I. Il da farsi dell’infattibile
I
dream of rain
I dream of gardens in the desert sand
I wake in pain
I dream of love as time runs through my hand
- Sting, Desert Rose
Rabanastre
bruciava come un inferno d’oro sotto l’abbraccio del sole battente,
e Ashe, con gli occhi feriti dalla luce troppo forte, ordinò a una delle
sue dame di accostare appena la tenda.
Nonostante fosse mattino inoltrato, era rimasta a letto, e ora, con aria irragionevolmente
imbronciata, leggeva e rileggeva la prima missiva di un plico di lettere spiegazzato,
lisciandosi in un gesto automatico i pizzi leggeri della camicia da notte.
Non era mai stata pigra, ma si sentiva nauseata e nervosa, come accadeva da
un mese a quella parte. Il caldo aizzava ferocemente giramenti di testa delle
intensità più varie, il che era una sorta di disonore, per la
regina di un regno desertico. Si sentiva come se stesse ininterrottamente trottando
su una lettiga, e nemmeno questo era del tutto auspicabile, per lei, perché
questo le faceva pensare con una punta di scetticismo al viaggio allucinante
– per pretesti e scomodità - che aveva compiuto fino a Rozaria.
Ogni volta che Al-Cid le si affacciava alla mente, la sua domanda tipo era “Come
ho potuto?”, a cui seguiva un’efficiente risposta in cui tutte le
carezze di lui le dicevano che sì, aveva potuto benissimo. Eccome, se
aveva potuto.
Rimosse il pensiero con un breve colpetto di tosse, prima di sparire di nuovo
dietro al foglio. La nausea si era fatta prepotente, e Ashe odiava qualunque
cosa osasse limitare la sua libertà di azione. Con un gesto stizzito,
lasciò cadere la lettera fra le lenzuola e cercò di addormentarsi
di nuovo, sperando che qualche ora di sonno in più potesse far miracoli.
Purtroppo per lei, si svegliò quando l’ora di pranzo era passata
da un pezzo, in mezzo alla colonna divelta di cartacce e coccarde. Sibilando
qualche maledizione contro l’assurda burocrazia dalmasca, si tirò
su a sedere, ma, quasi istantaneamente, fu costretta ad alzarsi per correre
nella stanza da bagno, un rigurgito che premeva sul fondo della gola.
Quella era davvero una pessima giornata, si disse.
Arrancò verso dei vestiti sufficientemente presentabili e si diresse
a passo deciso verso la Sala Consiliare, sorda ai sonori rimbrotti del suo stomaco
e al cinereo pallore che si rifletteva sugli specchi del corridoio.
«Signori,» scandì, spalancando le porte «perdonate
il ritardo. La seduta è ape—»
La seduta, invece, rimase chiusa, con grande sorpresa dei ministri, che si precipitarono
a raccogliere da terra la regina svenuta.
*
Ebbe
di che tacere, Ashe, quando si trovò davanti agli occhi il viso perplesso
del medico di Corte, che si torturava nervosamente l’angolo della bocca
di fronte allo sguardo indagatore della sua regina, ancora intontita dal fatto
di essersi ritrovata a letto. Di nuovo.
«Vostra Maestà si sente meglio, ora?» azzardò l’ometto
baffuto, chinando la testa verso Ashe, che, in tutta risposta, annuì
con aria abbastanza confusa.
«Non dovrei?»
«Beh, dipende da quale sia il vostro punto di vista, mia signora, perché,
ecco…»
Lei sbatté le ciglia.
«Vostra Maestà aspetta un bambino… sì, insomma…»
«Io aspetto un cosa?!»
«Praticamente sì, Maestà.»
Lei rimase per un attimo interdetta, concentrata sul da farsi mentre appoggiava
la schiena fra i cuscini e malediceva la propria capacità di tenere in
ordine un regno, e non il conto del proprio ciclo mestruale.
«Bene,» proruppe infine «è chiaro che questa conversazione
rimarrà strettamente confidenziale, dottore. Posso contare su di voi?»
«Si capisce, milady.»
«Perfetto. Ora che posso stare tranquilla, debbo purtroppo congedarvi
– ho del lavoro da sbrigare.»
Il medico arretrò in un inchino, con un’evidente sfumatura di confusione
in viso.
Fu allora che Ashe si concesse uno sbuffo, pensando che avrebbe dovuto strangolarlo
prima con la fettuccina del baldacchino, la prima volta, e poi con una felce
la seconda, casomai fosse sopravvissuto alla prima antifona.
Scese giù dal letto e marciò verso l’interfono.
