One missed step

III.

Tonight the moon is playing tricks again
I'm feeling sea sick again
The whole world could just dissolve
Into a glass of water.

Erano stati giorni in cui Satine aveva visto il giorno e la notte impastarsi in un unico, fastidioso colore, in cui l'unica, irriverente sfumatura era stata il rosso ferruginoso e viscido di colpi di tosse rimbombanti e violenti.
Erano stati giorni che si trascinavano supplici e storditi l'uno dietro l'altro, giorni che l'avevano dimenticata rannicchiata nell'angolo di una soffitta nella Francia del Nord, raggomitolata nelle coperte di un letto grande e lussuoso, preda spaurita di attacchi di tosse, tremori, febbri che le coprivano la ragione con dita d'inferno, irrorandola di sudore freddo.
La morte era stata vicina come una vecchia dalle mani imputridite e il volto sfatto, una presenza greve e fetida quando l'ombra livida della notte innaffiava la soffitta come acqua nera.
Quando le crisi arrivavano con forza, durante la notte, osservava la fiamma della candela che sfuocava davanti ai suoi occhi, in una danza lugubre e pigra. Non aveva mai pensato di arrivare viva al sorgere del sole, così come non si aspettava mai, di giorno, di poter vedere da viva il sole che calava.
Si sorprendeva sempre quando il giorno salutava il suo corpo sudato e smagrito. Si lasciava cadere inerte nel morbido bozzolo di cuscini e coperte, scostando i capelli madidi con un gesto stanco. Poi, prendeva una boccata di aria salmastra e odorosa di legno.
Ossigeno era vita. Nei suoi polmoni lacerati, aggrappata a chissà quale brandello di carne.
Guardava la donna che si prendeva cura di lei appollaiata in un sonno profondo e spossato sulla sedia al suo fianco, mentre il sole cadeva sui suoi occhi come una pioggia d'oro.
Quando pensava di essere di nuovo viva, avere il colore puro e pallido del mattino dietro alle palpebre le faceva pensare a Christian.
E la lasciava dormire, serena e vulnerabile, fino all'accesso successivo.
Christian era il nome che scivolava in punta di piedi in ogni suo febbricitante bisbiglio. Era l'unica immagine che potesse entrare di diritto in quella bolla buia e informe di pensieri discontinui, di deliri e di visioni del dormiveglia. Spesso c'era lui, e non c'era nient'altro. Lui che le parlava con sorrisi perfetti e ingenui e parole deformi, in cui non c'era significato, ma che Satine cercava di decifrare col terrore di una bambina lasciata da sola al buio.
E si svegliava col sapore amaro di tutte le cose che si era lasciata indietro, e fuori era ancora notte, e l'odore di Christian era vivo nel cielo nero, e lei cadeva sulle coperte, scossa da un rantolo, il tempo sciolto ai suoi piedi come miele annacquato.
Ce n'era sempre troppo, di tempo.
Di tempo passato con una vecchia cameriera incaricata dal Duca di esaudire ogni suo desiderio. Le sfuggì un sorriso sarcastico. L'aveva confinata in quella mansarda arredata con gusto, non lontana dal mare, come aveva ordinato il dottore, e le faceva visita solo quando gli faceva comodo, terrorizzato dal rischio del contagio. Sotto le sue chiacchiere leziose e i suoi stupidi vezzeggiativi, Satine intravedeva la sua tendenza a considerarla un fragile e raffinato soprammobile, che avrebbe difeso con le unghie, qualora fosse stato necessario, anche a costo di dilaniarlo.
Sospirò.
D'altronde, se davvero avesse potuto rincontrare Christian, gli ostacoli sarebbero rimasti gli stessi, e avrebbe dovuto separarsene ancora.
No, era meglio così.
In silenzio, passò quell'inverno a considerare ciò che possedeva.
E scoprì di non avere niente per cui sarebbe valsa la pena di guarire.

