The Nabradian affair
«Immettiti nella seconda sala a destra.»
«Sì» Ashe soffiò nella ricetrasmettente stretta
nel solco dei seni, nell’elegante scollatura nera del vestito, e i suoi
tacchi picchiettarono con disinvolta grazia sul pavimento di marmo arabescato,
infilandosi fra gli ospiti intenti a chiacchierare in languidi giri di valzer.
Lei li evitò, tenendosi vicina al tavolo del buffet, un bicchiere di
Martini in mano – la sala era gremita, e non era facile intrufolarvisi
con savoir-faire per passare alla successiva.
«Veloce, Ashe, veloce!» sibilò Vossler nel suo
orecchio, in un moto di brusca agitazione «Le spie di Rozaria potrebbero
essere già qui, e non possiamo permettere che prendano il rullino!»
Lei ascoltò il rimbrotto di Basch in direzione del tono aspro del compare
e sospirò.
«Non sono io quella che è stata retrocessa alla posizione furgone!»
Dal furgone suddetto, Basch alzò gli occhi, trangugiando un sorso di
caffè.
«Su, non è il momento di litigare… piuttosto, riesco
a vedere la sala. Lì ci dovrebbe essere uno dei nostri. Chiedi di Rasler.»
Ashe si preparò ad avventurarsi all’interno del salone con le
dovute precauzioni – il silenzio che l’avvolgeva la insospettiva,
così come non la rendeva tranquilla il grande lampadario di cristallo:
era stato spento, segno che l’area era preclusa agli ospiti. Entrava
il vento profumato dei boschi che circondavano Nabudis, e il freddo le faceva
venire la pelle d’oca. Si decise a entrare con falsa disinvoltura, le
braccia incrociate sul petto.
Appoggiato alla balaustra, tuttavia, sembrava esserci un ospite poco interessato
al cicaleccio mondano, i capelli arruffati ad arte mossi dal vento, e un profilo
slanciato fasciato in un completo nero a righine bianche di pessimo gusto.
«Ashe, questa cosa non mi piace» borbottò Vossler.
Ashe aggrottò le ciglia.
«Rasler è biondo e pallido come uno svedese» puntualizzò
Basch.
Adesso poteva cominciare a preoccuparsi, si disse, avvicinandosi al davanzale.
«Se ha freddo posso chiudere» mormorò suadente la voce
dell’uomo, con accento marcatamente straniero, quando Ashe si appoggiò
con i gomiti sulla ringhiera, a fianco a lui.
Rise educatamente.
«E chiuderci fuori?»
«La musica si sente anche da qui. Potremmo ballare» suggerì,
in un piacevole sdrucciolare di sillabe andaluse.
Che spaccone.
Ashe sorrise di nuovo.
«Vuole farmi credere che si è ammessi a una festa simile senza
un partner?»
«Potrei dire la stessa cosa di lei, signorina…» ridacchiò
lui, fissandola con brucianti occhi d’ambra.
Non doveva avere più di trent’anni, e aveva una notevole presenza,
di cui sembrava pienamente consapevole. Sembrava atletico, e un velo di barba
gli dava un’aria fintamente trasandata. In realtà, Ashe avvertiva
distintamente il profumo avvolgente e pulito della sua acqua di colonia, e
rise nei suoi pensieri di questi salamelecchi inconfondibili – Rozaria
avrebbe dovuto mettersi l’anima in pace, ed esportare prodotti meno
caratteristici per le questioni delicate.
Appoggiò il suo Martini negletto ai piedi dei tacchi a spillo e gli
tese la mano.
«Ashelia B’nargin Dalmasca.»
«Al-Cid Margrace» le rispose lui, con un sorriso da gatto. Non
tese la propria mano di rimando, preferì prendere quella di lei e baciarla
lievemente.
Quando aveva già la pistola a mezz’aria, si trattenne dal palesare
una smorfia: lei l’aveva preceduto, e lo teneva sotto tiro con mezzo
secondo d’anticipo.
Sospirò con delusione.