«Al-Cid?» chiamò seccamente, una volta che le fu annunciato
di essere stata connessa a Rozaria.
«Lady Ashe!» si rallegrò lui, senza poter dare alcuno sguardo
sull’espressione tutt’altro che lieta della donna che lo ascoltava
da Dalmasca «Non mi aspettavo di sentirvi così presto.»
«No, nemmeno io, a dire il vero» asserì la regina, con ammirevole
autocontrollo «Non per simili questioni, almeno.»
«Il pacchetto economico funziona bene?»
«Non solo quello, ve lo garantisco.»
«Cosa intendete dire?» chiese lui, con aria sinceramente stupita.
«Che sono incinta.»
Calò un silenzio sepolcrale, interrotto solo dal profondo respiro di
lui.
«Bene.»
«… Ci sarà un incidente diplomatico di proporzioni cosmiche,
se si scoprirà che sono andata a letto con l’imperatore di Rozaria.
Il Consiglio mi mangerà viva, se partorirò un potenziale erede
al trono illegittimo, tanto più se concepito durante – oh,
per gli dèi – una visita di piacere che esulava dal mio calendario!»
«Bene.»
«E! Questo causerà abnormi problemi dinastici.»
Al-Cid ridacchiò, costringendola ad una piccola pausa.
«Mi state chiedendo di sposarvi, milady?»
«No!» lo rimbeccò Ashe, indispettita.
«Bene, allora lo farò io.»
«Voi non farete nulla di tutto que—»
«E invece, mia cara, temo sarò a Dalmasca entro quarantott’ore
a partire da ora. Di che lega volete gli anelli?»
«Al-Cid!»
«Adoro quando mi chiamate con questo slancio.»
«Volete piantarla?»
«Siate ragionevole. Vedete una soluzione migliore? Ora come ora, l’importante
è salvare qualcosa delle nostre bravate dal disastro totale, quindi,
siccome il più grande margine di colpa è del sottoscritto, sarò
ben felice di ricorrere al matrimonio prima che voi rendiate il fatto evidente.
A Dalmasca serve un erede e a Rozaria anche, ma non in sordina, altrimenti è
lo scacco.»
«Io avevo esplicitamente detto che—» si scagliò
di nuovo la regina, con un’enfasi che chiamare furiosa era dire poco.
«Alt, Lady Ashe. L’ultima volta che ci siamo visti non abbiamo parlato
affatto, e tutto quello che è uscito dalle vostre labbra è stato
un ‘oh’.»
«Non mi pare che la cosa vi abbia infastidito parecchio!»
«No, affatto, mia cara» Ashe poteva quasi vederlo ridere
«Siete davvero il più bel fiore del deserto di qualunque giardino,
e io non permetterò a nessuno di puntare il dito sulla vostra reputazione,
sappiatelo.»
«Non cercate di sviare con i vostri salamelecchi!»
«E voi non cercate di dirmi che la cosa vi dispiace. Lo sapete, che lo
dico sul serio.»
«Ma io—»
«Non temete, Maestà, non prenderò il posto di nessuno. Né
di Lord Rasler, né di Sir Basch. Facevate l’amore con un altro
uomo, mentre eravate con me, l’avete dimenticato?»
Ashe rimase in silenzio: non era del tutto vero, almeno da quanto emergeva dai
suoi ricordi di una fontana e delle sue ninfee, ma affermarlo l’avrebbe
precipitata come minimo in una fossa.
«Volete che vi dica che siete un santo, a sposare me, suppongo»
sospirò lei, sarcastica.
«Immagino che dovrò accontentarmi di regalarvi una splendida notte
di nozze» sorrise, figurandosi il vivido rossore di quelle guance sempre
abituate a un controllato candore.
Dall’altra parte, silenzio.
«Andiamo, lo so che l’idea vi piace.»
«Sono ancora arrabbiata» lo redarguì Ashe, armata del suo
tono più caparbio.
«Non è vero.»
«Oh, piantatela. Ci vediamo dopodomani. E badate bene: voi non sapete
nulla. Nulla.»
«Candido come una vergine!»
«Pagliaccio!» ruggì Ashe nell’interfono, prima di attaccare
con un gesto brusco.
*
Le
proteste del Consiglio furono ben più rumorose delle sue: nessuno di
quei vecchi pentoloni aveva alle spalle un Al-Cid in vena di blandizie, e convincerli
che quel matrimonio s’aveva da fare per consolidare l’accordo economico
con l’impero di Rozaria equivaleva più o meno all’annunciare
loro di eseguire tutti un programmatico suicidio.
