Era stata
lei a chiamarlo, quella notte.
La sua trasparente, gelida presenza era scivolata silenziosa attraverso gli
spessi pannelli di quercia dietro i quali si era profondamente assopito, e aveva
soffiato una risatina infantile nel suo orecchio, rotolando giocosa sul suo
petto e appoggiandovi sopra il capo diaccio.
Heathcliff si era svegliato con un sussulto, la fronte madida di sudore freddo,
e aveva scostato bruscamente le spesse e polverose coperte del letto in cui,
da bambino, si era raggomitolato tante volte in compagnia di Catherine, e in
cui lo spettro di lei sgattaiolava indisturbato da diciotto anni, senza che
ai suoi occhi fosse mai stata data la possibilità di scorgerne anche
solo una fuggevole immagine.
Inginocchiatosi sul materasso, lanciò una lunga occhiata fuori dalla
finestra, sulla quale il vento sbatacchiava i rami dell’abete vicino.
Della neve che aveva preso a cadere quando era andato a coricarsi era rimasta
una coltre bianca spazzata dal maestrale, e nulla, eccetto quel cupo lamento,
rompeva il silenzio della notte.
Digrignando i denti, l’uomo chiuse gli occhi e appoggiò il volto
contro il vetro, tentando di recuperare un frammento di sogno che la bufera,
là fuori, sembrava si stesse impegnando a riportargli alla mente, ma,
col dilatarsi dei minuti, la collera e la frustrazione lo inondavano a fiotti
sempre più roventi e incontenibili.
Nemmeno il più navigato demone dell’inferno era così rapido
a sfuggire a occhio umano.
Serrò le lenzuola lise nel pugno, saettò con lo sguardo fra i
volumi muffiti sullo scaffale, ne ghermì uno in uno scatto collerico
e, aperta una pagina a caso, ne cominciò a leggere il nome scribacchiato
lungo l’intero margine.
Catherine Earnshaw. Catherine Linton.
Catherine Heathcliff.
In un moto di rabbia, l’uomo scaraventò il vecchio libro lontano
da sé; lo vide volare attraverso la stanza fino a che non si abbatté
contro la parete opposta e si accasciò sul pavimento, spaginato e malconcio,
come una bestiola esanime.
Heathcliff balzò fuori dal letto.
Questa volta non avrebbe avuto alcun dubbio.
***
Il terreno
sotto la neve era duro e permeato dal ghiaccio, ma Heathcliff ribolliva di un’inenarrabile
misto di disperazione e rabbia che sembrava discioglierlo. La sua vanga si sollevava
a ritmo frenetico, quasi fosse stata un cane che si avventa su un pezzo di carne
cruda.
C’era silenzio, nel camposanto: solo lo sbuffo sofferto del suo respiro
e quello lugubre del vento della brughiera, che soffiava fischiando fra le lapidi.
Catherine Linton – così recitava l’iscrizione che
torreggiava sulla testa del profanatore – riposava sul limitare di quel
fazzoletto di terra, giù lungo un pendio, accanto al recinto, e d’estate
l’erica e il mirtillo lo scavalcavano per avvolgersi materni attorno al
suo tumulo.
Ma stanotte Heathcliff l’avrebbe stretta fra le braccia, avrebbe cullato
e baciato il vuoto sarcofago dal quale era evaporata la sua anima selvaggia
ed egoista, nella speranza di dissolvere il proprio tormento, o di dissolversi
laddove lei giaceva.
La vanga gettata da un lato, afferrò la terra e la neve a grandi manciate
per lanciarle via, l’acqua sporca che colava in rivoli fra le pieghe dei
palmi e fra le unghie, che - dopo quelli che a Heathcliff parvero secoli –
raschiarono finalmente la superficie legnosa di una cassa.
Innumerevoli e inutili furono i suoi tentativi di allentare i chiodi arrugginiti
che ne sigillavano il coperchio. Solo quando scorse il sangue sulle dita decise
di arrestarsi per un gruzzolo di istanti, frustrato dalla rabbia e logorato
dal proprio desiderio.
Gli occhi gli lacrimavano per il troppo vento, e il gelo li stava trasformando
in due bulbi di ghiaccio. L’incisione impressa sul marmo della lapide
lo derideva dall’alto.
Catherine Linton.
Linton.
Scolpito sulla pietra per l’eternità, una beffa imperitura ai suoi
danni che stringeva i chiodi che tenevano Cathy gelosamente custodita sul fondo
di una bara.
Un cognome che un uomo aveva scritto sull’orlo di una fossa per rendere
sua moglie una donna che non era mai stata sua.
Come se un cognome fosse mai bastato.
