Zio Al-Cid è tornato da Rozaria dopo tre anni, e ha
portato degli incensi favolosi per tutti. Per Ashe – che è la sua
preferita, ha confessato con una strizzata d’occhio – ha portato
anche un vestito di vera seta gialla che a detta sua è una meraviglia,
anche se nessuno dei presenti l’ha ancora visto.
La diretta interessata, tuttavia, si fida ciecamente del suo buongusto e non
ha risposto alle battutine di Balthier, che nella sua testa già si era
figurato metri e metri di pacchianaggine color canarino.
Stupidi fratelli maggiori, pensa lei fra sé e sé, i piedi sulla
moquette e le scarpe col tacco dimenticate in un angolo del salotto –
potesse, sfilerebbe anche i collant, che si infilano fra le dita dei piedi.
Si sente un po’ in imbarazzo, a dire la verità – sola in
quel salotto gigantesco ed in tremendo disordine, dopo quell’esagerata
cena col parentado al completo. La tavola è ancora imbandita, e il tavolino
da caffè, di fronte al divano attorno a cui Ashe si sta aggirando, è
ancora ingombro degli avanzi dei dolci al miele speziato di Rozaria.
Forse, immagina, lui avrebbe preferito riprendere possesso di casa propria,
dopo un’assenza così lunga. Magari la sua presenza lo imbarazza
un po’, rimugina. Il cuoio nero del sofà scricchiola mentre lei
si siede per aggiustare meglio le pieghe delle calze.
Si guarda intorno.
L’ultima volta che ha messo piede in questa casa aveva quindici anni,
e aveva una gigantesca cotta per lui.
In realtà, Al-Cid Margrace è il fratellastro di suo padre, ed
è una persona profondamente irritante.
Sua madre era di Rozaria – è stata lei a lasciargli in dono la
carnagione scura e i vaporosi capelli neri. Il fidanzato l’ha abbandonata
presto, per poi sposare un’altra donna, una volta tornato a Dalmasca.
Di storie così se ne sentono tante, in giro; ciò che sorprende
Ashe è piuttosto il fatto che lui e suo padre non abbiano mai covato
rancore per una situazione del genere. Poi, d’altra parte, ammette che
odiare seriamente una persona come Al-Cid sia davvero difficile: lui è
quello che, in famiglia, ha la frecciatina galante e il sorriso pronto per tutti
– una qualità, questa, che Ashe non può non ammirare.
Lo sente cantare a squarciagola dalla cucina.
Forse restare a casa sua è stata una pessima idea.
Lei è la sua unica nipote femmina e, anche se a uno sguardo superficiale
non si nota affatto, divide con lui una certa propensione alla fuga, con l’unica
differenza che, se Al-Cid può scappare fra Rozaria e Dalmasca come e
quando vuole, lei non può farlo – vuoi per carattere, vuoi perché
è una ragazzina di diciotto anni, vuoi perché tante cose la legano
ancora a Dalmasca.
La sua è una famiglia “bene” – e nell’accezione
del termine va incluso il fatto che né lei né suo fratello accettino
di buon grado le restrizioni che porta con sé. Al-Cid lo sa, e tutte
le telefonate, i regali e le risate, che giungono puntuali e gradite da ogni
parte del mondo, sono tutte per lei.
Eppure, Ashe è ancora una bambina – lo è nei più
vari diminutivi di “Ashelia” che è solito affibbiarle, nei
buffetti e nelle energiche strofinate sulla testa.
Anche mentre mangiavano, tutta la sua attenzione era concentrata su di lei.
Lo sentiva dai suoi occhi che percorrevano il tavolo in lungo e in largo alla
ricerca dei suoi, e, anche se non è quello che vorrebbe, Ashe, sprofondata
nell’angoscia di tutto questo, se lo fa bastare: non può aspirare
a nient’altro.
Le ha chiesto di restare – è tanto che non mette mano alla casa,
e ha bisogno di un po’ di tocco femminile.
«Ashe?»
Lei alza di scatto la testa: zio Al-Cid le sta sorridendo in pantaloni e camicia.
Si stravacca sul divano al suo fianco, con un braccio dietro alle sue spalle
– le dita contro la curva del braccio le bruciano la pelle attraverso
la giacca del tailleur.
«Mh?»
«Potresti evitare di costringermi a chiederti cosa non va, in modo che
tu non debba per forza rispondermi che va tutto bene?»
Lei incontra i suoi occhi con falsa serietà, e scrolla le spalle.
«Te la sei cantata e suonata da te, sai?»
