One missed step

V.

All the fear has left me now
I'm not frightened anymore

It's my heart that pounds beneath my flesh
It's my mouth that pushes out this breath

And if I shed a tear, I won't cage it
I won't fear love
And if I feel a rage, I won't deny it
I won't fear love

La curva liscia della sua spalla non era più sotto al suo mento.
Non sentiva nemmeno i suoi capelli sotto il palmo della mano.
Suppose, aprendo gli occhi, che quello fosse il prezzo da pagare per essersi assopito un attimo di troppo.
Inutile, Satine era incredibilmente testarda con se stessa.
Christian si trascinò sul bordo del letto e afferrò i vestiti sul pavimento.
Se non avesse creduto nell'amore, si sarebbe dato del pazzo.

*

E come un pazzo decise di combattere, in un duello che non sfuggì agli sguardi attoniti ed estasiati della platea. Recitavano con inaudita irruenza, sotto le luci bluastre e livide, sull'onda di una disperazione feroce, vorace, con il ricordo pressante delle carezze e dei baci, dei capelli, delle mani, dei respiri, in un susseguirsi di battute sempre più isterico, sempre più frenetico ed esasperato, un rimando spietato di parole d'amore e menzogne, a cui gli stessi attori, sbalorditi, faticavano a star dietro. Anche nella più romantica delle conversazioni, nelle dita intrecciate, nelle espressioni più distese dei protagonisti si notava un'intensità che non aveva niente in comune con la volontà di rendere vivo il sentimento dei due amanti: era qualcosa che sfuggiva al potere del teatro, qualcosa che sembrava voler perforare lo spirito stesso della storia. In ogni gesto dei due c'era un'energia così travolgente da sembrare più negativa che positiva: il suonatore di sitar era un uomo che si aggirava sulla scena alla costante ricerca di lei: ogni sfumatura delle sue parole la desiderava, inseguiva, rinnegava, adorava, in un'esplosione di contrasti che diveniva, a poco a poco, il fulcro di Spettacolo Spettacolare, con grande meraviglia del pubblico, che si aspettava il racconto amaro di una storia d'amore, non lo sfrenato, convulso elogio dei sentimenti che la rendevano tale.
Questo era quel che succedeva quando si indossavano i panni di un ruolo cucito sulla propria pelle: ci si dondolava sul confine della verità come una bambina sull’altalena, mentre Satine si nascondeva nei propri capelli.
«Quando tutto questo sarà finito, dovrò andare da lui e dirgli che va tutto bene.»
«Che… che cosa stai dicendo…?» boccheggiò Christian, sospeso tra stupore e indignazione
«Il… il maharajah non è un uomo paziente.»
Christian sentì un'ondata di collera investirlo in pieno.
«È notevole il tuo riguardo per la sua pazienza e il totale non rispetto della mia.»
«Io—»
«Tu te ne sei andata!» ruggì lui, prendendole i polsi e sospingendola sul materasso del letto a baldacchino, le coperte ancora impregnate del suo profumo…
Ad occhi spalancati, Satine rimase immobile e stupefatta.
«Te ne sei andata senza dire niente, senza farmi sapere dove, né perché, quando avresti potuto venire con me! E invece—» ma si interruppe, incapace di dire che lei aveva preferito il Duca.
«Come credi che possa essermi sentito, quando ti ho rivista? Due anni. Due anni—»
«Avevo la tisi.» scandì Satine.
Il teatro si riempì del mormorio del pubblico. Con una fugace occhiata verso il Duca, Satine lo vide paonazzo.
Christian arretrò di un passo.
«C-come?!»
«… è per questo che sono sparita senza dire una parola…»
«… sul fatto che stavi male?!» esclamò, sempre più incredulo. Lei non aveva intenzione di rispondere.
«E non ti sei degnata di dirmi niente? Credevo che una relazione si basasse sulla fiducia! Che se qualcuno di noi avesse avuto un problema, avrebbe potuto fare affidamento sull'altro! Anche questo dovevi tenermelo segreto?» abbaiò, ferito come mai prima di allora. All'ondata di rabbia se ne sostituì una di stanchezza, di impotenza, nel guardare Satine distesa lì, nel suo costume abbagliante. Gli ricordava un cardellino, una bestiola spaurita.
Non avrebbe mai creduto che potesse fargli tanto male.
Si sfregò gli occhi con il dorso della mano.
Lentamente, Satine si alzò in piedi, la fronte lucida di sudore.
«Come avrei potuto dirti una cosa che io stessa faticavo ad accettare? Quando il Duca lo ha scoperto, mi sono rimaste due scelte: morire con la soddisfazione di poterti amare. O salvare me. E te, tenendoti lontano da lui.» nel suo dispiacere, la voce le si alzava con orgoglio.
Stavolta, con un 'oh' allibito, tutti gli occhi della sala si volsero sul Duca di Worchester, che tratteneva a stento l'impulso di alzarsi.
«Ma resta il fatto che non ti sei fidata di me. Non hai creduto nella mia forza d'animo, nel mio giudizio. Non… non mi hai ritenuto all'altezza. Si trattava della tua vita, sarei stato disposto a mandarti da lui.».
Satine gli sorrise.
«No.» disse, con una dolcezza così morbida e radiosa che Christian si sentì incapace di dire altro. Lasciò che Satine si avvicinasse e lo abbracciasse delicatamente, spingendo la sua testa sulla spalla.
«Non lo avresti fatto, due anni fa. Saresti morto di dolore prima di pensarlo. E avresti fatto tutto il possibile solo per vedere... il peggio. Non avrei mai voluto vedere i tuoi sforzi vanificarsi in una maniera simile.» mormorò, appoggiandogli una mano dietro la nuca con fare protettivo.
Sorrise nel suo orecchio.
«Non ho mai voluto che tu mi lasciassi andare.»

