Ottobre aveva infuso in tutti gli abitanti di Thrushcross Grange
un’uggia talmente persistente che Mrs Linton se ne sentiva profondamente
irritata, al punto che, una mattina, decise di restare a letto. Pur dimostrandosi
preoccupato, suo marito preferì non enfatizzare troppo la questione,
e non indagò troppo sul suo stato di salute.
Come se covasse rancore verso di lei, osservò Catherine, avvolgendosi
fra le trine delle coperte e rivolgendo alla finestra uno sguardo di esacerbato
corruccio.
Grossi riquadri di fredda luce autunnale galleggiavano deformi sulla parete,
mentre il sibilo sommesso di un qualche spiffero rompeva il greve, pensoso silenzio.
Edgar stava acuendo sempre più la propria repulsione nei confronti di
Heathcliff nascondendo il suo disgusto dietro una fredda facciata di cortesia
– evitando addirittura di pronunciarsi in merito anche in assenza del
suo detestabile ospite. Tipico della sciocca volubilità dei Linton, si
disse, e ringraziò il Cielo di averle dato la tempra sanguigna degli
Earnshaw, perché portasse un po’ di colorito in mezzo a quella
pusillanimità. E quello stesso sangue, ora, scalciava invelenito, mal
sopportando il pensiero che, su entrambi i fronti, Heathcliff e suo marito stessero
dando fondo a tutte le loro energie per distruggere qualunque letizia derivasse
dalla tanto agognata vicinanza di entrambi – come potevano solo pensare
di perseguire quella strada, quando lei era pietra miliare della vita di tutti
e due? Quanto si stavano adoperando, quegli sventati, nel contendersela sul
ciglio della codardia dell’uno e della perversità dell’altro?
Aveva ben ragione, Edgar, di temere Heathcliff: lei stessa, che pure lo conosceva
meglio di chiunque altro, sapeva quanto potesse rivelarsi rapace, specialmente
con chi destava in lui una palese antipatia. Suo marito, ahimé, si dimostrava
l’acme di quanto Heathcliff potesse trovare di disprezzabile in un suo
simile, e Mrs Linton non riusciva proprio a dargli torto, e, per quanto riguardava
Isabella… oh! Isabella non era finanche degna di un’altra parola
dalle sue labbra. Che strepitasse fino a diventare muta! Aveva fatto tutto ciò
che era in suo potere per distrarla da quella stupida, capricciosa fantasia
– Heathcliff non avrebbe mai potuto amare la sorella di Edgar, non fino
a quando avesse continuato ad amare—
Serrò le labbra attorno all’inconfutabile verità del pensiero:
non aveva dimenticato il motivo del suo matrimonio – o meglio, il motivo
che lei aveva addotto ad esso. Erano state tante, le cose che aveva avuto in
sorte legando il suo destino ai Linton: il fatuo, placido amore di Edgar, una
posizione rispettabile, la raffinata compagnia di Isabella, un futuro solido
e terso, nella sua semplicità. Certe cose non dovevano essere dette.
Ma Heathcliff – Catherine rise forte – Heathcliff era la sua anima.
Non disprezzava affatto la presenza di qualità così esecrabili
in lui, come tutta Gimmerton e la sua cerchia di conoscenze traevano invece
diletto nel fare: perché avrebbe dovuto fare il contrario, e accollarsi
un’ipocrisia inutile? Preferiva di gran lunga guardare ad esse con lucido,
sereno cinismo.
Agire altrimenti avrebbe significato provare la stessa repulsione verso se stessa.
Si alzò speditamente dal letto per andare a raggiungere la finestra.
Da lì, scrutò a lungo il lento e naturale sfiorire di Thrushcross
Park, con le mani allargate sul vetro ghiacciato. Rabbrividiva: nel camino,
il barbaglio morente di qualche brace e, addosso a lei, una veste troppo sottile.
Con quel freddo, Isabella – Catherine riusciva a riconoscerla dai fulgidi
boccoli biondi che sfuggivano al cappello – passeggiava a capo chino fra
le foglie cadute, in uno sfoggio di evidente tetraggine, tallonata da Nelly
che sembrava vanamente intenta a convincerla ad avvolgersi nella pelliccia che
le porgeva.