«Temo di aver beccato tutte le note, però. Sbaglio?»
Quando Ashe è imbarazzata si lecca sempre le labbra in un attimo di nervosismo.
Al-Cid rabbrividisce, e cerca di ignorarlo.
«Suoni ad orecchio, non vale…» soffia lei, senza ridere. Vorrebbe
farlo. Al-Cid lo fa per lei.
«Suono col cuore, ragazzina.»
È una provocazione scherzosa per la quale lei si sente comunque indispettita.
Inghiotte stoicamente. Prende fiato. Con la bocca, come se volesse apertamente
dimostrargli come le pesi addosso tutta quella… cosa.
«Io dico che suoni a memoria, quando si tratta di me… I miei problemi
sono sempre gli stessi no? Della serie “Scuotiti, ragazzina, qualcuno
dovrebbe portarti a ballare”, come mi hai detto tre anni fa, no?»
Al-Cid osserva il suo sfogo con un sorriso distaccato, di divertita consapevolezza.
In realtà i brividi lo stanno letteralmente mangiando vivo come nugoli
di termiti – adesso lo ricorda bene perché ha mollato baracca e
burattini quando Ashe aveva quindici anni. Il fatto che adesso ne abbia diciotto
non lo aiuta.
Anzi.
«Io dico che ti si suona a memoria perché dimenticarti è
semplicemente impossibile.»
Gli occhi di Ashe scattano a fissare i suoi come se l’avesse sparata in
mezzo alle sopracciglia – e lui giura che il tono suadente non voleva
davvero davvero usarlo. Forse solo un po’.
Forse.
Lei non ribatte. Come si ribatte, a una cosa del genere?
«A questo proposito, in camera da letto c’è il vestito che
ti ho regalato. Adesso che tua madre non è qui per massacrarmi, vorrei
proprio vedere come ti sta» le sorride, ricordando come abbia scelto quel
vestito, in mezzo al sole abbagliante e al chiacchiericcio della gente, in un
misto di suoni esotici e diversi, in un caldo infernale che gli faceva scoppiare
le vene – ed era Ashe, quella. L’Ashe che ribolliva sotto la patina
composta di come l’avevano resa anni di indefessa pratica di bon ton.
Guarda sua nipote – Dio santissimo – annuire e dirigersi in camera
da letto.
In che stramaledettissimo guaio si è andato a cacciare?
*
Il vestito è lì sul copriletto di raso, ancora
avvolto nella sua graziosa confezione. Sedendosi sulla sponda del letto, Ashe
lo fissa con aria appena dubbiosa, e si guarda attorno: la stanza è moderna
e lineare. Sfiora le lenzuola fredde con un dito, e immagina la forma del corpo
di Al-Cid schiacciata su di esse. Cerca di scacciare l’immagine.
Fallisce.
Sbottona quel tailleur rigido e costrittivo su quelle stesse lenzuola, gettandone
alla rinfusa le varie parti con una certa inconfessabile soddisfazione.
L’abito è nuovo e leggero sulla pelle. Morbido e arioso, di un
giallo scintillante e… beh, discinto, si dice, guardandone con aria critica
gli spacchi orlati di pizzo e tutti i veli che, più che celare, sembrano
aver voglia di suggerire. C’è una fascia attorno alla vita –
o meglio, lei spera che vada attorno alla vita, ma sembra troppo lunga per servire
a questo scopo.
Oh beh.
Rassegnata, torna in salotto.
*
Al-Cid non è esattamente pronto a godersi lo spettacolo.
Principalmente perché l’età ha il suo peso – sa che
gli farà prendere un colpo, nella stessa misura in cui sa di essere un
masochista.
Almeno ha azzeccato la taglia, si dice, quando lei entra, le pupille che scivolano
lungo la linea morbida della sua pelle.
Sorride.
«Vieni qui» le dice con un cenno, e un’aria di inconfutabile
dolcezza sul viso «La fascia non si lega così.»
«Lo sapevo» sibila lei.
«Non si può essere onniscienti, principessa.»
Lei capitola, avvicinandosi lentamente verso la sua mano tesa. Un attimo dopo,
gli occhi di Al-Cid le stanno fissando le scapole, e le mani stanno cercando
di riprodurre una quantomeno decente interpretazione di un nodo come tradizione
vuole.
Tradizione vuole che la seta sia sottile, e le mani di Al-Cid caldissime al
tatto.
E se Ashe sta letteralmente morendo sotto il peso della loro carezza disinteressata,
Al-Cid prende nota del corpo teso sotto le dita.
