Fino a Balfonheim, la strada è stata dura anche per
le braccia e le gambe di due ragazzoni come loro, che si sono rotolati sull’erba
umida e incolta dell’Altopiano di Cerobi, già sporchi della polvere
antica del Palazzo di Sochen, le cosce urticate dai tentacoli dei Morlboro che
infestano la Prateria di Tchita – Noah ha imprecato venti minuti, dopo
che il pezzo di formaggio che si era portato per il pranzo si è perso
in mezzo agli arbusti alti, ma ha continuato a trascinarlo per la collottola
come se fosse un gatto, e non il suo consapevolissimo gemello.
«Non pensi che a nostra madre possa prendere un colpo?»
«Siamo grandi e grossi, Basch, ed è della tua salvezza che si sta
parlando!»
«Da quando t’interessa della mia salvezza, sentiamo!» si è
accigliato suo fratello, frusciando in mezzo all’erba come un felino affamato.
«Da quando tutte le ragazze di Landis e Archadia mi scambiano per te e
mi ridono dietro!» ha risposto lui seccamente, senza guardarlo in faccia
per tenere d’occhio un sentiero inesistente.
«Ho capito, ma non c’era bisogno di attraversare mezza Ivalice per—»
«Il capo» ha muggito Noah, senza che per Basch ci fosse possibilità
di appello «sono io.»
*
La taverna non è molto più sporca di quello che
due ragazzi di buona famiglia possono aspettarsi – i ragazzi di buona
famiglia diventeranno soldati, un giorno, e, a sedici anni, sono già
abituati a scorrazzare nelle peggiori bettole di Landis e dell’Impero.
L’estate, sul legno delle pareti, sa di alghe, d’acqua salmastra
e putrescente. Mentre Basch si guarda intorno con aria dubbiosa, cercando di
scuotersi di dosso il prurito insopportabile che la genialata di suo fratello
gli ha messo addosso, Noah si avvicina al bancone con aria spavalda, e già
l’oste, con una cicatrice che gli taglia il labbro e folti, ispidi baffoni
che crescono incolti sotto al naso, li individua con una risata storta fra le
figure losche dei clienti abituali – pirati e aviopirati con la fedina
penale più lercia del ristagno melmoso attorno agli ormeggi delle barche
lungo il porto.
I due gemelli non si fanno spaventare, dato che hanno ben due spade e nessuna
paura di usarle.
Quando Noah ordina da bere, lo fa indicando la ragazza in fondo.
*
La porta incrostata di uno strato di muffa verde non si chiude
perché qualcuno degli avventori ha spezzato lo sbarroncino, così
Noah decide di fare da palo.
Lei è abituata a non far caso agli occhi che possono far capolino dalla
fessura – al massimo, le interessa non dover sgualcire le gonne stinte
di percalle. Le appende all’attaccapanni in alto e resta a guardare il
ragazzino che la fissa, le cosce brune e tornite allargate, le mani sui fianchi,
i peli del pube che luccicano al riquadro di luce della finestra – Basch
si stupisce di come il sole la prenda in pieno tutta, senza che la prostituta
si vergogni.
Una fitta miriade di riccioli bruni ricade sui capezzoli neri come cioccolata
e scende in mille capricciose volute fino alla vita.
Basch si sfila i calzoni e si siede sulla branda con il labbro fra i denti,
ragionando, ahimé, quando sa bene che dovrebbe avere il cervello fra
le gambe.
«Scommetto che l’idea è stata di tuo fratello qua fuori»
lo stuzzica la prostituta, con un largo sorriso mentre si siede al suo fianco,
decidendo che quel ragazzo è bellissimo, di un bello allucinante, ma
è anche un bimbo tenerissimo, anche se diventerà un omaccione
con tutti i muscoli al posto giusto: certe cose si vedono fin da subito.
«La sagacia è gratis?» indaga lui, con un sopracciglio arcuato.
Lei ride, allargando le ginocchia sul materasso – le guance di Basch diventano
di fuoco quando incrociano la fessura morbida che gli viene esposta con navigata,
pragmatica volgarità.
«Vediamo come ti comporti.»
«Io non mi comporto… sì, insomma, ecco…»
Il sale di Balfonheim sembra appoggiarglisi sulla faccia per bruciargliela tutta.
«Dimmi un po’, Basch,» ha sempre avuto una memoria incredibile
con i nomi dei clienti «Cosa vuoi che ti faccia?» sussurra, una
serpe bruna che scivola accovacciandosi sul pavimento con la grazia agile di
una gatta, le mani sulle sue ginocchia e il suo respiro che si schianta caldo
contro un’erezione che, adesso, sembra avere un buon motivo per esistere,
si dice il ragazzo, un brivido dietro la schiena.