*

Nessuno si accorse che la reazione del Duca fu più discreta e letale di quanto si aspettassero. Quasi nerastro in viso, il sangue che gli vorticava nelle orecchie con incollerito fragore, sgusciò fra gli ospiti fino ad addentrarsi dietro le quinte. Il povero interprete del maharajah, terreo in viso ed evidentemente incapace di raccapezzarsi, stava indossando il proprio costume.
«Fermo.» ringhiò, puntandogli una rivoltella dietro la testa «Se ci tenete a risolvere questa bizzarra situazione, vi consiglio vivamente di cedermi il vostro costume.» sillabò, tenendo a freno il tremolio della voce. Il giovanotto, terrorizzato, non esitò ad obbedire e, tremando come una foglia, gli cedette il passo in scena.
«Ho il dispiacere di notare, Mademoiselle, che le vostre doti di attrice si sono affinate nel più… meschino dei modi!» mugghiò. Satine, raggelata dall'orrore, si voltò. Da sotto il turbante barocco del costume, il Duca la fissava con gli occhi spalancati, fiammeggianti di ira. Avanzò con l'andatura disordinata di una bestia, ma Christian sospinse Satine all'indietro. Si stava preparando ad affrontarlo, ma si rese conto che la furia era tale da non rendere l'uomo in grado di ingaggiare un qualsiasi tipo di scontro.
«Io non tollero che m-mi vengano tolte delle cose su cui ho dei diritti! Piccola spudorata ingrata, vi ho offerto dieci, cento, mille volte quello che questo… omuncolo… pretende di darvi e voi… preferite essere la b-ballerina di un bordello di questo… la-la sgualdrina di questo scrittore ubriaco?»
Sapeva di non essere giovane, o affascinante, o particolarmente poetico. Ma sapeva di essere un uomo potente, e il potere aveva sempre dimostrato di valere più di frotte di schizzinose qualità intellettuali. E lei… lei… gli aveva detto che non era cosciente dell'effetto che aveva sulle donne. Lei lo aveva respinto su una torre, con centinaia di grossi diamanti attorno al collo. Lei era un'attrice perfetta, e c'era un contratto che la legava a lui, fosse anche solo per mezzo di una finzione. Perché mai sarebbe dovuta finire altrimenti?
Lei era così bella, così splendida anche quando era infelice, e, nella luce del suo fascino, con la malizia sorniona e intrigante delle sue lusinghe, nell'idillio della sua recita, proiettava il delizioso riflesso della propria grazia su chi le era a fianco, indipendentemente da quanto potesse essere anonimo. Non era certo una cortigiana per andare a innamorarsi di un altro uomo. Lui pagava continuamente il prezzo della sua avvenenza, aveva addirittura fatto di tutto per togliere quel bel visino alla morte. Non era un tipo d'amore ben più concreto, il suo? Cosa avrebbe dovuto farsene, lei, di un uomo che non sapeva nemmeno conservarla come di dovere?
Lo scrittore le appoggiò il palmo sulla spalla, pronto ad allontanarla al minimo scatto da parte sua. Ma lei non si mostrò granché intimorita, e sostenne la sua rabbia con uno sguardo di gran lunga più altero.
«Preferisco essere mille volte la sgualdrina di questo scrittore ubriaco, piuttosto che sorridervi un minuto di più!»
Nemmeno lui sapeva che farsene, di una donna che non riconosceva la propria fortuna. Ma, a costo di non darla a quel maledetto scrittore, l'avrebbe sventrata a mani nude.
«Satine—» esclamò Christian, afferrandole il polso e trascinandola dietro le quinte. Lei, pur non potendo trattenere un sorriso, non se lo fece ripetere, e si affidò alla sua stretta, correndo dietro di lui. Poco dietro di loro esplose un colpo di pistola, seguito dalle urla sconvolte dei presenti. Lieti di non poter scorgere l'espressione del nobile, non ebbero alcuna intenzione di fermarsi. I passi si facevano sempre più veloci, più convulsi, sul pavimento di legno.
«Ci ucciderà» gridò Satine, senza potersi spiegare perché non riuscisse comunque a smettere di dirlo ridendo.
«Che ci provi solamente un'altra volta!» le urlò Christian.
Sorrideva anche lui.
Una volta fuori dal teatro, il vento gelido e carico di neve si fece beffe dei loro sottili costumi, ma, agitati com'erano, non vi prestarono particolare attenzione. Il Duca si trascinava sull'asfalto velato di brina, mosso da una furia animalesca, sul punto di avventarsi su di loro. Tutto ciò che riuscì ad artigliare di Satine fu lo strascico del suo abito, che si lacerò e cadde a infangarsi a terra. Imprecò e ruzzolò, intralciato dalla seta inzuppata, mentre Christian fermava la carrozza che li avrebbe portati in stazione.