Ma così era, sibilò, con i polsi che gli tremavano.
Si rizzò in piedi e sputò con odio sulla pietra tombale, prima
di afferrare la pala per forzare il feretro.
Gli fu sufficiente trovare una piccola fessura perché, con un colpo secco,
il coperchio ruzzolasse via in una miriade di schegge, e lui cadesse fra i frusti
cuscini della bara.
Per una frazione di secondo, mentre tentava di riaversi dal proprio stordimento,
fissò il lembo di merletto ingiallito di una manica, per poi trascinarsi
sulla neve.
Era un prodigio del diavolo.
«Cathy.».
Nulla era sfiorito.
Lei era come Heathcliff l’aveva serbata nella propria memoria, fresca
come il giorno in cui la vita le si era asciugata dalle guance.
Sul viso affilato riluceva il marmoreo biancore della morte, e i suoi capelli
– tutti perfettamente intatti – incorniciavano in mille boccoli
bruni un vacuo sorriso, slavato e indifferente come quello di un angelo che
non ha occhi per gli uomini.
Una mano di Heathcliff si sollevò, scossa da un lieve tremore, per accarezzare
quella liscia e minuta che ricadeva lungo i fianchi inerti.
Era piccola, infantile.
L’impeto che l’aveva animata era stato oramai lacerato come una
vecchia tenda.
Risalì con un dito lungo la sua guancia.
«Conoscendoti,» non poté trattenersi dal mormorare «potrei
quasi dire che tu sia rimasta in vita sottoterra per fare dispetto a me.».
Seguitò a osservarla per lunghi minuti, finché l’atona serenità
del suo sonno non lo riempì a tal punto che lui si gettò su di
lei, per tirarla fuori da quel letto esanime.
Se la mise rannicchiata contro il petto, le dita attorcigliate fra i riccioli
e gli occhi che non riuscivano a distogliere l’attenzione dal suo viso.
«Solo perché ti ho chiesto di assumere ogni forma, tu, per capriccio,
hai deciso di non prenderne nessuna! Nemmeno la mia preghiera sei stata in grado
di accogliere, maledetto demonio!» ruggì, con voce rotta dall’ira.
Abbracciava il corpo di Cathy senza essere più in grado di controllare
i singhiozzi e la furia di cui era preda.
«Mi sfiori, ti accucci sul mio letto, ti acquatti in ogni angolo e poi
ti nascondi ai miei occhi, senza concedermi nemmeno un debole riflesso che potrebbe
far dormire la mia anima nella tua pace! Sei dunque tu a decidere come farmi
scontare la mia pena? È questo il prezzo che io debbo pagare
perché tu ti sei rifiutata di seguire il tuo cuore?».
Gli rispose solo il lugubre fremito degli abiti di lei malamente arruffati dalla
bufera.
Lui si addentò il labbro con forza, aggrappandosi a quei sottili strati
di seta ammuffita.
Un singhiozzo violento vibrò nel cuore immobile di Catherine, e il vento
trascinò lontano il suo pianto infinito, intervallato appena da una fervente
cascata di invocazioni e bestemmie.
«… e se io ho avuto il fegato di strapparti dal tuo sudario, abbine
tu per venirmi a strappare da te, sciocca codarda incapace di pronunciare il
mio nome anche sul letto di morte!».
Ma Cathy non avrebbe mai osato infliggere alle proprie spoglie mortali il castigo
che nessuno di loro aveva potuto impartire alla sua anima, ancora intrappolata
nel selvaggio mare d’erica della brughiera.
Semplicemente, Cathy restò ad osservare come lui fosse intento a carpire
ogni minuscolo particolare a cui non aveva mai potuto prestare attenzione prima
di allora.
Quanto sottili fossero le sue labbra.
Quanto folte fossero le sue ciglia, e quanto Catherine assomigliasse a una bambina,
nel suo corpo sottile di ragazza, nel suo viso affilato, nei grandi occhi castani
e selvatici che non avrebbe mai più dischiuso. Occhi nei quali aveva
visto viaggiare a folle velocità tutta l’arroganza, l’amore
e la stupidità del mondo.
Occhi che mai davanti a Linton avevano avuto l’ardire di mostrare quale
intrico di passioni violente e arbitrarie gonfiasse davvero il cuore di lei.
Eppure per lui non era stato difficile. Come avrebbe potuto esserlo, quando
Catherine era l’unica destinata ad essere l’altra metà della
sua anima, e aveva preferito lasciarsi morire nella scia di quel desiderio ineluttabile,
anziché assecondarlo come avrebbe dovuto fare fin dal principio.