«Ehm—io— io—» si agita lui, gli occhi sulla penombra
fuori dalla porta – ma dov’è quel deficiente?
Sospira, la punta del pene già dietro l’ombra nera della bocca
di lei, quando due labbra uguali alle sue si muovono in fretta nella luce fioca
e polverosa del soppalco, fuori dalla stanza, suggerendogli un tutto
di cui Basch non riesce a non vergognarsi: non era lui il fratello maggiore?
«Tutto.»
La prostituta si ritrae, gli occhi nocciola che ridono leggeri nell’azzurro
dei suoi.
«Brutta faccenda, i gemelli.»
Vorrebbe avvampare di vergogna. Lo fa, sottili mani scure sui suoi fianchi,
mentre lui sospira con lo sguardo fisso sui pendenti luccicanti di una gonna
floscia, là sull’attaccapanni, il calore stretto della sua bocca
che si avvolge contro di lui con la dolcezza di un alveare pieno di miele –
e dopo un po’ c’è solo la presa caparbia e prezzolata di
quei palmi che lo spingono sul materasso lamentoso, bagnandolo della luce di
un giorno caldissimo, che batte impietoso su un gruzzolo di case malfamate,
erose dall’acqua acre di un mare che non le ama.
Un viluppo nero di capelli gli cade sulla bocca, e Basch geme come la risacca
– riesce addirittura a domandarsi da dove venga tutto quel nero sulla
sua pelle.
Magari è una principessa di Rozaria in disgrazia, magari così
facendo lui le ha pagato il pranzo.
Magari è un po’ presto per fare l’eroe.
*
Ricorda che vent’anni fa quel letto non era così
pulito.
Vent’anni sono un numero gigantesco – se lo stanno passando come
l’ultima goccia d’acqua nel deserto con la bocca nella bocca e la
curva bianca dei suoi fianchi premuta nelle sue mani – Basch aspira il
sale che il giorno le ha nascosto fra i capelli, le labbra che percorrono la
curva dei seni - lì il sale è sudore, è un desiderio su
cui è meglio star zitti, ma i baci di lei s’impigliano nei suoi
come crostacei in una rete. Tacere è davvero meglio, mentre si rotolano
sulle lenzuola ruvide, le sue mani e il suo anello aggrappati in cima alle sue
spalle come la tempesta a uno scoglio – se la stringe addosso tremando,
lasciandole addentare i suoi baci come bocconi, le mani che corrono su di lei
all’ombra di una notte che diventa scurissima fra le sue cosce –
e i suoi gemiti sono il guizzo d’argento della luna sull’acqua.
«Milady—» sente la sua stessa voce nella conchiglia di quell’orecchio
come il ruggito della marea.
«Basch?» lo stridio fine di un gabbiano lontano, sopra la linea
del cielo.
«Cosa… cos’è che… che desiderate davvero?»
ma la domanda si perde quando lei lo attira contro di sé con la forza
ostinata dell’onda che gorgoglia. La sua pelle rorida quasi gli scappa
dalle dita mentre s’immerge obbediente, le sue labbra sulla fronte.
«Domani» la sente mormorare sopra le sue sopracciglia, lieve come
una brezza. Lo sa, Basch, che dietro ai suoi occhi c’è la Bahamut
arroventata dal sole – sa che domani potrebbero essere morti, sa che anche
lei lo sta pensando, ma sa pure che non glielo dirà mai: solo le sue
mani lo cercano e accarezzano come un appiglio.
Domani, capitola.
Lady Ashe si scioglie come spuma con la testa sulla sua spalla.
~
A/N 3 aprile 2009, ore 17:08. Un paio
di note doverose per una storia sciocchina è__é. Prima di tutto,
leggo un po’ ovunque che la madre di Basch e Noah era di Archadia, e che
è morta – a questo punto penso che l’informazione sia stata
presa dalla Ultimania, quindi mettiamo che i due pargoletti fossero ad Archades
a vivere con lei è_é. Per il resto, lo so che l’uso della
prostituta l’avevo già felicemente bruciato in una fic su Versailles
no Bara, e, meditando su come scrivere questa storia, stavo per scrivere un’altra
cosa angst del genere – poi (grazie, papy ?) sono arrivati De André
e Jamin-a… anche se devo dire che stavolta la prostituta mi sembra di
averla abbozzata troppo. E vabbe’.
E Basch è proprio un verginello senza speranza XDDD. E Noah un mistificatore
XD.