*

Erano rannicchiati sul sedile sformato, l’una contro l’altro, e non si dicevano una parola, tramortiti da tutta quella felicità. Christian sbirciò il viso di Satine con la coda dell’occhio: sorrideva, guardando distrattamente il finestrino imperlato di una timida pioggerellina. Senza nemmeno pensarci, le baciò la fronte e la sentì abbandonarsi sulla sua spalla come una bambina stremata da una giornata di giochi. Le passò un braccio attorno alle spalle.
«Finalmente si torna a Parigi…» ridacchiò lei, la voce coperta dallo scalpiccio dei cavalli «… il clima di Londra mi ha stancata!».
Nessuna risposta.
Satine inarcò un sopracciglio e guardò Christian con aria circospetta. Cos’era quella faccia? Di solito era il preludio a qualche idea assurda.
Sbuffò, scompigliandogli i capelli dietro la nuca. Lui derise bonariamente il suo broncio.
«Fidati, andrà tutto a posto… ci sarà solo un… piccolo cambiamento di programma. Tu fidati.»
Oh, beh. Quando la metteva su questo piano, Satine si sentiva troppo in debito con lui per dirgli di no… qualunque cosa stesse progettando.
«E va bene…» borbottò.
Christian fece la faccia di un bambino sulle giostre… segno che Satine non avrebbe mai avuto il cuore di cambiare idea.