«Per sprecare un così giovane fiore, la Repubblica di Dalmasca
deve essere a corto di personale!»
«Almeno Dalmasca non usa lo stampino, señor…»
lo rimbeccò lei, con una nota di soave dispetto. Indietreggiò
in uno scatto, e così fece il suo avversario.
«Vuole qualcosa che purtroppo mi appartiene già, suppongo!»
ammiccò Al-Cid, ben sapendo che, se davvero avessero sparato, sarebbero
entrambi morti all’istante.
«Mi dia quel rullino» lo apostrofò seccamente Ashe, stanca
dei convenevoli.
*
«Dio mio, questa è la volta buona che si fa ammazzare!»
esclamò Vossler, passandosi una mano fra i capelli. Basch si limitò
a un cenno di diniego.
«Beh, d’altronde solo morta cadrebbe fra le braccia di un bellimbusto
come quello…»
Il collega non rispose - bevve rumorosamente quel che restava del proprio caffè,
e osservò Basch riaprire la comunicazione.
«Gambe in spalla, Ashe!»
«Detto fatto» commentò Vossler, asciutto.
Con un ringhio, Basch si concentrò sul monitor.
*
A Rozaria non erano evidentemente abituati a ricevere ordini,
prese atto Ashe con amarezza.
Si era sporta in tempo oltre il parapetto, evitando il proiettile che era esploso
dalla pistola di Al-Cid, abbastanza in ritardo perché potesse evitarlo.
Adesso, tuttavia, penzolava nel vuoto col nemico accanto, e non poté
non aggrapparsi agli intarsi dei cornicioni.
Purtroppo per lei, Al-Cid possedeva l’agilità di una pantera, e
il vento fischiava forte, quella sera, il che significò ritrovarselo
perfettamente in piedi dietro la schiena.
«Ashe, cerca di bloccarlo fra il quinto e il sesto piano dell’albergo,
Rasler sta salendo con i rinforzi, sarà qui nel giro di dieci minuti!»
«Ma sì, Basch, già è appesa al cornicione del quindicesimo
piano! Cos’altro vuoi chiederle, il salto da un treno in corsa?»
Basch si trattenne dallo strangolarlo, e si sentì quantomeno rincuorato
nell’attimo in cui vide Ashe che, giustamente sorda ai rimbrotti di Vossler,
abbatteva il fragilissimo cristallo nabradiano della vetrata con una poderosa
spallata.
*
I frammenti piovvero sugli ospiti terrorizzati in un fracasso
terrificante, ma Ashe ebbe modo di farsi diventare le orecchie rosse di rabbia
nell’udire, nonostante tutto, il commento del rozariano.
«Cosa dovrebbe farsene una ragazza così bella, di un dossier sulle
armi atomiche di Nabradia?»
«Ostacolare Rozaria nell’imitarne l’esempio è un buon
inizio!» replicò lei con astio, la pistola nuovamente puntata su
di lui.
«Gliel’assicuro, mia cara. Se la guerra si potesse evitare, avrei
già provveduto.»
Ashe non si lasciò impressionare, e tentò, piuttosto, di colpirlo
con un calcio in pieno viso, forte della pericolosità dei propri dodici
centimetri di tacchi, ma Al-Cid dimostrò, ancora una volta, di esserle
superiore, parandosi con un braccio.
Lei vacillò senza cadere, lanciandosi al suo inseguimento quando lo vide
scivolare lungo la ringhiera di mogano, giù per la tromba delle scale.
Emulandone la trovata, Ashe riuscì a bloccarlo cadendo sulla sua schiena
alla fine della corsa, a cavalcioni su di lui.
«Tanga di seta, mh?»
Lei non raccolse la provocazione – rotolò rapidamente da un lato
e lo calciò. Al-Cid non osò sollevarsi dal pavimento, ma sparò
nella direzione di Ashe, colpendo due piatti ornamentali, che si frantumarono
in un tintinnio infernale.
Ashe balzò in piedi, e Al-Cid si ritrovò a doverla seguire di
nuovo, nel tentativo di ingaggiare un combattimento corpo a corpo.