Volarono carte e volarono urla, volarono clausole e postille – perché
il matrimonio di una regina non doveva assolutamente riguardare la diretta interessata,
e perché intessere alleanze con Rozaria significava venirne mangiati.
«Oh, insomma, signori! Governo Dalmasca, saprò come organizzare
un maledetto matrimonio politico!»
Qualcuno aveva sollevato qualche obiezione all’ultima esclamazione della
sovrana, che non aveva impiegato molto per piovere su di loro come una tempesta,
scaricando su di loro quintali di documenti che attestavano Dalmasca avviata
lungo il più nero declino: non potevano certo salvarsi contando su Nabradia,
che, da quella dannata guerra, era uscita menomata in tutte le sue parti, né
potevano far morire d’inedia una popolazione con improbabili soluzioni
autarchiche.
«E questo è quanto, signori miei, la seduta può considerarsi
chiusa, e anche il resto del discorso!» enunciò Ashe, in un accesso
di soddisfatto dispotismo, quando era già notte fonda.
Seduta alla scrivania, si asciugò il sudore dalla fronte.
Sperava solo che quell’imbecille si sbrigasse ad arrivare a Dalmasca.
*
Quando
Al-Cid si accomodò nel salotto della regina, i ministri che lo accerchiavano
si scambiarono occhiate cariche del terrore più assoluto, dato che Sua
Maestà, nelle ultime ventiquattro ore, non aveva fatto trapelare nessuna
delle probabili soluzioni a cui sembrava aver pensato per mantenere tale l’indipendenza
dalmasca – e nessun Consiglio ottuagenario avrebbe mai potuto riporre
le proprie speranze nel savoir-faire politico di una nobildonna di vent’anni.
«Milady. Vi trovo bene» sorrise Al-Cid, accavallando le gambe con
aria studiatamente informale.
Prendendo posto di fronte a lui, anche Ashe gli rivolse un breve sorriso, accompagnato
da un lieve cenno.
Sorrideva, il maledetto!
«Trovo bene anche voi, Lord Al-Cid. Ma vi prego, sarà meglio procedere.»
… prima che mi venga voglia di evirarti, tu e i tuoi stupidi giochini!
Annuendo, l’imperatore lesse il contratto matrimoniale e quello che garantiva
la totale indipendenza dei due organi statali l’uno dall’altro,
a cui seguiva necessariamente che ognuno di loro sarebbe stato solo nominalmente
sovrano dello Stato virtualmente acquisito tramite il consorte. Adocchiò
la firma di Ashe, vergata con una grafia precisa e minuta, per apporre di sèguito
la sua, in un elegante svolazzo d’inchiostro.
Dopo aver validato entrambi i documenti, la regina lo fissò con un certo
imbarazzo, ma lo sguardo di lui non tentennava come il suo: la guardava apertamente,
con aria persino lieta, tanto che Ashe si chiese cosa avesse da rallegrarsi
tanto… questo, fino a che non lo vide inginocchiarsi di fronte a lei.
Oh, no, ci risiamo!
«Suppongo che questa sia la conclusione della parte più strettamente
tecnica, Lady Ashe… ora, mia cara,» disse, tirando fuori un pesante
anello d’oro e prendendo la mano di lei «volete sposarmi?»
Ashe trattenne un sorriso. Che gentiluomo da strapazzo.
«Sì, Lord Al-Cid. Accetto» disse, lasciando scivolare il
gioiello all’anulare.
Rimessosi a sedere, lui si schiarì la voce.
«Potreste lasciarci soli per un attimo?» li pregò lei, e
i ministri tornarono subito alle loro mansioni.
Solo quando si trovarono nel più profondo silenzio Al-Cid si decise a
prendere la parola.
«Cosa avete?» disse, prendendo le dita di Ashe fra le sue, ma lei
le ritirò, passandosi le mani sugli occhi.
«È una follia.»
«Non potevate portare in grembo un bastardo.»
«Effettivamente avrei dovuto gambizzarvi prima che succedesse.»
«Voi non volete davvero fare a gara fra chi fosse più consenziente
fra noi due, vero?» puntualizzò lui, scuotendo la testa.
Ashe lo guardò di sottecchi, sospirando sconfitta.
*
Come
da miglior consuetudine rozariana, Al-Cid s’impegnò affinché
il matrimonio fosse degno di un’imperatrice, seppur solo di nome –
con sommo scorno di tutti i diplomatici dalmaschi e del loro amor di patria.