*

Ci sono milioni di stupende ragioni per alzarsi la mattina.
«… e allora Harold ha guardato l’argentino e gli ha detto che se avesse di nuovo confuso il tango col cancan, gli avrebbe ficcato la giarrettiera di Nini e gli avrebbe fatto fare a saltelli tutto il giro del Moulin Rouge...».
Mi viene così tanto da ridere che ricado all’indietro, sui cuscini, trascinandomi dietro tutto il lenzuolo, che Christian si affretta a recuperare.
Questa è una di quelle ragioni. È impossibile immaginare cosa voglia dire svegliarsi e pensare che ah, sì, è vero: i baffetti rossi sono dall’altra parte della Manica, su quel treno per Parigi non ci siete mai saliti e lui ci aveva creduto, e tu sei in una mansarda giocattolo e fai l’amore con l’unico uomo per cui ne valga la pena, mentre lui ti racconta idiozie, e si ferma solo per friggere il bacon di mattina presto.
«No, dai,» sghignazzo girandomi su un fianco «Harold che fa il despota no… mpffff!».
«Comunque è stato magnanimo, alla fine.» aggiunge lui, serioso.
Mi volto a guardarlo con un po’ di sorpresa, perché Harold sarà pure un bonaccione, un clown e un impresario giocherellone, ma forse magnanimo
«Eh sì. Gli ha fatto usare le giarrettiere di Marie, almeno erano senza pizzi…»
Ma… ma…!
«Scemo.» gorgoglio, arrotolandomi fra le lenzuola e ridendo senza più contegno, al pensiero che quel mondo non mi tocca più e non mi interessa, e che non vedo l’ora di scendere dal letto e di mangiare bacon in quantità e di andare a spiare quel che sta scrivendo da due giorni e lui farà i capricci perché non vorrà farmi leggere e mi metterà il broncio e a un certo punto non ce la farà più e comincerà ad abbracciarmi e mi trascinerà in giro per Londra e torneremo con i piedi congelati. E avrà così tante cose da raccontarmi che non riuscirà a fermarsi, si terrà la mia mano in tasca e continuerà a raccontare a raffica chissà quale fantasia del momento, in uno sciame nero di cappotti, con la luce del cantastorie navigato negli occhi, radioso di quella magia che lo illumina quando sente di trovare i termini giusti, e ogni parola è scelta con tale cura da sembrare una dichiarazione d’amore.
«Cattiva.» sussurra lui, abbracciandomi attraverso le coperte. Nella sua voce vibrano quella luce e quel calore, quello scherzo e quella felicità.
Me ne sento il centro. Mi sento narcisista.
Accidentaccio, finirò per abituarmici.
«Che facciamo oggi?»
«Paghiamo l’affitto, poi compriamo un vagone di caldarroste stasera e… basta, ho da scrivere. Domani ti prometto che si fa quello che vuoi.»
«È fantastico farsi le mani nere quando apri le castagne, dopo che le maledici per un’ora prima di riuscire ad aprirle e scopri di avere le unghie conciate come uno spazzacamino.»
Lui mi guarda, un po’ perso nel discorso.
«No, scusa… è ironia? E comunque, tu le porti troppo lunghe le unghie, è chiaro che per aprire le castagne succedono le tragedie, poi…»
Uffa.
«Ma ti ho appena detto che mi piace…» protesto.
Christian sorride e non parla, fissa tranquillo le assi di legno del soffitto.
«… così potrò farti le ditate nere sul naso…»
«… Sadica. Tanto lavare le lenzuola tocca a te questa settimana…»
«Vergognati, non ci sai proprio fare con le donne!»
«… dite tutte la stessa cosa…»
Un momento.
«Che cosa?!»
«… n-no, è che ieri la padrona di ca—»
«Christian.»
Mi piace recitare la parte della gelosa, mentre in realtà la faccia atterrita e affranta di Christian mi diverte.
Non ho mai avuto la pretesa di rimanere la sua unica donna in due anni di lontananza che, fra parentesi, erano destinati a diventare una vita intera, e il pensiero di un’altra stesa sul suo letto come me ora non mi avvilisce neppure: era una conseguenza naturale. Non è stato difficile accorgersene, lì sul palcoscenico.
È stato... il suo modo di fare l’amore. E io ho ancora... occhio, per queste cose.
Il suo desiderio è cresciuto con lui, le striature del mio rossetto sulle sue labbra, nel vortice avido dei nostri baci, hanno perso la sfumatura giocosa che avevano dietro un sipario di velluto.
Quando mi accarezza allarga completamente la mano sulla mia pelle.
L’unico pensiero triste è ricordarsi dov’ero mentre lui imparava tutto questo.
«Satine, tesoro…» la sua supplica non si fa attendere, sottile sottile, come quella di un bambino colto con le mani nel barattolo dei biscotti
«Umph.» arriccio il naso con l’espressione di chi non ne vuole più sapere. Ho resistito a quegli occhi da cucciolo bastonato in situazioni più estreme di questa.
«Ma… era uguale a te!» balbetta.
Rotolo su di lui a tradimento e lo trascino da una parte all’altra del letto, ridendo. Lui è ancora spaesato, ma, quando mi alzo con tutte le coperte, corre ad acchiapparmi, in un uragano di strilli e di risa mentre mi solleva in alto e mi riporta sul materasso.
«Hai avuto più fortuna di me, allora.» bisbiglio, con un sorriso più sereno di quel che mi sarei aspettata, china sulle sue labbra, le mani sul suo petto
«Lo so.».
Lo dice con una tenerezza che non merito.
Con una consapevolezza…
«Oh.»
Mi sento commossa, con una lacrima impertinente che mi pesa nell’occhio e che non scenderà.
Non voglio perdermi un attimo di lui. Non più.
Nessun particolare. Nessun frammento. Voglio ricordare la forma delle sue mani quando mi tengono al caldo sotto le coperte, e il suono delicato e tintinnante delle storie stralunate che mi racconta nel pieno della notte, quando mi bacia dietro l’orecchio e dice che è ora di dormire, la luce trasparente delle stelle che cade a chiazze sul lenzuolo e i suoi capelli in mezzo ai miei come un solo gomitolo di lana.
Lui le avrebbe, le parole esatte per descrivere tutto questo, io no.
«Colazione all’inglese…?»
Ma non è detto che sia un male.