La scena la punse al cuore, inducendo Mrs Linton a distogliere lo sguardo: immaginò
Edgar che, adombrato dalla stessa espressione, se ne stava chiuso nel suo studio,
chino sulle sue carte e schiacciato da uno sforzo di sopportazione che lei riteneva
alquanto irragionevole.
Tornò a guardare di nuovo fuori, alzando gli occhi verso i rami degli
alberi nudi e protesi nel cielo di metallo.
Qualche fragile foglia resisteva ancora con inutile tenacia: la prima folata
di vento le avrebbe disperse in uno sbuffo di polvere, e nulla avrebbe lasciato
al mondo del loro felice rigoglio.
Debole e infreddolita, tornò a sedersi sul letto, scaldandosi le piccole
mani gelate con il fiato, pervasa da un pesante senso di nausea che le stringeva
lo stomaco – pensare che avrebbe toccato cibo entro breve la faceva sentire
peggio.
Quegli infelici risvegli duravano già da un po’: svenimenti e rigurgiti
la coglievano spesso, tanto che, in segreto, Catherine sospettava che lo stiracchiarsi
sotteso della faida fra Heathcliff ed Edgar la stesse portando alla tomba. La
sua salute non poteva più tenere il passo di tutta quella tensione, e
quegli accessi la allettavano per l’intera giornata – un lusso che
il suo temperamento non aveva assolutamente voglia di concedersi.
Seccata da quel cedimento, puntò le braccia sulle coperte fino a che
non le tremarono violentemente, ma Catherine rimase indifferente al loro segnale.
Un attimo dopo, il suo corpo le diede evidentemente il benservito per la sua
testardaggine, perché si piegò in due e vomitò sul pavimento.
Si riebbe immediatamente. Infastidita e scombussolata, tese l’orecchio
per carpire i passi di Ellen e di sua cognata, di ritorno dalla loro triste
passeggiata.
«Nelly!» chiamò imperiosamente, alzandosi e tirando il campanello.
Tuttavia, non fece in tempo a sentirne il suono: come se qualcuno l’avesse
investita con uno scroscio d’acqua bollente, si rovesciò, incosciente,
al suolo.
*
Il dr Kenneth si fece strada fino alla Grange, guidato da una
Nelly stanca del tergiversare generale.
Quando fece di nuovo il suo ingresso nella stanza, la padrona si era ripresa.
Visibilmente pallida, era seduta sul letto, la schiena contro la testiera e
i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle. Con sguardo stranito, osservava
il dottore bevendo a piccoli sorsi una tazza di the.
«Incinta?» si accertò, più frastornata che rallegrata
dalla notizia, mentre Nelly trasecolava, pur aspettandosi un simile responso.
«Sì, Catherine. Stando così le cose, debbo ricordarti che
la tua salute non sopporterà più alcuno strattone.» e sia
a Catherine che alla sua domestica sembrò che le ultime parole fossero
piene di un’enfasi ammonitoria di cui lei ridacchiò fra sé
e sé, pensando alla colazione che avrebbe dovuto sostenere con Heathcliff:
la sua compagnia la faceva sentire se stessa come non lo era mai stata, e la
spaventava il non sorprendersene affatto.
Annuì soltanto alle parole del medico, ringraziandolo affettatamente
– i modi di Mrs Linton erano gli stessi di Catherine Earnshaw, ma Catherine
se ne serviva quando ricercava espressamente la compagnia di una più
raffinata combriccola, mentre Mrs Linton…
Mentre Mrs Linton?
«Detto questo, vado, Catherine, e ti lascio ai tuoi ospiti—».
Al dottore non era stato dato nemmeno il tempo di finire la frase, né
Catherine aveva potuto inarcare un sopracciglio, che già una cameriera
si era precipitata su per le scale, trafelata.
«Mr Heathcliff aspetta di essere ricevuto, signora.».
«Digli di attendere. Nelly, i miei vestiti.» impartì Catherine,
senza prendere fiato fra un ordine e l’altro. Scivolò rapidamente
fuori dal letto, in evidente subbuglio, perché il tramestio dei passi
del suo ospite era già vicino alla porta. Fece appena in tempo a strappare
un lungo scialle scuro dalle mani della domestica.
Heathcliff spalancò la porta con un gran tonfo.
«Incinta? Di Linton?».