Impossibilitata a prendere una manifesta posizione in merito senza offendere
l’entusiasmo dell’uno e il rigoroso tradizionalismo degli altri,
Ashe si limitò ad assistere in qualità di spettatrice tutto sommato
divertita, osservando come le sue seconde nozze stessero decisamente prendendo
una piega poco… dalmasca, ecco. Non poté reprimere un
pizzico di disappunto quando il suo futuro marito le mostrò gli addobbi
e i fiori arancioni e fucsia che avrebbero sommerso Rabanastre, così
come i canti che avrebbero dovuto allietare i festeggiamenti. Beh, alcuni erano
altrettanto coloriti.
Mai quanto il suo abito da sposa: aveva gli stessi accostamenti violenti dei
fiori, e la copriva un po’ più di quanto avessero fatto i suoi
abiti da principessa in fuga, a suo tempo.
«Di questo passo, dovrò aspettarmi che le campane comincino a urlare…»
fu il commento perplesso della regina, pensando amaramente che, in tal caso,
forse, ad Archadia ne avrebbero sentito l’eco.
*
Non
si trattava di mero sarcasmo: si trattava pur sempre del matrimonio di due potenze,
e non ci volle molto perché un roboante invito si andasse a posare sulla
scrivania di Larsa Ferrinas Solidor.
Il giovane imperatore di Archadia emise un sospiro impensierito nell’aprire
la missiva: non era certo il genere di notizia che si sarebbe mai aspettato,
non da parte di un uomo con la fama di Al-Cid, né tantomeno da una donna
come Lady Ashe.
Il momento in cui Basch ne sarebbe venuto a conoscenza sarebbe stato tutt’altro
che divertente: aveva imparato tante cose sul suo conto, e in ognuna di quelle
cose il nome di Lady Ashe era onnipresente, come se in esso convergessero tutti
i punti di sutura della sua vita. Nessuno di loro era talmente ingenuo da credere
che lei avrebbe mai avuto dal suo popolo il permesso di rimanere legata a quelle
nozze senza frutto, così come Larsa era stato abbastanza perspicace da
capire che c’erano tante cose, su di lei, che Basch non gli avrebbe mai
rivelato, perché non era opportuno che qualcuno ne venisse a conoscenza,
prima fra tutti Lady Ashe stessa.
Certe cose non andavano dette dal capitano Basch von Rosenburg, figuriamoci
da suo fratello, un Giudice Magister accusato di crimini di guerra in terra
dalmasca.
Non c’era nemmeno bisogno di rivelarle, certe cose: Larsa aveva imparato
a leggerne ogni riga in quegli occhi sempre velati di malinconia.
«Si sposa?»
Larsa alzò gli occhi dal foglio con tranquillità, sicuro di incontrare
quelli di Basch – immobili, trepidi, impegnati, senza alcuna possibilità
di riuscita, a trattenere quella scintilla di vivida, concitata agitazione che
l’aveva smosso.
L’imperatore – che a sostenere quello sguardo si sentiva colpevole
come se l’unione l’avesse arrangiata lui – annuì.
«A quanto pare sì. Dicono che Lady Ashe abbia saputo preservare
l’indipendenza di Dalmasca con un trattato, e che Al-Cid l’abbia
accettato di buon grado.»
Basch annuì, mentre qualcosa dentro di sé constatava che del trattato
non gliene importava un accidente, e che Larsa, in maniera più che comprensiva,
continuava a parlare del nuovo assetto politico sfiorato.
«Resta il fatto che avrò degli affari improrogabili giù
alla Costa Phon,» aggiunse infine, con un sorriso furbo «e sarò
quindi costretto a mandarvi in mia vece, Gabranth.»
Era un ordine che avrebbe rifiutato volentieri, se non si fosse trattato dell’ultima
occasione per rivedere lei per quello che la ricordava, e se Larsa non gliel’avesse
ordinato proprio per permetterglielo.
«Potrebbe essere pericoloso, signore» obiettò Basch, puntuale
«non sono benvisto a Dalmasca.»
«Potrebbe essere imperdonabile non esserci» ribatté Larsa,
serafico, e Basch sapeva che, fra i tanti significati diplomatici e politici
di quell’affermazione, ce n’era uno – che non aveva nulla
a che fare con tutto ciò – che era solo per lui.
«Avete ragione» capitolò con un sorriso, accennando un inchino
col capo prima di accingersi a uscire dalla stanza.