*

«Nostalgia di casa, insomma?» domandò Karen, aiutando Christian affaccendato con i bagagli. Lui sbuffò nello sforzo di sollevare una grossa borsa.
«Uff… beh, no. Stavolta è per lavoro. Ho mio padre, ma lui ha promesso di non farmi più entrare in casa se io mi fossi mai azzardato a prendere il treno per Parigi. E… l'ho preso, come puoi ben vedere. È strano pensare di aver sfondato all'estero quando l'estero è casa tua… per quanto io non la senta più casa mia, ecco.»
«In effetti, si vede dal tuo romanzo, Grande Autore. Hai un francese che è proprio… di casa.»
«Non avevo mai scritto niente di corposo in francese, prima di quest'anno.»
«Wow.»
«Già.»
«Mh.»
«… Christian.»
«… eh?»
«Hai resistito abbastanza qui dentro, eh?»
«… forse.»
«Vai, su. Sei famoso, ragazzo. Puoi fare la bella vita, a casa, adesso.»
«Parli come una signora anziana!» rise Christian. Karen gli diede un buffetto dietro la testa.
«Ti sembra questo il modo di parlare a una donna? Piuttosto, pensa ad andare a prendere il treno!»
«D'accordo, d'accordo, Mademoiselle!»
«E che aspetti, allora?»
«Karen?»
«Uhm?»
«Temo che questo sia un addio.»
«Dai, Christian.» sorrise lei, con dolcezza «Non facciamola diventare una cosa lacrimosa, lo sappiamo che non è il caso. Invece di fare quella faccia, prendi l'ispirazione per un altro libro e racconta di una bella cortigiana che ti concedeva il letto e non il cuore, ma che in compenso ti ha reso l'amante più audace di tutta Parigi!» gorgheggiò, strizzandogli l'occhio. Christian non poté fare a meno di scoppiare in una grossa risata liberatoria.
«Grazie.»
Karen gli aveva fatto un cenno noncurante, a cui Christian aveva timidamente risposto.
Poi, uscì.
L'autunno 1901 gli porse un vento limpido e gelato, che avvolgeva il suo cappotto in un sontuoso ricamo di foglie rosse. Inspirò l'odore di terriccio umido che faceva presagire un vero e proprio diluvio. Si voltò un'ultima volta verso l'eccentrico ingresso del Moulin Rouge.
Era ricco, rispettato, famoso.
Se avesse potuto, avrebbe avuto lei, oggi.
Si incamminò verso la stazione a passi svelti.

*

Londra gli riservò un'accoglienza decisamente migliore di quella della sua infanzia, perché il suo romanzo l'aveva letteralmente conquistata, sebbene lui non si sentisse ancora in grado di gestire a dovere il prestigio che l'aveva investito. Proprio per questo, quando il suo curriculum di sceneggiatore gli aprì diversi fronti, decise di accettare l'offerta di un finanziatore dell'Old Vic: sapeva che, nonostante il teatro fosse già abbastanza longevo, solamente adesso si stava incamminando verso il risveglio, proponendo alcuni classici a discapito degli spettacoli popolari. Christian considerò quanto sarebbe rischioso debuttare in terra londinese al Globe Theatre, ad esempio: di certo, sceneggiare Shakespeare in chiave bohemien gli avrebbe creato non pochi problemi. Non gli rimaneva che sondare il terreno tramite quel teatro che aveva bisogno di affluenza. Il suo era ormai un nome illustre, quale migliore occasione per attirare il pubblico, se non mettendo da parte entrambi i filoni a cui l'Old Vic teneva tanto?
Affittò un attico in Waterloo Road. Non aveva dimenticato la povertà che lo aveva tenuto sottobraccio a Montmarte. L'esperienza gli aveva fatto giurare che avrebbe sempre preferito la raffinatezza al lusso smodato. Fu di parola, a giudicare dai commenti degli innumerevoli ospiti che ebbe in quel periodo.
Dalla finestra del salotto, L'Old Vic era ben visibile, all'angolo della strada. Ad essere sinceri, Christian non aveva ancora pensato a cosa proporre. Sì, gli avevano detto di attendere istruzioni, ma il ragazzo già cercava il varco propizio nella propria fantasia.
Al momento, sembrava inutile. Era stanco e a testa vuota. Pochi giorni a Londra in un attico già perfettamente ammobiliato gli facevano già rimpiangere il caos artistico di Montmarte, anche se quel brio collettivo aveva smesso da tempo di coinvolgerlo, preso com'era da… oh, si era promesso di non nominarla più, non appena avesse messo piede in Inghilterra.
Tutta colpa di Karen. Era stata lei a smuovere quell'alveare impazzito proprio quando gli sembrava di aver ritrovato un po' di serenità. Fittizia, ma almeno…
Bah.
Quella tendenza a mentirsi spudoratamente l'aveva assimilata da – al diavolo le promesse - Satine.
Si stiracchiò e poi si alzò dalla poltrona, aveva bisogno di una cara, vecchia tazza di the inglese.
Non gli rimaneva che aspettare le famose istruzioni.