Vorrebbe prendersi a ceffoni, mentre cerca di stringere la seta variopinta sulle
anche di lei, una mano appoggiata sulla sporgenza dell’osso.
Rumore di cuoio mentre si sistema un po’ meglio.
E Ashe si lascia attirare nel movimento – si siede sulle sue ginocchia
e sporge la testa all’indietro, ma lui non le dà il tempo di guardarlo
negli occhi. Si china per baciarla con un desiderio che lo sta prendendo a morsi,
affonda nella sua bocca avvolgendone la lingua con la lingua, Dio santo, senza
incontrare la minima resistenza.
«Ashe—» non apre gli occhi, non può farlo,
non quando non riesce nemmeno a respirare, con la punta della lingua di lei
che praticamente tocca ancora la sua.
Voleva essere un tentativo di riappropriarsi della propria morale.
La mano di Ashe gli afferra i capelli dietro la nuca e lo spinge a forza con
le labbra sulle sue - Al-Cid è un fiotto caldo e speziato nella sua bocca,
le toglie il fiato, e il modo in cui le sta accarezzando la lingua e il palato
le manda scariche elettriche lungo la schiena. Si staccano di qualche millimetro,
un filo di saliva luccica in controluce, Ashe si volta, il peso su una gamba
di lui.
Gli bacia un labbro. A lungo, le unghie nella sua camicia.
Buona parte della fascia che le avvolge la vita è ancora a terra, ma
il nodo è ben saldo.
«Come si slaccia questo coso, Al-Cid…»
Tradizione vuole – ed è cosa troppo articolata da esprimersi in
un grugnito solo – che nessuno, a Rozaria, si sia mai preoccupato di mostrarglielo.
«Giuro, te ne compro un altro» geme, piantando le dita nella stoffa
e tirandola via.
Ashe non conserva una maggiore dose di riguardo nei confronti della camicia
di lui: uno dei bottoni si impiglia nelle sue unghie e rotola fra le sue cosce
– nessuno lo nota, le labbra di Ashe che scivolano sul petto di Al-Cid
e quelle di lui che fanno lo stesso senza neanche preoccuparsi di scansare la
stoffa che lo copre.
C’è la traccia umida della sua bocca sulla seta, e Ashe sobbalza
quando la sente attorno a un capezzolo.
Se lui si trovasse nella condizione di riuscirci, riderebbe – è
tesa fino all’inverosimile nella sua bocca, ma può quasi sentire
il suo cuore pulsare fra le cosce, da sotto a una labile barriera di vestiti.
Fa scorrere due dita sotto lo spacco dell’abito e la sente soffocare un
gemito sulla sua spalla quando l’accarezza spostando le mutandine.
«Al-Cid…» mormora, stringendo le gambe attorno al suo polso,
le dita ruvide di lui che scivolano a fondo dentro di lei come un incendio.
Lui la fissa, ma lei non lo vede, gli occhi sono chiusi e le labbra sono aperte
quel tanto che basta per liberare lenti, voluttuosi respiri, schiacciata contro
di lui com’è, con le mani sulle sue spalle. Si fa baciare mentre
il bacino di lui preme sul suo e la sua mano la accarezza finché Ashe
non emette un singhiozzo umido e spezzato. Si rilassa su di lui, e adesso la
stoffa bagnata dà ad Al-Cid l’impressione che non abbia più
niente addosso. Sospira quando le mani di lei si appoggiano sui pantaloni, e
sfiorano l’erezione che spicca in aperta ribellione con lo spazio dei
pantaloni.
«A-Ashe, stiamo facendo una—»
«Certo che sì» replica lei, più desiderio che voce
mentre ricalca i contorni della sua eccitazione attraverso la stoffa.
«Mh…» esala lui, mentre le dita di Ashe armeggiano con la
cinta e si infilano sotto i boxer, a stringerlo con una delicatezza fin troppo
consapevole. Al momento non ha voglia di approfondire il perché e il
percome, mentre lei lo sfiora, le sue dita piccole e sottili che giocherellano
con la punta e tornano indietro. Per quello che può, dato che sente tutto
il cervello attorno a quella mano, guarda la ragazza che si sta divertendo a
osservare le sue reazioni.
Ma un uomo d’onore non geme – non dopo essersi illuso di essere
quello che sa reggere il gioco, così un suo braccio attira Ashe contro
di sé, e lei punta un ginocchio sul divano.
«Non avrai mica intenzione di far finire tutto così presto, mi
auguro.»
La mano di Ashe resta dov’è, e lei la muove appena prima di rispondere.