«Non ho ancora finito, Gabranth,» aggiunse l’imperatore, nascondendo
la curva compiaciuta delle labbra dietro alla pila di scartoffie «credo
che una vostra duratura presenza a Dalmasca possa meglio saldare il suo rapporto
di amicizia con Archadia, nonché cambiare la reiterata opinione che Dalmasca
ha nei vostri confronti. E poi, francamente, temo di dover affrancare le mie
capacità politiche dalla vostra protezione – sono grande abbastanza,
ormai.»
Il che era una falsità di insondabili proporzioni.
«Non fate quella faccia,» rise Larsa, ben consapevole di quanto
Basch stesse ingaggiando una lotta con i suoi principi «non c’è
nessuna guerra in atto. Il Senato saprà starsene buono per un po’.»
Basch rimase in silenzio, costringendo il sovrano ad alzare gli occhi dalle
carte.
«Andate dalla vostra regina, Basch. Credo abbia davvero bisogno di voi.
Molto più di me al momento, almeno.»
Stavolta, lui si concesse un sorriso luminoso, dietro al quale si nascondeva
un’amarezza della quale un uomo come lui non osava nemmeno ammettere l’esistenza,
ma che non riusciva a inghiottire e sedare in alcun modo.
Uscì con passo risoluto, chiudendo la porta e facendo risuonare il tonfo
nell’ampio studio illuminato.
«Oh, ma Al-Cid mi sentirà…» borbottò Larsa,
tornando quietamente a scribacchiare sui suoi documenti.
*
«Con
tutto il rispetto per il vostro senso estetico,» bisbigliò Ashe
a mezza voce, ritta al suo fianco sul carro da parata inondato di fiori «mi
sento ridicola.»
«Con tutto il rispetto per il vostro, Lady Ashe,» rispose prontamente
Al-Cid «siete di un bello indecente.»
«Colpa del fucsia,» ribatté lei con un certo risentimento
«mi fa sentire una entraîneuse.»
«Ma la vostra minigonna non era forse—»
«Al-Cid,» lo interruppe Ashe con un ringhio «fate
silenzio.»
Obbedì.
«Avete rimpianti?»
«Non siate—»
Spiritoso.
Per qualche becero scherzo del destino, Ashe si voltò in un gesto casuale,
dettato forse dal fastidio per il velo troppo lungo, e i suoi occhi catturarono
l’immagine di Gabranth – di Basch – giunto in inimmaginabile
ritardo ad occupare il posto d’onore che avrebbe dovuto essere di Larsa.
«Proprio ora sto avendo il rimpianto peggiore di tutta la mia vita.»
Al-Cid tacque, limitandosi a porgerle il braccio quando giunsero in cattedrale.
Ashe fu lieta di non poter vedere gli ospiti, fra la penombra fumosa, appena
punteggiata della vaga luminescenza delle candele – in caso contrario,
si sarebbe sentita non solo a disagio, ma anche stupida e pretenziosa, per il
fatto di sentirsi in colpa nei confronti di un uomo che mai avrebbe pensato
a una cosa simile, non quando era stato così risoluto a lasciare Dalmasca
con un altro viso e un altro nome.
Quando il sacerdote parlò di fedeltà e di vincoli indissolubili,
sia lei che Al-Cid sorrisero con impercettibile, complice ironia.
Era bello – pensò, baciando lievemente le sue labbra – il
pensiero di avere un alleato.
*
Lo
aveva sospettato, che affrontare il pranzo sarebbe stato molto più difficile.
Fra il chiasso degli ospiti e della musica, i suoi pensieri sembravano far rumore,
e Basch – in virtù di rappresentante dell’imperatore di Archadia
– aveva ben pensato di sedersi di fronte agli sposi, il che aveva costretto
Ashe ad intraprendere bocconcini di una conversazione quantomai sciocca e affettata,
con l’orrenda convinzione che Basch potesse apertamente vedere il misto
di felicità e angoscia che l’aveva riempita nel rivederlo. Non
che fosse, d’altronde, particolarmente difficile: era abituata a dissimulare
le emozioni in pubblico, ma stava tagliuzzando la sua porzione di frutta caramellata
da circa venti minuti, senza averne portato alle labbra nemmeno un boccone.
Al-Cid stava tentando di osservarla con signorile disinteresse, ma, purtroppo,
riusciva solamente a sorridere mentre la guardava trafficare inutilmente con
le posate.
Avrebbe meritato una gomitata fra le costole, ma Ashe decise felicemente di
ignorarlo: sorrideva a Basch – come aveva fatto poche volte, durante il
periodo che avevano trascorso fianco a fianco.
Vederlo ricambiare le stringeva il cuore e, con un gesto malfermo, depose la
forchetta accanto al piatto in segno di resa.