*

«Quel teatro ha bisogno di reinterpretare il classico con una vena bohemien, con una passione tangibile, che scenda dal palcoscenico e schiaffeggi lo spettatore!» esclamò l'uomo, in preda a una singolare esaltazione artistica. Sbatté il pugno sul tavolo per sottolineare la forza del suo concetto.
Christian lo ascoltava con imbarazzata attenzione, sorseggiando il the. Le abitudini inglesi avevano subito ripreso il sopravvento su di lui. Gettò un occhio sul fumo che saliva dalla tazza.
Poteva trovare un finanziatore che fosse normale? Certo che no, si rispose, rassegnato. Ad ogni modo, era quantomeno gratificante potersi avvalere di un uomo sinceramente innamorato dell'arte.
«Capisci, Christian?» borbottò poi, da sotto gli ispidi mustacchi. Lui annuì.
«Sì, Lord Worthon.» rispose, convinto. Non osava chiamarlo per nome come faceva lui.
L'uomo osservò i grandi occhi di Christian. Gli sembrava un uomo cresciuto troppo, troppo in fretta. Aveva letto le sue raccolte e il suo romanzo, e li aveva trovati pervasi da un'acredine che si nascondeva fra la raffinatezza del lessico come un veleno versato a tradimento in un bicchiere. A volte non era del tutto sicuro che Christian desiderasse il successo che gli veniva attribuito. Nel viso di giovanotto c'era sempre un muscolo contratto di troppo, sempre un sorriso in meno. Poteva giurarci, il lavoro lo utilizzava per stordirsi.
«Bene, ragazzo.» bofonchiò «Suppongo che un gruzzolo di giorni a Londra non siano stati ancora sufficienti a farti dimenticare Parigi. Ne sentirai nostalgia.»
Christian non rispose, ma piegò le labbra in un sorriso amaro. Quel che vi era di infantile nel suo viso sembrò prosciugarsi.
«All'Old Vic si sta esibendo un'attrice emergente, da circa un annetto. Sta cominciando adesso ad apparire con dei ruoli da protagonista, ha carattere e delle ottime potenzialità. È francese. Magari è ciò che occorre alla tua ispirazione per tornare nel pieno del vigore!»
«Cosa danno a teatro?»
«Salomé. Di Oscar Wilde.» rispose l'uomo, accendendosi un grosso sigaro. Christian rimase un momento in silenzio.
«Accetterei volentieri il vostro invito.»

*

Mai stato a teatro in veste di spettatore, e mai provata la sensazione di arrivare tardi ad una rappresentazione. Nella grande sala era calata una notte greve e ispirata, rischiarata appena da luci fatue come lucciole. Salomé parlava a passo di danza, avvolta nei suoi soffici veli, sotto la finta luna di un riflettore.
Sembrava pallida davvero, elevata nella magia bugiarda del palcoscenico. Era vicina al Giovane Siriaco, ma sembrava sola e meravigliosa sulla scena.
Cominciò a camminare seguendo il profilo buio di Lord Worthon per raggiungere le loro poltrone.
«Tu lo farai per me, Narraboth. Tu sai bene che lo farai per me. E domani quando passerò in lettiga sul ponte dei compratori di idoli io ti guarderò attraverso i veli di mussola, io ti guarderò, Narraboth, e ti sorriderò, forse. Guardami, Narraboth. Guardami. Ah!, tu sai bene che farai ciò che ti chiedo. Tu lo sai bene, vero?... Io lo so bene.»
Com'è bella stasera, la principessa Salomé.
La sua voce soffiò come maestrale freddo e improvviso.
Christian voltò appena la testa.
L'aria entrava di fretta nei suoi polmoni e si rifiutava di uscirne.
Non avrebbe voluto e non avrebbe dovuto, ma adesso disegnava i suoi riccioli rossi sotto ai veli virginali di Salomé, e la sua bocca piegata in un breve sorriso d'attrice, e i suoi occhi blu sotto i ricami dorati e luminosi dei gioielli e del costume.
E i polsi bianchi e piccoli inanellati di bracciali, e la camminata seducente e determinata dei suoi piedi, e le mani lungo i fianchi, e il tintinnio dell'argento e dell'oro.
Si voltò completamente verso il palco, pietrificato, mentre un'ombra scarlatta si intravedeva sul capo di Salomé.
Un boccolo sfuggì al fermaglio che le tirava all'indietro i capelli, per ricaderle sulla guancia, accanto alla sfumatura lucida del suo rossetto, sul bianco del suo viso.
«Satine…»