«Fuori, tutti fuori.» intimò freddamente la padrona, senza
distogliere i suoi occhi da quelli di lui, che gettavano lampi per tutta la
stanza. Il dr Kenneth e la cameriera si apprestarono ad ubbidire, solo Nelly
tentennò sul ciglio della porta con aria grave.
«Ho detto tutti fuori!» gridò, i lineamenti alterati dalla
collera. Nelly capitolò, indignata e rattristata insieme, chiudendosi
la porta alle spalle.
Un sudario di irrespirabile silenzio calò sulla stanza.
Catherine scoccò a Heathcliff uno sguardo serio, scintillante di tacito
fervore. La sua calma era una miserrima finzione: glielo confermavano il rabbioso
afflusso di sangue alle orecchie e al viso, e l’improvviso rigore che
l’aveva invasa.
Catherine Earnshaw non era cambiata: una sola parola bastò a dargli ragione.
«Ti è così immensamente difficile» sbottò lei,
tradendo all’istante la stizza che la scuoteva selvaggiamente «acquisire
una sola parvenza di felicità per il corso che la mia vita ha preso?».
Non urlava, no: digrignava i denti e pestava i piedi, ma voleva ben evitare
che tutti potessero sentirli. Bisognava dirlo, era diventata una padrona di
casa quantomeno – accennò una smorfia di disgusto – passabile.
«Perché, tu per prima vuoi farmi credere che me ne stai dando motivo?»
inquisì lui, con la stessa foga, i fondi, torvi occhi neri che dardeggiavano
sinistramente su di lei.
«Potrei anche riuscirci, se tu…».
Se tu? Se tu cosa.
«No, Cathy.» la interruppe Heathcliff, e solo allora prese ad avvicinarsi
a lei «Il solo fatto che tu, adesso, ti trovi in questa casa, e non dove
dovresti essere, mi fa pensare che tu non abbia la minima idea di cosa voglia
dire dover vivere strappati alla propria anima!».
«L’ho saputo anch’io, invece, per tre anni.» rispose,
con il viso tirato in una maschera di stanchezza e tormento.
«Te ne sei consolata presto.» rimarcò l’uomo, per nulla
incline al compromesso, né persuaso dal piglio vivamente logorato di
cui Catherine lo stava rendendo partecipe. Lei si appoggiò alla finestra,
il suo corpo sottile attraversato dalla grigia luce d’autunno.
«Non scambiare per consolazione una scelta che ho preso per necessità.».
A Heathcliff sembrò un fantasma, nel riverbero mattutino che la inargentava,
e nella scabra durezza del suo tono di voce.
«Non certo per la necessità di entrambi, lo sai fin troppo bene.».
«Se non sai di cosa stai parlando, ti conviene tacere!» tentò
di silenziarlo lei, non reprimendo uno scatto adirato, e rivelandogli, così,
che il suo tono si era quasi rotto in pianto.
«Sospetto sia ora che tu mi porga qualche stramaledettissimo indizio,
allora!» ruggì lui, aspettando, dalle sue labbra, una confessione
che – ne era perfettamente consapevole – non avrebbe fatto nulla
per garantirgli una pace che lui stesso considerava ormai dissolta da tempo.
«Sposare Edgar era l’unico modo per elevarti, e tu, invece, mi hai
lasciata qui!».
«Oh, no!» sibilò Heathcliff, ribollente di veleno «Stai
mentendo – puoi persuaderti di ingannare te stessa e tutto quel che ti
circonda, ma non me. Non ancora!».
Catherine inframmezzò le sue parole con un singhiozzo sdegnato.
«Eri tu a volerti elevare per prima – ed il mio amore, semmai ne
hai davvero considerato l’esistenza, era la scusa più comoda per
spingerti a fare lo sforzo… e che sforzo!».
L’ultima esclamazione fu sputata con beffardo disprezzo.
«Bel modo di definire lo strazio di lasciarsi indietro tutti i propri
affetti e… e te!» si scagliò Mrs Linton, ma anche quest’ultimo
rimbrotto fu vano.
«Complimenti!» latrò Heathcliff «Andare a sistemarsi
in casa di un vigliacco che ha la pappetta servita sotto al naso da generazioni!».