«Ad ogni modo, Giudice Gabranth, Dalmasca è felice di avervi qui»
disse, stringendo le dita sul tovagliolo di seta.
Basch sorrise in una maniera che lo rendeva molto meno simile a suo fratello.
«Vi ringrazio, Vostra Maestà. Mi sembra di essere a casa, qui.»
La regina trattenne una risata – se non l’avesse fatto, tutta la
copertura sarebbe saltata. Inoltre, cosa ancora più importante, quella
cascata di allegria si sarebbe trasformata in un pianto che non sarebbe riuscita
a controllare.
Preferì voltarsi verso le eleganti finestre bifore: dai loro complicati
arabeschi filtrava un sole delizioso.
«È una giornata splendida. Sarei intenzionata a godermi un po’
di questo bel sole, e di mostrarlo anche a voi, Gabranth… Le giornate,
ad Archadia, devono essere assai più rigide… Vi farebbe piacere?»
«Sicuramente, Maestà» le rispose lui, annuendo rispettosamente.
Ashe si volse verso Al-Cid, che ingoiò con giulivo piacere un pezzo del
suo dessert.
«Andate pure, mia cara. Avrò tempo per godermi le delizie della
stagione, ma il dessert si vive una volta sola.»
Il suo accompagnatore raggiunse la regina per offrirle il braccio e condurla
su una delle spettacolari terrazze che gettavano l’occhio su Rabanastre.
Dal salone, tutti ballavano e mangiavano contenti, accompagnandosi con crotali
e liuti, e nessuno faceva caso a loro, agli occhi di Basch fissi su di lei in
un sorriso addolorato mentre realizzava che un solo anno era stato in grado
di far sbocciare la sua regina in una splendida donna, e che il lieve profumo
di vaniglia e limone della sua pelle era rimasto lo stesso.
«Non avrei mai creduto che sareste potuto tornare davvero» sussurrò
Ashe, nascondendo l’eccesso di emozione. Basch rise, rivolgendo gli occhi
azzurri verso di lei.
«Vostra Maestà ha poca fiducia in me come in passato, vedo…
anche se devo ammettere che, stavolta, il merito del mio ritorno è tutto
interamente vostro… e di Lord Larsa, s’intende.»
«Il giovane imperatore più impegnato di Ivalice, a quanto pare…
Sono andata a sposare lo sfaccendato sbagliato, temo!» rise, con una mano
davanti alle labbra.
Basch, con maggiore serietà, osò sfiorarle la mano. All’anulare,
sotto la nuova fede, scintillava al sole anche quella che già conosceva.
Non c’era proprio spazio.
«Invece io vi vedo inaspettatamente felice.»
Era un infame. Un bugiardo infame.
«Oh, beh. Sì, suppongo di sì» asserì Ashe,
asciutta, presa dall’improvvisa tentazione di evitare la limpidezza di
quegli occhi.
Questo, mentre Basch continuava a dare del bugiardo, dell’infame e del
fedifrago a se stesso e a quell’impiastro del suo imperatore mignon. L’aveva
detto, lui, che sarebbe stata una pessima idea!
«Se cominciate a supporre mi renderete triste, milady. Ricordate che io
voglio lasciarvi in buone mani!»
E non voglio pensare a quando quelle stesse mani ti accarezzeranno.
«Sono grande e forte, adesso.»
In quanto a bugie, Ashe certamente sapeva tenergli testa.
Con la coda dell’occhio, Al-Cid osservò le due sagome attraverso
la portafinestra, immaginando – non a torto – che i due si stessero
torcendo le dita, incerti sul da farsi dell’infattibile.
Sospirò, visibilmente corrucciato.
Come doveva fare con quei due?
Fece un cenno a una coppiera, che si avvicinò timidamente al suo signore.
«Comandate, Maestà?»
«Chiudi un po’ la portafinestra, e accosta anche la tenda, il sole
mi arriva dritto negli occhi.»
«Non preferireste i vostri occhiali da sole lì nel taschino, sire?»
«Al mio matrimonio? È decisamente poco chic» sentenziò
l’imperatore, con un gesto di sofisticata noncuranza.
Nobili, pensò la ragazza, apprestandosi ad obbedire, tutta
gente piena di strane fisse!
Il drappo di velluto calò su Ashe e Basch come una sorta di liberazione.
Il capitano dalmasco si irrigidì quando le dita di Ashe si appoggiarono
sulla cicatrice che gli attraversava il sopracciglio.
«Siete davvero voi…» e stavolta gli occhi le brillavano di
lacrime mentre scendeva a tracciare il contorno della sua guancia, fermandosi
sulle sue labbra.