Aveva preferito illudersi, e crederlo non un’anima complementare, ma lo
specchio del suo spirito.
Aveva preferito non porsi limiti, s’era accaparrata l’amore di due
uomini con la pretesa che si riconciliassero fra loro in nome dell’idolatria
che lei era convinta le dovessero.
E si era innalzata sopra di loro, lasciandoli ad adorare un’immagine ormai
scolorita.
Come nebbia sul far dell’alba.
Anche se lei era lì, solida, gelida carne fra le sue braccia.
«Non vi è pace in me, Heathcliff.» rise una vocina
sottile.
Heathcliff, esterrefatto, sollevò lo sguardo.
E la vide, candida, seduta sulla propria lapide, piccina, e se la ricordò
quando solevano sfrecciare insieme nella brughiera.
«Cathy?».
La bambina non trovò ragione di sottolineare l’evidenza.
«Sono al disopra dei tuoi occhi, non delle tue sofferenze. O delle
mie.».
Spiccò un piccolo balzo perché i piedi perlacei affondassero nella
neve, poi scivolò all’interno del suo antico corpo come se fosse
stato una culla tanto agognata.
Heathcliff fu attraversato da un brivido quando si accorse che il cuore di Catherine
batteva selvaggiamente contro il suo, non attraverso le vene, ma nella sue testa:
il suo pulsare ininterrotto gli diceva che non era il flusso caldo del sangue
ad animarla, ma la sua stessa anima.
Annichilito, la vide aprire lo sguardo sornione nel suo, e le mani esili che
si agitavano per adagiarsi sui suoi palmi.
«… Ma ciò ti arreca assai più sofferenze di quelle
che avevi pregato a me.».
Nell’alzarsi, Heathcliff la attirò contro di sé, gelando
fino alle ossa quando sentì che il suo corpo era ancora freddo come porcellana.
Prigioniero della sua incredulità, mentre la accarezzava sul viso, udì
le proprie parole squarciare il velo in cui era stato avvolto.
«Quale sarà il prezzo di tutto questo?» chiese, in un misto
di dolcezza e astio, beatitudine e tormento.
Cathy gli circondò il collo con le braccia, prima di muovere qualche
passo indietro, senza alcun rumore, i piedi nudi che sprofondavano nella neve.
«Tutto quel che ti resta. E hai una sola notte per offrirmelo fino all’ultima
briciola.».
Heathcliff vide nitidamente l’immagine del proprio corpo che si sgretolava
come una statua di sale per finire fra quelle mani esangui.
Afferrò con forza quelle spalle, i capelli di lei che gli finivano sul
viso e fra le mani, le braccia sottili aggrappate a lui che lo stringevano in
un anello di ghiaccio e la sua guancia gelida contro la sua, a risucchiargli
il calore dal viso.
«Non mi inviti a ballare?» bisbigliò.
«Credi di meritarlo?» fu la risposta di lui, che tentava, con scarso
successo, di coprire il proprio struggimento con una maschera di ostilità,
stringendola con un impeto tale che, in altre circostanze, l’avrebbe uccisa.
Non volle una risposta, né Catherine volle concedergliela, mentre lo
avvinceva a sé in una giravolta, costringendolo ad abbracciarla come
se il vento che ululava fra le tombe fosse il suono di un valzer, e loro i ballerini
in una bianca sala addobbata a festa, trasportati al ritmo di un feroce incantesimo
che li faceva vorticare come fuliggine nelle spire di un uragano.
Danzavano in rapita contemplazione, in un turbine sempre più allucinato
e frenetico di piedi e ginocchia, di merletti e neve, cozzando l’una contro
l’altro, il fuoco negli occhi e il gelo sulle mani mentre si stringevano
convulsamente, volteggiando con uno slancio così impetuoso che il cimitero
divenne una macchia sfocata davanti ai loro occhi, punteggiata dei fiocchi bianchi
che adesso scendevano dal cielo in uno sciame in balia della tempesta.
Improvvisamente, Heathcliff fu preso dallo strano terrore che Catherine fosse
della stessa labile costanza, e che, allo stesso modo, avrebbe potuto sfaldarsi
in mille bruscolini che si sarebbero dissolti nell’aria.
Quando la strattonò contro di sé, serrandola fra le braccia con
avida gelosia, lei si arrestò per poi fissarlo in viso, splendente di
una serenità che mal si adattava al suo animo, e che sembrava prendersi
velatamente gioco di lui.
A labbra strette, Heathcliff la scrutò con il suo sguardo senza fondo,
quasi volesse incenerirla, ma Catherine non smorzò affatto la luce angelica
e maliziosa del suo sorriso mentre eludeva l’abbraccio in cui lui l’aveva
intrecciata, allontanando le dita dalle sue con un’insoffribile, carezzevole
lentezza.
