.»
«Paura, Maestà?»
Precisamente.
Si sentiva tradita dal suo corpo. Tradita come il giorno in cui le era stato
riferito che Basch aveva assassinato suo padre, come il giorno in cui lui se
n’era andato alla volta di Archadia, come la notte in cui aveva riconosciuto
il suo corpo e il suo viso sotto la benda. Non lo voleva, quel bambino: era
una sensazione del tutto simile a quella che l’aveva risvegliata quando
si era detta di essere innamorata di lui, scattata quando si era sentita vulnerabile
e sola.
Basch era sempre stato l’antitesi della sua solitudine. La sua ombra silenziosa
e devota, che l’aveva sempre investita quando era bambina, era sempre
stata ricambiata da un’ammirazione senza pari, anche quando le barriere
che li separavano erano insormontabili, fino a che la guerra non le aveva restituito
un padre e un marito morti fra le braccia, uccisi – si diceva –
da quelle mani che l’avevano sempre protetta con dolcezza.
Aveva conosciuto la rabbia, quella vera, corrosiva e umana che anche una principessa
poteva provare nei confronti di un proprio simile, di qualcuno che godeva della
sua fiducia più di chiunque altro, e Basch si era fatto odiare con l’accondiscendenza
di un ragazzo ubbidiente, spaccando quest’ultima barriera con perseveranza,
con affetto, senza risparmiarsi qualche stoccata, quando l’orgoglio e
la spavalderia di una principessa spodestata ne avevano avuto bisogno, com’era
sempre stato abituato a fare, e con la spada, l’unico linguaggio che aveva
imparato, dimostrandole che alla vita si restava aggrappati come uomini e come
donne.
Aveva polverizzato l’ultimo ostacolo, per riconsegnarla a quella vita
fatta di classi e di strati, di tende, di veli e candele, di piatti d’argento,
di scartoffie e veli da sposa.
E se n’era andando, riaprendo con violenza tutti i fili che tenevano insieme
il suo cuore. Li aveva fatti esplodere come fiori sotto al sole, perché
il pensiero di non poterlo più rivedere le aveva fatto male più
di quanto avrebbe dovuto, ed era cresciuto insieme a lei.
Non si poteva più tornare indietro, e nemmeno aggrapparsi a lui come
prima, perché il Basch di prima aveva il cuore che batteva sotto il viso
di un altro uomo.
«Ho paura di perdere il controllo di me stessa.»
Che tutte le cose che provo possano sfuggirmi di mano.
Basch strinse le labbra nel vedere che lei tormentava le proprie. Dopo aver
esalato un respiro che doveva probabilmente suonare come un “accidenti
a me”, le si inginocchiò di fronte e prese la mano di lei fra le
sue.
«Seguitemi, milady» le disse piano, sorreggendola con un braccio
attorno alla vita. Ashe, quasi a malincuore, si appoggiò a lui e lasciò
che la conducesse all’aperto, nell’aria satura di umidità
dell’ampio giardino interno, dove presero posto sul dondolo prediletto
dei loro pigri pomeriggi.
«Il vostro orgoglio non darà mai adito a una qualunque perdita
di Vostra Maestà, ne sono più che sicuro» tentò di
ridacchiare, lasciando un bacio delicato e formale sulle nocche della mano.
Ma non riusciva a ridere davvero, e Ashe diede segno di accorgersene benissimo.
Rimase rabbuiata e silenziosa, atteggiamento che mise a dura prova il suo capitano:
aveva preso un unico, gigantesco abbaglio, con quel bacio, ma aveva giurato
che non si sarebbe mai più lasciato andare in quel modo: in fondo, quello
doveva essere un addio, no?
Non la toccò.
«Il mio orgoglio mi ha fatto solamente sbagliare, finora.»
«Ci sono io, accanto a voi.»
Non sono una garanzia di rettitudine e perfezione, ma sono qui. Te l’ho
giurato.
«Grazie.»
E quel “grazie” celava un rammarico che, evidentemente, Ashe non
avrebbe avuto intenzione di fargli notare.
Ci sei tu, accanto a me. E mi sento impazzire come se non fosse vero, perché
vorrei dirti tutto in faccia, tutto ora.