~

Postfazione… 24 settembre 2006, ore 0:57. E finalmente, grazie a Recessional di Vienna Teng, ho finito questo benedetto finale, è dal 10 settembre 2006, alle ore 3:17 che tentavo, e questa è la terza volta. Mi pare che ora non ci sia nulla di tronco, grazie a Dio. In quasi due mesi e mezzo, la mia seconda fic a capitoli. Forse potrei cominciare un rapporto duraturo con le longfics, wah. Una cosa è certa: questo è stato il finale più difficile della mia vita. Non chiedetemi perché, non lo so XD. Eppure è una semplice tribute fic, insomma… una di quelle fics che scrivi perché senti il bisogno fisiologico di CAMBIARE QUALCOSA. La cosa strana è che Michiru, a cui devo il via libera per la stesura, non vede niente da cambiare, nel film. In effetti ha ragione lei XD, il mio punto d vista in merito non è un sì, non è un no… è un . La dedico a lei, questa, per più e più ragioni… ma ora, un po’ di curiosità random XD… primo, il POV di Satine nel primo capitolo: doveva essere una oneshot, ma l’ho inglobata perché non portava da nessuna parte, così ho inglobato. XD.
Inoltre, questa quinta citazione in musica viene da Fumbling Towards Ecstacy di Sarah McLachlan^^;;;. Anche il titolo della fic lo devo a lei, è un pezzo di frase dalla sua Fallen XD, mentre, in questo capitolo, la risposta di Satine al Duca è una mezza citazione involontaria da Titanic XD.
Per il resto, scrivere una cosa così è stato piacevolissimo *_* soprattutto perché vedevo i capitoli uscirmi così, quasi, *_* con una costanza (più o meno…) che non mi sarei mai aspettata, anche se forse è meglio attribuire il merito alla brevità dei capitoli *cough!*. Del resto, è solo il piccolo sogno di una fan^^ che spero non vi abbia delusi ^___-! Adesso vi lascio!

Alla prossima fic (su Moulin Rouge X°D? Chissà! Scrivere su Satine e Christian mi è piaciuto molto. Vedremo…)!

Juuhachi Go.

PS: il secondo è il mio capitolo preferito XD.

PPS: per Jenny76: come vedi, questa è proprio la fine della storia^^;, dato che l’avevo progettata come una cosa breve e senza pretese… Il tuo interesse mi ha reso comunque felicissima, è stata una sorpresa inaspettata ricevere commenti da una persona che non conoscevo, hai colorato questi miei grigi giovedì autunnali, perciò non posso che essertene grata. Senza nulla togliere alle altre persone che hanno commentato e che sanno già quanto le stimo. Giacché ci siamo, grazie a Michiru, per la sua lettura tardiva ma ugualmente apprezzata XD e a Harriet.^^ Il tuo adorabile, imparziale sostegno è SEMPRE quello che ci vuole per quest’organismo fic-cellulare quale sono io XD! E a lisachan: grazie XD la mia quasite ha visto in te l’acqua santa XDD!