Basch non disse niente. Chiuse la mano di lei nella sua e le baciò delicatamente
il polpastrello, scivolando piano su tutte le altre dita, sulle nocche della
mano, attirandola verso di lui, sfiorandole il viso, i capelli, le guance.
«Finalmente qualcuno che può dirmelo con certezza, mia signora…
temo di aver passato troppo tempo nei panni di qualcun altro.»
Ashe rise in un singhiozzo, mentre le parole di lui scivolavano sulla sua bocca
come il vento del deserto.
«Mi siete mancato» disse soltanto, prima di accarezzare le labbra
di lui in un piccolo bacio, dal quale Basch si ritrasse appena, prima di chiudere
nuovamente gli occhi e baciarla a sua volta, dischiudendo la bocca contro quella
di lei.
Nel mentre, Al-Cid poté constatare, immaginandosi la scena, che, fra
tutti gli sbagli di Basch von Rosenburg, quello fosse decisamente il più
sensato.
*
«Sapete,»
esordì Al-Cid quella sera, sedendosi sul bordo inferiore del loro letto
– uno che nessuno aveva mai toccato, dato che Ashe aveva ordinato di sprangare
la camera da letto che aveva diviso con Rasler «vi ho visto quest’aria
felice in viso solo quando vi ho bendata, quella sera.»
Seduta sul lato destro, Ashe rise, stringendosi meglio il nastro di raso della
veste da camera. Lo guardò negli occhi con quella tipica espressione
da bambina che Al-Cid aveva trovato così curiosa la prima volta, e si
scansò per fargli posto vedendo che lui, alzandosi, le si avvicinava
e, in piedi, le cingeva la vita, chino su di lei.
«Grazie, Al-Cid.»
«È un piacere, mia cara» rispose lui, catturandole le labbra
in un bacio.
Con le mani sul suo petto, Ashe si irrigidì per un momento mentre lui
saliva sul materasso insinuando un ginocchio fra le sue gambe, le lunghe dita
sotto la lucida fascia di stoffa.
La sciolse accarezzando delicatamente il pizzo teso sul seno di lei, e Ashe
fremette quando Al-Cid scivolò sulla pelle al disotto, baciando la linea
invisibile fra i suoi seni e spezzandole appena il respiro. Si concesse un sorriso
prima di schiuderle di nuovo le labbra e lasciare che le sue mani gli sfilassero
i vestiti di dosso, attardandosi ad accarezzarlo strofinando la stoffa morbida
contro la pelle.
«Uh?»
Al-Cid si riscosse, sorpreso, quando lei scivolò a terra, baciandogli
il ventre nello slacciare la cintura dei suoi pantaloni. Sembrava che il riso
sulle sue labbra implicasse un tacito messaggio di scusa.
Quasi intenerito, lui la prese in braccio – i merletti della veste ancora
impigliati attorno ai suoi bei fianchi di bambola – preoccupandosi di
voltarla verso la specchiera e di avvicinarla ad essa.
Ashe si osservò come se non si fosse mai vista prima di allora, il sorriso
di Al-Cid a farle da ombra dietro la spalla. Vide i seni sodi e rotondi, i suoi
fianchi da donna e lunghe, agili braccia, mani curate e affusolate, vide le
dita di lui che tratteggiavano la sua clavicola, mentre le sue labbra baciavano
la curva della sua spalla e quella del collo, facendola gemere appena.
Non poteva sentire il suo stesso sapore – salato, perché la giornata
era stata calda, e amaro, perché amaro era il gusto del fresco profumo
che aveva spruzzato quella mattina.
Facendo ben attenzione che lei stesse guardando, suo marito prese la sua piccola
mano bianca sotto la sua, e la poggiò appena sui riccioli biondi del
pube.
Arrossendo, Ashe lo guardò come se volesse chiedergli spiegazioni, ma
non avesse il coraggio di farlo.
Incapace di trattenersi, Al-Cid ridacchiò nel suo orecchio, mordicchiandolo.
«Toccati. Hai paura?»
La regina sembrò arrossire ancora di più.
«Non ci hai mai provato?» chiese in tono meravigliato.
«Uhm…»
Al-Cid rise ancora, baciandole il retro della nuca.
«Sei proprio una sorpresa.»
Forse avrebbe dovuto arrabbiarsi, pensò Ashe, ma lui non gliene diede
il tempo, aiutando le sue dita a scivolare più in basso.