«Temo che dipenda tutto da te, date le circostanze…»
«Ho un’età, signorinella, non strapazzarmi troppo…»
«Sei un falso modesto» risponde bruscamente, piegandosi su di lui
e sfilando finalmente la mano dai suoi calzoni. Perde l’equilibrio, e
Al-Cid coglie l’occasione per baciare e mordicchiare la punta delle sue
dita, mentre con l’altra mano sbottona le piccole perle che le chiudono
l’abito dietro la schiena.
«E tu non dare adito a un simile atteggiamento da parte mia…»
«Oh…» ridacchia lei, con la palese intenzione di prenderlo
in giro, ma la sillaba si stira in un lamento quando la lingua di lui le lecca
le labbra e le dita sganciano il reggiseno dalla sua legittima postazione. Al-Cid
lo afferra e lo lancia nell’avveniristico vaso di cristallo sulla libreria
– l’arte moderna gli fa schifo, tanto.
Ashe lascia che le tolga anche il vestito, che ormai penzola sulle sue braccia
senza uno scopo ben definito, e sbatte contro la fibbia metallica della sua
cinta. Con un sibilo di disappunto, scivola con le mani sui fianchi di lui,
gli sfila quanto di inutile gli sia ancora rimasto addosso e gli resta in piedi
davanti – gli occhi di Al-Cid scintillano di… di voglia,
maledizione. Il suo sguardo si riflette in quello serio e fermo di lei, che
nasconde la sua, di voglia. Fa scorrere una mano sui propri fianchi nel gesto
di sfilare anche le mutandine.
«No, mia cara» la interrompe lui con un sorriso. Intreccia le dita
alle sue, sotto il cotone «Se permetti…» e attira la stoffa
verso il basso, facendola atterrare attorno alle sue caviglie. Si appoggia col
naso al suo ombelico – le ciglia e il respiro che le fanno il solletico
e la sciolgono - e deviano a mordicchiarle la piccola sporgenza dell’anca,
con le labbra che succhiano e avvolgono.
Si sposta con un fruscio, la lingua che traccia un nastro sulla sua pelle.
«Ah…»
Preme le dita nelle spalle di lui, e lui risponde affondando le proprie nei
suoi fianchi.
«Non… ah… non azzardarti a farmi—»
A tradimento, lui la fa sbilanciare afferrandola dietro le gambe, e Ashe, ancora
stordita, non può fare altro che mantenersi attorno al suo collo con
le braccia, le cosce che circondano il bacino di lui.
Al-Cid si volta, e l’attimo dopo lei è schiacciata contro lo schienale
del divano.
«Nemmeno se ne andasse del mio onore.»
«In effetti ne va del tuo onore…» esala lei senza
fiato, Al-Cid che già si morde il labbro, perché preme già
contro la sua apertura.
Per una frazione di secondo, Ashe si domanda cosa stia facendo, poi la risposta
arriva da sola, e lei reprime un gemito mentre si aggrappa alla sua bocca, spingendolo
tutto dentro di sé nel gesto.
Al-Cid respira nella sua bocca, mordicchiandole le labbra, giocando con la sua
lingua e fingendo di volersene staccare mentre lei lo reclama come una bambina
che fa i capricci, gemendo e sospirando mentre lui si muove.
«Ma che bella sorpresa…» si delizia con un gemito roco, nel
sentirla mentre lo lascia sprofondare senza alcun intoppo, le ginocchia che
premono nelle sue costole – e quel dolore ridicolo si perde nella ben
più appetibile sensazione dei loro corpi che si sfregano, mentre Al-Cid
aderisce tutto contro di lei, e Ashe segue la cadenza delle sue spinte, con
una sincronia che, fra tutte le cose che avrebbe potuto immaginare per un dopocena
come quello, è sicuramente la più incredibile.
«Al-Cid… io…» lei si mantiene con le mani sulle sue
spalle, baciandogli la fronte e i capelli e le labbra, e lui la guarda con un
sorriso velato di ironia.
«Non credo di poter affondare più di così, piccola…»
Ashe ride, fra un singhiozzo e l’altro, e appoggia la testa sulla sua
spalla quando lui si svuota, lasciandola rintronata e felice con le mani fra
i suoi capelli, il piacere che le corre per tutto il corpo.
Restano in assoluto silenzio, per così tanto tempo che Ashe si riscuote
solo quando la pelle si raffredda in un brivido, e Al-Cid la bacia lentamente,
prima di alzarsi in piedi con lei addosso, puntando verso la camera da letto.
