One missed step

II.

Under a blackened sky
Far beyond the glaring streetlights
Sleeping on empty dreams
The vultures lie in wait
You lay down beside me then
You were with me every waking hour
So close I could feel your breath.

Christian rimase al Moulin Rouge. Zidler gli chiese, scherzoso ma non troppo, quando si sarebbe innamorato della prossima primadonna.
Quell'uomo riponeva tutta la propria fiducia nelle sue capacità di sceneggiatore e aspettava un'altra occasione propizia, convinto che potessero davvero portare il Moulin Rouge alla ribalta come teatro. Il Duca ne aveva rivenduti i diritti al proprietario, ma a carissimo prezzo. In compenso, la sua ombra si era dileguata e aveva concesso a tutti un sospiro di sollievo, perché, a dirla tutta, non era visto con particolare simpatia nemmeno dallo stesso impresario, che comprendeva il trasporto di Satine per Christian senza poterlo approvare. Pensarla in Inghilterra a fare la mantenuta di quell'uomo gli procurava l'ansia, ma quale altro modo aveva, una donna come lei, di diventare davvero libera? La soluzione era un duca, non certo uno scrittore. E lui voleva che Satine trovasse il suo posto nel mondo facendo qualcosa di meglio della puttana d'alto borgo, sfruttando quella sua abilità da attrice professionista che solo un uomo potente avrebbe potuto promuovere a dovere.
Ebbe sempre l'accortezza di non rendere Christian partecipe dei suoi pensieri.
Per lui, Satine era sparita da un giorno all'altro, sebbene se ne fosse già andata di molto dallo scandire della sua giornata. Quando anche il pallido fantasma della sua presenza si fu dileguato del tutto, fu inutile anche l'incendio della gelosia che lo manteneva in vita. Non avrebbe avuto senso, non sapendo dove fosse. Immaginò a centinaia di chilometri di distanza, nonostante nessuno osasse smentire o confermare. Era quella stupida omertà che contribuiva a distruggergli i nervi. Tutti sapevano, tranne lui, ma non ce n'era uno che avesse intenzione di parlare.
Smise di indagare e preferì preservare la propria routine dalle emozioni troppo violente. Divenne solitario e schivo, indifferente e di poche parole. Evitava la folla, gli schiamazzi sguaiati del quartiere, le ballerine volgari nelle loro sottane sgargianti. La maggior parte del tempo lo passava all'affittacamere, tra cartacce e bottiglie di birra da due soldi, con la sferragliante compagnia della macchina da scrivere. L'estasi del suo portafoglio lo aiutava ad avere qualcosa nel piatto, ma non a farlo sentire meglio.
Spettacolo Spettacolare gli aveva aperto nuovi fronti. Fra gli spettatori entusiasti, più di uno aveva preteso il suo nome e si era offerto per incoraggiare la sua maturazione artistica. Nonostante il suo stato d'animo, la soddisfazione per un tale interessamento era quanto di più inebriante Christian avesse provato negli ultimi tempi, il che aveva giovato non poco al suo zelo. Aveva sfornato quattro o cinque racconti brevi con ispirata alacrità. Sottoposti all'autorevole giudizio dell'aristocratico mecenate e intenditore, erano risultati dei pezzi malinconici, ma pieni di immagini evocative e disegnate con gusto, con uno svolgersi di trama interessante e originale, la cui cosa non poteva che fargli onore, considerato il calo di stile che si avvertiva nel finale di Spettacolo Spettacolare, pressoché privo della freschezza innovativa che interessava gli altri atti e traditore del più intimo pensiero bohemien.
Christian aveva fatto una smorfia scettica, una volta messo davanti a critiche del genere, ma non poté fare a meno di sentirsi orgoglioso e un po' stralunato quando i suoi scritti furono dati alle stampe.
Più che altro, si sentiva stupito per primo dalla carica emotiva che ritrovava in quel che aveva scritto, perché contrastava non poco con l'indolenza che aveva scolorito la sua partecipazione nei confronti del mondo. Aveva in mente parole e pensieri in modo ancora più nitido e trascinante del consueto, ma non una di queste tinte iridescenti passava sul suo viso. Quello rimaneva sempre atono e noncurante, tutto il fervido accartocciarsi dei suoi sentimenti si seccava sulla carta. Lui smise presto di farsi domande, perché in ogni risposta leggeva solo un nome, lo visualizzava chiaramente, con una potenza quasi fisica.
E quel nome apriva la bocca alla sua creatività, ma lasciava il resto a morire d'inedia.