«Non vorrai abbandonarmi ancora!» si scagliò lui, trattenendo
con violenza le sue mani e sperando di nascondere il pianto sotteso come un
filo nella sua voce.
La risatina leggera e trillante di Cathy salì oltre il rombo del vento,
scintillante e glaciale come un fiume.
«Oh no, Heathcliff, caro.» sussurrò, appoggiandosi contro
il suo corpo intirizzito. «Non più.».
Fu come se il suo respiro si fosse scaldato, mentre si sollevava sulle punte
per accarezzare le labbra di lui con le sue.
Heathcliff si accasciò docilmente su di esse, mentre l’inverno
gli calava nelle vene come un veleno tanto atteso, e gelava finanche i suoi
pensieri.
Scivolò rapidamente nelle acque profonde e scure di un mare ghiacciato.
Poi, trovò l’appiglio delle manine di Cathy e, senza alcuna esitazione,
vi si aggrappò e risalì in alto, cullato fra le sue braccia.
Quando cadde nella neve, stringendola disperatamente, il cuore si era già
arrestato in un sospiro di sollievo, e riposava, placido e immoto, accanto a
quello altrettanto quieto di Cathy, rannicchiata al suo fianco come se si fosse
appena addormentata.
***
Fu difficile,
per gli abitanti di Gimmerton, stabilire se le circostanze della morte di Mr.
Heathcliff fossero più scandalose del modo in cui aveva trascorso la
propria vita.
L’avevano ritrovato così, mezzo sepolto dalla neve che aveva continuato
a cadere incessantemente per tutta la notte, disteso accanto alla tomba orribilmente
sventrata di Mrs. Linton e abbracciato al cadavere di quest’ultima. Il
gelo e il rigore della morte avevano letteralmente calcificato la sua stretta,
dimodoché nessuno, il mattino seguente, fu più in grado di separare
le due salme, fra il mormorio e l’orrore degli astanti, ancora basiti
dallo stato del corpo di Mrs. Linton, per nulla scalfito dal tempo.
Lo sgomento di Mr. Linton fu, se possibile ancora più profondo: fu lui,
durante la sua visita mattutina alla tomba, a rinvenire il cadavere del padrone
di Wuthering Heights con quello della sua defunta consorte fra le braccia.
La sua servitù si era precipitata a prendere visione dell’incresciosa
vicenda insieme a tutto il villaggio. Nessuno, fra loro, riusciva a capacitarsi
dell’abiezione di quel satanasso, che, invece di raccomandarsi a Dio in
vista dell’ultimo respiro, aveva preferito profanare un sepolcro.
Eppure qualcos’altro ebbe il potere di scandalizzarli più del fatto
stesso: l’arrendevolezza di Mr. Linton che - vistosi incapace di far distaccare
i due corpi - aveva dato ordine che fossero seppelliti insieme, stando ben attento
a non far trapelare, in quel gesto, il proprio senso di sconfitta davanti ad
occhi estranei.
Solo Nelly, accanto a lui, restò in composto silenzio, nonostante la
sua disapprovazione.
Fissò a lungo lo sventurato scenario di fronte a loro.
Si disse che era esattamente quel che Mr. Heathcliff meritava, nonostante trovasse
tale scelta oscena e dissacrante. Si disse anche che, a dispetto di tutto, quella
era un’offesa inconcepibile da mente umana.
E che mai aveva visto tanta quiete impressa sul volto di entrambi.
***
A/N 11 settembre 2007, ore 1:06. Ultima fic dell’estate, ultima notte di bagordi prima che riprenda il tram-tram della mia grama e logorante vita scolastica XD. Partecipante al concorso di Storie Inquietanti indetto da Harriet e frutto dell’insana botta di ossessione/adorazione che mi ha assalita nei confronti di “Wuthering Heights”, questa è una storia che si ispira al concept di “It’s All Coming Back To Me Now” di Céline Dion, ed è sicuramente una delle cose più insopportabilmente difficili che mi sia mai capitato di scrivere. L’ho addirittura riscritta, e spero che quella vuotezza che avvertivo più marcatamente nella stesura della prima versione si sia smorzata e non sia arrivata a voi più di tanto. Ad ogni modo, la dedico, con mille ringraziamenti, a Michiru, che mi ha suggerito di riscriverla, e a Silvia e Patrizia, che l’hanno gradita tanto e che, di conseguenza, l’hanno fatta amare anche a me <3! OH. Il titolo è una citazione dalle versione inglese del romanzo.
Grazie a tutti!