«Non penso che il divano sia la soluzione più felice per passare
il resto della nottata… tu che ne pensi?» le chiede, con quella
sottile malizia tutta sua.
«Ho un’età, trattami con riguardo signorinella…
ma chi credevi di prendere in giro?»
*
Al-Cid si appropria di un lembo del lenzuolo per coprire meglio
tutti e due, entrambi sfiniti in ugual misura – forse Ashe ha ragione,
e lui non ha proprio un’età. Nemmeno lei dorme; si è
rincantucciata contro il suo braccio a guardare l’alba che entra a spicchi
dalla veneziana, accarezzandogli svogliatamente il petto.
«Ora però voglio sapere chi è stato.»
Ashe gli accarezza la barba sul mento, ma gli occhi con cui lo fissa sono seri
– forse un po’ malinconici, ma non spera che lei glielo faccia vedere
apertamente.
«È successo dopo che sei partito… Mamma e papà dicono
che è un ragazzo perbene, e che dovrei davvero pensarci su… cose
così.»
«Capisco» asserisce lui, glissando sul fatto che lei non abbia detto
ancora nulla di concreto.
«Beh, lo conosci, no? Rasler…»
«Chi, il figlio dei Nabradia?» inquisisce Al-Cid, con un sopracciglio
inarcato. Fare i conti non è difficile. Quando lui è partito,
entrambi avevano quindici anni, e beati i quindicenni che possono andare a letto
con le quindicenni senza rischiare la dannazione, eterna o giuridica che sia.
«Lui. Era una di quelle feste tutte piene di gente perbene, e lui era
l’unico che sembrasse perbene davvero, quando l’ho conosciuto. Poi,
beh, abbiamo cominciato a frequentarci, e beh, sai com’è…»
«No,» contesta Al-Cid, palesemente divertito – vuole sentire
tutto dalle sue labbra, la vuole sentir dipanare quel nodo da sola «non
so per niente com’è.»
«Abbiamo… sì, insomma, abbiamo…»
«Tesoro, non c’è bisogno di titubare così, qualunque
cosa abbiate fatto ti assicuro che l’ho notato abbastanza da vicino, e
con un certo piacere, anche» ride.
«Abbiamo fatto veramente di tutto.»
«Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia, mh?»
«Potremmo anche metterla così, già.»
«Ma non lo faremo, dato che avete tutta la vita davanti, quindi ogni tentativo
di giustificare l’intraprendenza da parte tua cadrebbe nel vuoto se…»
Il viso di Ashe minaccia corruccio. Devastante corruccio.
«… Se l’unica cosa a cui io stia pensando al momento non fosse
“Dio benedica quel ragazzino”…»
Ashe si sente libera di ridere mentre sale su di lui. Al-Cid poggia le mani
sui suoi fianchi.
«La prossima volta che parto ti porto con me» sussurra sulle sue
labbra, accarezzandole i glutei sotto il lenzuolo. Ashe si struscia su di lui
sillabando un grazie mentre Al-Cid sposta le mani alla base della sua schiena
e comincia a raccontare di Rozaria, del sole, dei suoi mercatini e dei dolci
al miele e delle sue spezie, a piccoli morsi mentre Ashe si sistema meglio sopra
di lui e lo sente premere contro la sua coscia.
Si muove, e le parole si diradano, ma il racconto le rimane appiccicato alla
pelle, vede il vento caldo costellato di sabbia, i giardini in fiore, e vede
lui.
E pensa che forse non è amore, ma Al-Cid la fa sentire libera perché
nel mondo “bene” non ci è mai nato, forse non ci è
mai neppure entrato davvero: è semplicemente sfuggito dalle sue fessure,
come il vento porta la sabbia di Rozaria, per gettarla sui fiori in boccio.
«Troveremo un posto» le dice, la linea scura dei suoi fianchi che
chiude la sua.
E alle sue orecchie suona come una bugia gentile.
«Sì» respira, il ciuffo scuro dei suoi capelli che le sfiora
la fronte, la bocca di lui che la cerca, annaspando come se non riuscisse a
respirare.
Magari può credergli fino allo spuntar del sole.
~
A/N 25 febbraio 2009, ore 1:13. Questo è uno di quei kink che mi porto dietro da settimane e che ho finito in un lampo dopo u sacco di stallo. Beh, gente, che dire, è una cosa indecentissima, e, proprio a voler dare la colpa a qualcuno, diamola a liz, che ha indetto la Divano Challenge e mi ha fomentata durante la stesura. Povera adorabile donna ♥. Questa è tutta per la sua adorabile persona.