In equilibrio sulla nuova rampa di scale, Ashe lo afferrò non appena
fu alla sua portata, e fu particolarmente fiera di sé, quando riuscì
a piegargli un braccio dietro la schiena, con tanto di beretta in mano, ignorando
il tifo spudorato dei due uomini nel furgone.
Con un sorriso di vittoria, scivolò dietro di lui e intensificò
la stretta. Non riuscì a strappargli una vera e propria esclamazione
di dolore, ma rise quando premette il corpo contro il suo, accostando le labbra
al suo collo, la mano libera che si tendeva sulla camicia e sotto la giacca,
in una languida, giocosa carezza.
Appoggiò le labbra al suo orecchio.
«Dica a Rozaria che stavolta vinco io, Al-Cid.»
«Cos—»
Ashe lo lasciò andare, scattando come una molla alla massima velocità
che le scarpe le consentivano, e lui le tenne dietro, la mano che s’infilava
nella tasca interna della giacca e riemergeva vuota.
Sogghignò.
«Piccola strega!»
Ashe si voltò per sparare, almeno a scopo intimidatorio, attraverso il
corridoio ormai vuoto. Prese la colonna, incidendo quattro fori nel marmo.
Caricò di nuovo, pregando Dio che stavolta Vossler non avesse risparmiato
sui proiettili.
«Ammazzalo, no?» sbottò Basch, irritato, e seriamente
preoccupato dal pensiero che lei potesse davvero lasciarci la pelle.
«Voglio avere le prove per accusare Rozaria di spionaggio!»
«E io voglio portarti al poligono per una rinfrescata!»
ruggì Vossler in sottofondo.
Decise di soprassedere con un sospiro affannato mentre correva, intercettando
la targa d’ottone del sesto piano.
Ghignò anche lei, e non si accorse che, sulla lucida superficie dorata,
l’espressione di Al-Cid era pressoché identica alla sua.
Grata al Cielo per il furioso rumore di elicotteri che aleggiavano ronzando
come enormi mosche di metallo, Ashe spalancò il monumentale ingresso
della terrazza, e Al-Cid sgusciò subito all’aperto, la pistola
di lei puntata addosso.
Gli aerei seguitarono a volteggiare placidi quando Al-Cid diede loro la schiena.
Pur non capendo a che gioco quel Rasler stesse giocando, Ashe corrugò
la fronte e si lanciò di nuovo verso il suo nemico e—
E non si accorse della mano di lui già saldamente stretta attorno a uno
dei due pattini d’atterraggio, perché lui aveva graziosamente inclinato
la testa, con tutta la serenità di questo mondo, e l’aveva baciata,
in un morbido effluvio di acqua di colonia, per poi sollevarsi in volo.
«Dite a Dalmasca che vinco io, mio bel fiore del deserto.»
Ad occhi sgranati, Ashe guardò prima il rullino che Al-Cid stringeva
fra due dita, poi il decolleté da cui l’aveva sottratto.
Poi lo guardò allontanarsi, lo guardò lanciare una manciata di
petali di rose rosse nel mandarle un bacio con la mano libera, con la giuliva
connivenza di un branco di doppiogiochisti.
Maledetto Vossler e l’affidabilità dei suoi nominativi!
«Spaccone!» urlò, così forte da sentirsi spellare
la gola, il vento e i petali che la schiaffeggiavano.
Li avevano fottuti! Fottuti da un branco di talpe in elicottero!
Con un ruggito, aprì la comunicazione.
«Basch, lasciami una ciambella con la glassa.»
~
A/N 8 maggio 2009, ore 0:45. Ci pensavo tipo da ieri, poi pomeriggio la liz mi ha benedetta ed è uscita fuori lei ?, che è fondamentalmente una piccola AU stronza senza pretese, e più gen di quel che sembra, nonostante il bacio sia stato la prima cosa concreta che mi sia venuta in mente. Ho decisamente un’insana ossessione per le mini-AU <3.