Schiacciando quasi il suo corpo contro lo specchio freddo, Al-Cid sentì
il lieve gemito di Ashe intrecciarsi al suo quando, premendosi un po’
di più contro di lei, le diede modo di sentire la sua erezione, spingendo
appena la punta delle sue stesse dita.
Ashe si ritrasse un attimo, ma lui, senza fiato, la tranquillizzò lisciandole
il dorso della mano.
«Pensa che io sia lui.»
«Ah—» bisbigliò lei, in un singhiozzo bagnato, mentre
Al-Cid la pressava fra sé e lo specchio, guidando le carezze di lei,
il rossore delle sue guance contro il gelo del vetro e il ventre trattenuto
dall’altra mano di lui.
Ashe si sentì quasi mancare quando il suo bacino si mosse timidamente
contro il proprio, come a volerle dare il ritmo giusto, ma si arrestò
quando il desiderio di lei gli bagnò i polpastrelli.
Sorrise, con un velo di tristezza.
«Dio, non ti ho mai vista così…»
Perché sei tornato a Dalmasca.
Ashe si lasciò andare, affondando la lingua fra le labbra di lui, quando
lui sporse delicatamente il viso per reclamarla.
Perché sei tornato da me…
«Per gli dèi, Ashe,» soffiò Al-Cid nel suo orecchio
«cosa diavolo ti avrà mai fatto, per farti bagnare così?»
Con una lentezza infernale, Ashe si sfregò contro di lui in un gesto
quasi inconscio, facendo in modo che un brivido gli increspasse la pelle sudata.
«Oh, Ashe—» biascicò, in un gemito strozzato, mentre
si immergeva lentamente in lei, che si morse le labbra per sopprimere un piccolo
grido.
Al-Cid la prese per i fianchi, aiutandola a seguire i suoi movimenti, baciandola
e accarezzandola ovunque le sue labbra riuscissero ad arrivare, fino a che,
finalmente, Ashe non si lasciò sfuggire quel dannato gemito, confondendolo
con il suo.
Svuotati e madidi di sudore, rimasero fermi l’uno contro l’altra,
l’uno nell’altra, a riprendere fiato, e Ashe sussultò quando
Al-Cid uscì da lei.
«Ashe?» mormorò, appoggiandosi contro di lei in un abbraccio,
la voce che scottava come una febbre. Leggera e piacevolmente stordita, lei
fece per voltarsi e si lasciò baciare, prima di finire nuovamente con
il seno contro il suo petto.
Piano, Ashe si avvicinò a lui quanto più poté, per strofinarsi
avanti e indietro contro di lui, in un movimento costellato di baci e di carezze,
le dita che correvano curiose sulla sua pelle, finché Al-Cid non le prese
di nuovo fra le sue.
«Toccami tu, ora.»
«Come?» balbettò Ashe, spaesata, facendosi guidare in qualche
morbida carezza contro di lui, fino a sentirlo sbuffare in un singhiozzo a metà
fra un gemito e un sorriso, che si chiuse sulle sue labbra mentre lui la faceva
aderire con la schiena allo specchio oramai appannato.
Ashe lo baciò stringendo le mani fra i suoi capelli scuri, circondandogli
il collo con la braccia e la vita con le gambe, inarcandosi fino a incontrarlo
di nuovo.
Con un fremito, sollevò la testa, le palpebre abbassate mentre scivolava
in lei.
«B… Al-Cid!» si corresse, stringendosi forte contro
di lui fra un bacio e l’altro.
«Non c’è bisogno di essere così accorti, amore mio,»
rise lui «ma ti ringrazio lo stesso…»
E mentre premeva il naso nella sua spalla, aspirando il profumo di lei mischiato
col suo, Al-Cid la sentì cedere contro di sé in un sospiro e si
rilassò a sua volta, tenendola stretta a sé per adagiarla sul
letto, e adagiarsi al suo fianco.
I triangoli erano una cosa invero complicata, pensò, ascoltando il respiro
silenzioso di Ashe che, mentre lo guardava, gli scostava il ciuffo di capelli
della frangia.
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A/N 1 dicembre 2008, ore 15:36. Sappiate che questa storia finirà per uccidermi, e che liz è la principale responsabile di tutto questo XDDD dato che Love is blindness l’ha completamente rimbecillita di gioia fangirlante su un fandom che manco è suo, <3 amore di donna che è! Ecco quindi che questo è il seguito del suo amabile spinoff (spinoff che, *cough*, al momento in cui sto scrivendo, non ancora esiste *cough, liz, COUGH*), ed è una fic breve ma intenserrima, che vi assicuro sarà piena di sorprese XDDDDDDDDD! Mi raccomando, seguitela senza uccidermi!