«Mi spiace» si scusò lui, punto da quell’amarezza come
se sotto quel tono si fosse nascosto un insetto.
«Di cosa?» chiese la sua regina. Aveva lasciato la mano nella sua,
senza nemmeno muoverla, e lui l’aveva coperta con la propria per istinto,
contrariamente a tutte le buone intenzioni di poco prima.
«Che tutto sia cambiato. Che non fosse il cambiamento che volevate. Chi
l’avrebbe mai immaginato, che vi avrei ritrovata in attesa di un erede.»
Alla considerazione, Basch aveva accluso un lieve, malinconico sorriso, fissando
per un istante il cielo stellato. Poi, a un sonoro sbuffo di lei, l’aveva
fissata di nuovo.
«Chi l’avrebbe mai pensato che sarei riuscita a rivedervi a Dalmasca
nei panni del Giudice Gabranth...» e nelle parole di Ashe si tendeva un
filo di rimpianto misto ad acredine.
«È cambiato solo il viso, Maestà,» rise Basch, mentre
lei si appoggiava più comodamente sul sedile, toccandolo con la schiena
«il resto è sempre uguale, la fedeltà sempre la stessa.»
Ashe lo squadrò con aria seriosa, le labbra sigillate in una linea diritta.
Prese la mano di lui e l’appoggiò sul ventre rigonfio. A trentasette
anni suonati, Basch avvampò di vergogna: sentiva il bambino premere i
piccoli piedi contro la pelle di lei, e capì che lo stava rendendo partecipe
di un contatto solo ed esclusivamente suo.
Non osarono guardarsi, preferirono fissare le fronde della vegetazione rigata
di rugiada.
«Non avrei mai voluto dirti addio» gli si rivolse Ashe all’improvviso,
costringendolo ad osservare i suoi occhi.
Rimase immobile, senza respirare, tramortito dalle parole affrante ed intime
che aveva udito, e ancora di più dalla carezza di lei sul mento, che,
delicatamente, l’aveva fatto chinare verso di lei.
«Maestà, io—» si affrettò lui, terrorizzato
dal respiro dolce che gli sfiorava la bocca.
«Non interrompermi» lo ammonì Ashe, chiudendo gli occhi e
tendendosi verso di lui, accarezzando le labbra con le sue.
Basch si arrese, stringendosi più vicino a lei per un attimo, lasciando
che Ashe intrecciasse le dita con le sue, baciando il suo labbro superiore con
un fremito.
Lui sollevò l’altra mano per accarezzarle la guancia, facendosi
attirare dalla mano con cui lei gli aveva appena abbracciato il collo, inclinando
la testa per permetterle di coprire la sua bocca, e solo allora osò circondare
le sue spalle con le braccia, gli occhi chiusi nel suo calore e nella profumata
morbidezza delle sue labbra mentre si assaggiavano lentamente.
Ashe si separò da lui con uno schiocco, sollevando lentamente la testa,
come se il gesto le costasse una fatica insormontabile.
Basch sciolse l’abbraccio, accarezzandole le spalle nel mentre, la pelle
di lei che, sotto le sue dita, si increspava in un brivido.
Le spostò alcune ciocche di capelli dietro un orecchio, incapace di tornare
al suo posto e di staccare gli occhi dal suo viso.
Nemmeno io avrei voluto. Mai.
Avrebbe potuto dirglielo.
«Ve… venite. Vi riaccompagno.»
Ashe si alzò, aiutata dal suo braccio, e il suo sorriso, stavolta, era
il primo veramente triste che avesse mai letto su di lei.
Forse nessuno di loro aveva davvero bisogno di parlare.
~
A/N
8 dicembre 2008, ore 3:11. Stupido statico capitolo XD. Faticoso, politico,
e molto Basch/Ashe, per la felicità del cosmo XD. Dal prossimo le cose
saranno invero movimentate per tutti, e… ma quanto è difficile
far parlare la coscienza di Ashe? XDDDDD
Povero, povero Basch.
E io, che intanto sto crollando, vado a nanna sghignazzando X°°D.