*

Le luci si alzarono gradualmente, seguite da uno scroscio di applausi violento e ininterrotto. Non era la vita che avrebbe voluto, è vero, ma quelle esplosioni estatiche le facevano sempre venire la pelle d'oca. Sorrise radiosa agli spettatori, scostando i veli ricamati, guardandosi lentamente attorno per fare in modo che tutti potessero vederlo. Ed era una giravolta di visi in ammirazione.
Se non puoi riempirti il cuore con l'amore, prova con qualcos'altro, qualcos'a—
E lui era lì.
La linea esterrefatta della sua bocca e i suoi occhi di bambino perennemente sorpreso, rigido sulla poltrona. Chiasso, applausi e rumore, ma lui era lì, che contribuiva meccanicamente all'esulto generale. Non ci crede. Non ci crederebbe nessuno, ma lui era reale ed immobile, come un calcio in mezzo ai polmoni, le tolse il respiro, ma la catapultò a un millimetro da tutto quello che aveva perduto.
Mosse le labbra senza alterare il proprio sorriso. Non ne uscì alcun suono, ma sapere di averlo detto le lasciò il sapore della liberazione.
Chri
stian.

«È lei, Lord Worthon.» sussurrò il ragazzo, ancora scosso. Il Lord si voltò verso di lui, raggiante.
«Splendido! Lo sapevo che sarebbe stata lei, lo sapevo!»
Christian abbozzò un sorriso amaro.

Lo so, Lord Worthon. È lei, è sempre stata lei.
Non smetterà mai di esserlo.