«Che avresti fatto» sibilò lei, il viso stravolto in una
maschera di rancore «se io fossi diventata Mrs Heathcliff? Mi avresti
portata a mendicare fino a che Dio non ti avesse fatto la grazia?».
«Di certo, ti avrei coperta di tutto quel che ti sarebbe servito, e sarebbe
stato dieci volte quel che ti ha dato Linton!».
«Quante poche cose sai» strillò Catherine «della raffinatezza
e dell’agio!».
«Tu le hai imparate per due, tutte queste cose,» infierì
Heathcliff, avvicinandosi sempre più, e trattenendo a stento una rabbia
di cui anche Cathy non immaginava le proporzioni «eppure guardati, hai
l’anima che ti scappa dal petto, e quel coniglio ti ha anche privata della
forza per tenertela dentro!».
Con l’ultima frase, le sue dita tozze si erano chiuse contro la bianchezza
trasparente del suo polso.
«Qual è la parte che prova ribrezzo per me oggi, Cathy?»
sibilò Heathcliff, strattonandola con ira contro di sé. Catherine
si specchiò nei suoi occhi con alterigia inamovibile, incurante del dolore,
e di qualunque cosa Heathcliff avrebbe potuto farle. Per quanto si sforzasse
di ignorarla, vedeva bene la disperazione che illividiva il colore selvatico
di quegli occhi.
«È forse qui?» infierì Heathcliff, appoggiandole una
mano sul ventre, la voce ridotta a un ringhio mentre Cathy si affrettava a scansarsi.
«Intenderesti strapparmela?» lo sfidò, con una smorfia di
sarcastico divertimento.
Un fremito attraversò Heathcliff mentre si avvicinava di un passo, stringendo
i pugni per evitare di sfogarsi su di lei.
«Ti assicuro che sarà la tua creatura stessa, a strapparsi da te,
quando scoprirà di cosa sei fatta! E tu» tuonò «potrai
anche continuare a giocare a fare Mrs Linton, Cathy – vestire i suoi frivoli
vestiti, godere del suo lusso, ma-».
Un altro respiro, e l’aveva agguantata nel suo abbraccio, serrandole il
respiro. Lei attese uno schiaffo che non arrivò: furono le labbra di
Heathcliff, invece, a sradicare un bacio rabbioso dalle sue.
Quando restò a trattenerle solo il braccio, Catherine si limitò
ad osservarlo con stupore, il petto che ondeggiava al ritmo di un palpitare
convulso.
«-non potrai mai cambiare la tua vera natura.».
Ritiratosi sotto l’architrave della porta con due occhi lampeggianti,
lasciò la presa con lo slancio di chi avrebbe voluto scaraventare via
una pezza, ma lei si ergeva troppo dritta, e in lui sopravviveva ancora troppo
rispetto per insistere.
Ridiscese le scale col passo pesante di quando era arrivato.
Catherine raggiunse lentamente il davanzale della finestra, fissando gli alberi
ora protesi in mille propaggini completamente nude e scheletriche.
Le ultime foglie se l’era portate via il vento.
~
A/N 13 giugno 2008, ore 3:38. Avrò pure la nebbia davanti agli occhi per il sonno – ma queste sedute ultra-notturne ci vogliono, soprattutto se si riesce d’improvviso a sbloccare il finale di una storia sofferta e difficile per la sfida dell’Anonima. In due parole, tutta la fic, il titolo e i “simboli” annessi vengono da questa citazione dal romanzo:
«My love for Linton is like the foliage in the woods:
time will change it, I'm well aware, as winter changes the trees. My love for
Heathcliff resembles the eternal rocks beneath: a source of little visible delight,
but necessary. Nelly, I AM Heathcliff! He's always, always in my mind: not as
a pleasure, any more than I am always a pleasure to myself, but as my own being.
(…)».
Catherine – Capitolo IX
È da qui, in soldoni, che vengono fuori il titolo e
tutto quel parlare di foglie – se davvero dell’amore per Linton
c’è mai stato, Catherine deve prendere atto che ne ha esaurita
ogni scorta. E Heathcliff è dannatamente bravo a ficcare certi concetti
in testa alla gente XDDDD.
E adesso vado a dormire, prima di scrivere qualcos’altro per cui Emily
Brontë dovrà raccogliere ossa e bagagli per venirmi a strangolare
XD.