Semi-insensibile all'attempato braccio che lo attirava dietro le quinte, zigzagando fra la folla, Christian lanciava sguardi stralunati in direzione del palcoscenico, nell'infantile speranza di poter scorgere Satine ancora una volta, ma, prima di poter fare un ulteriore tentativo, si vide catapultato nel retroscena. Sbatté le palpebre, e solo allora si rese conto di trovarsi di fronte a un paio di ben noti baffetti rossicci.
«Duca di Worchester!» tuonò Lord Worthon, espansivo come non mai, battendo sulla spalla di Christian in maniera ancora più cameratesca. Il povero scrittore cercò, senza successo, di prendere aria per la prima volta in tutta la serata, esibendo un sorriso falso a quell'ipocrita prepotente e inorridendo fra sé e sé mentre sentiva il vecchio mecenate presentarlo come il nuovo scrittore. Il Duca arricciò il viso in una smorfia.
«Sì, sì, conosco… anche molto bene, oserei dire.» sbuffò, con voce nasale.
Christian aprì la bocca per replicare in una maniera abbastanza sagace e raggelante, ma non ne ebbe il tempo materiale: dietro il Duca stava arrivando Satine, intenta a scherzare con la giovane donna che le porgeva il cappotto. Si fermò sbigottita al fianco del nobiluomo quando si accorse che Christian era lì, e, escluso dalla conversazione fra i due, le rivolgeva uno sguardo intenso, pesante, a dispetto del distacco che si notava a una prima occhiata. Ricacciò indietro la propria meraviglia e la sostituì con un ampio, convincente sorriso, che forse sarebbe anche potuto passare per un sorriso felice
«Monsieur Christian!» esclamò, melodiosa come se stesse cantando. Il giovane uomo si tolse il cilindro e le fece un cenno col capo, rispettoso e affettato. Satine era così abituata – sì, anche a distanza di due anni – a ogni piega delle sue labbra, da notare anche quell'infinitesimo, sprezzante accenno di sorriso celato sotto quella gentilezza.
M la sua gaiezza (ben) costruita non crollò. Prese con fare civettuolo il braccio del Duca fra le mani
«Mio caro Duca, perdonate la mia ignoranza in quel che concerne la scrittura, ma non ne convenite anche voi, che l'impegno di Monsieur Christian in Spettacolo Spettacolare abbia dato frutti a dir poco sensazionali? Perché Londra – e l'Old Vic! – dovrebbero privarsi di un simile talento!»
Che cosa stava facendo? Cosa diavolo stava facendo? Ormai il danno era fatto e, anche a volerne arginare l'entità, Satine sapeva di aver già sfoderato tutti i suoi più irresistibili sguardi nel giro di una manciata di secondi. Qualunque cosa fosse uscita dalle labbra del Duca, sarebbe stata a suo favore.
«Mia cara—» le rispose fra i denti.
Cosa avrebbe potuto dire? Che Spettacolo Spettacolare era un'insulsa accozzaglia di clichè, favole e bei costumi? Oltre al fatto di non poterlo ammettere oggettivamente, così facendo si sarebbe attirato l'odio di uno dei più autorevoli critici teatrali d'Inghilterra. Per un attimo considerò l'eventualità, dicendosi di poter comunque contare su fonti di guadagno assai più cospicue e meno frivole, ma tornò immediatamente indietro, perché un simile disaccordo avrebbe portato solo discredito da parte di tutta la buona società londinese, e lui, già sapendo di essere un uomo molto meno affascinante delle proprie sostanze, decise di non aver affatto bisogno di essere bollato come ignorante, rozzo, zotico e artisticamente insensibile.
Nello stesso momento, Christian sentì esplodere dentro di sé la scintilla inconfondibile di una buona idea, alla vista degli occhi di Satine così apprensivi sul viso del Duca, e così… blu, puntati su quella faccia tronfia e insignificante.
Decise cosa avrebbe fatto, e interruppe con educato entusiasmo il diniego dell'uomo.
«Nelle mie intenzioni ci sarebbe proprio Spettacolo Spettacolare, Sir – sì, di nuovo -.»
Tre paia di occhi si concentrarono su di lui con sorpresa crescente, prima fra tutti quella di Satine, così tangibile da pungerlo quasi.
«Sì.» proseguì Christian, cancellando accuratamente quella sfumatura di gioviale, infantile allegria dalla propria voce «Parigi ha visto la favola, Londra invece assisterà alla tragedia. Ciò che vi chiedo è di prestarmi la graziosa figura della qui presente Mademoiselle per il ruolo della cortigiana, mentre io impersonerò il suonatore di sitar. Vi garantisco che l’interpretazione di Mademoiselle Satine sarà l'unico punto in comune con la precedente rappresentazione: più che il lato… esotico e favoloso delle vicende e il relativo sfarzo che faceva loro da cornice, questa volta gradirei prendere in considerazione l'amarezza che si cela sotto il loro sviluppo, con dialoghi più acri e incalzanti.»
Volenti o nolenti, tutti pendevano oramai dalle sue labbra.
Trattenendo l'immensa soddisfazione che minacciava di esplodergli in petto, Christian si affrettò a scandire:
«Naturalmente, per compensare un simile risvolto tragico degli avvenimenti, l'opera dovrà essere soggetta ad alcuni sostanziosi cambiamenti, nella linea della storia originale… tanto per cominciare, sarà d'obbligo un lieto fine per il suonatore. Sarà un epilogo che eviterà di essere eccessivamente grandioso, in modo da non sovvertire eccessivamente la drammaticità di fondo della vicenda…»
Calò il silenzio fra i suoi spettatori, mentre Christian dettava quelle che – Satine lo sapeva – altre non erano che le sue condizioni.
E si chiese, poi, se fosse impazzita ad averlo permesso.

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Note… 6 agosto 2006, ore 3:00. Ho troppo sonno per sproloquiare ç_ç vi faccio solo notare quanto sia mia consuetudine perdere il ritmo frenetico dopo aver scritto due capitoli di una longfic qualsiasi è_é", ma poi l'ispirazione è improvvisamente arrivata (in termini stilistici, perché la trama c'è ormai già tutta), ed eccomi a buttarla giù. Stavolta le cose non sono nemmeno troppo complicate da portare avanti, non l'ho progettata come una fic a capitoli molto lunga e difficile, l'unico problema sarà (ed è) trovare le parole, se capite che intendo^^. Il quarto capitolo dovrebbe arrivare in tempi più brevi, e il finale, che non dovrebbe occupare spazio, come ha invece fatto in altre esperienze^^;, non dovrebbe tardare.

Fidatevi di me è_é

Juuhachi Go.

PS: stavolta, a inizio capitolo c'erano gli U2 con la splendida If You Wear That Velvet Dress, mentre, ovviamente, ciò che Satine declama sul palco è direttamente tratto da Salomé di Oscar Wilde (<333. *cough*).