*

I suoi racconti erano colorati di rosso rame e di autunno. Erano liquidi come acquerelli e il lettore meravigliato se li vedeva quasi plasmare fra le mani, come una pasta vitrea e luccicante, multiforme e fantastica. La corposità del suo linguaggio irretiva e divertiva, coinvolgeva tutti e cinque i sensi e, lentamente, nel giro di due anni, lo rese un simbolo. Dai proventi della sua nuova immagine, poté permettersi la nuova étoile del Moulin Rouge, per il quale scriveva, ogni tanto, copioni di piccole, variopinte commedie.
Lei, in arte si chiamava Karen Kasumi, uno specchio insopportabile di Satine, una Satine più pacata, silenziosa e meno esigente. Dal suo cuore di carne rossa Christian ravvivava le braci dei propri sogni, come un palliativo a quel rancore acciambellato come un gatto ribelle colto dal sonno.
Karen non chiedeva amore, non poteva quindi respingerlo in alcun modo.
Nemmeno Christian ne aveva per lei, d'altra parte. Si fermava ai capelli ricciuti, così simili, che tendevano però al cremisi, al trucco sfavillante sul viso rilassato, agli occhi grandi e al corpo sinuoso, pelle morbida, calda ed estraniante, tesa con meticolosa perfezione su ogni curva del suo corpo che lasciava riaffiorare soffici ricordi. La notte, con lei, si dibattevano ostinati quando i boccoli si attorcigliavano voluttuosi fra le sue mani, quando la carne pulsante e avida lo avvolgeva con sapiente, discinta arrendevolezza. Non sembrava approvare la discrezione delle sue carezze, trasudavano un'accortezza quasi virginale, di cui Christian non aveva ancora intenzione di liberarsi. Le sue esperienze contavano un'unica donna, che piegava la sua innocenza alla propria disinvoltura, senza sentire il bisogno di alterarla.
Karen si mise d'impegno, invece, per trasformarla nella consapevolezza di un uomo, cosciente com'era del mancato coinvolgimento sentimentale fra loro. Il suo corpo trepido e abbondante insegnò a Christian la passione slegata da ogni vincolo emotivo, solamente un contatto caldo e tortuoso che non era amore, ma calore. Negli occhi, sulle labbra, nei capelli e fra le dita, caldo ostinato e disinibito, esercitato con forza e senza freni, in un rotolarsi incessante, senza amare. Sentendo soltanto, con ogni singola fibra, e Satine gli scoppiava dentro al petto con una veemenza dirompente.
Proprio per questo, se c'era qualcosa che provava nei confronti di Karen con convinzione, quella era una granitica gratitudine, bislacca base di un'amicizia ancora più atipica, fatta di poche, ponderate parole e di un sesso instancabile e volitivo, in cui Christian seppe ritrovare il colore liquido e fremente che l'aveva animato quando Satine era ancora il diamante splendente.
Non era per merito dell'atto in sé, no. Ma quella fisicità istintiva rese talmente immediate le pagine dei suoi scritti da infondergli, gradualmente, quell'interesse globale che aveva perduto allora. Fu un processo lento e in gran parte inconsapevole, che gettò fra le fauci inchiostrate della stampatrice racconti così numerosi da essere degni di un paio di raccolte, accompagnate, stavolta, da un ritrovato flusso emotivo fra la realtà tangibile di Christian e il popolo di parole del suo mondo interiore.
Fu nella scia di questo successo editoriale che Zidler, ormai in grado di autofinanziarsi, cominciò a suggerirgli, con diplomatiche maniere da impresario, di rispolverare la sua gloria di sceneggiatore con qualcosa che rinvigorisse il visionario intento di Spettacolo Spettacolare e lo rendesse più mirabolante che mai.
L'indefessa opera di convincimento fu felice sotto ogni aspetto e, di nuovo, Christian si riscoprì a dividersi fra le sensuali promesse di un letto e il versatile, attraente dovere verso la macchina da scrivere.
Fu un déja-vu di inenarrabili proporzioni, ma, sorprendentemente, Christian non se ne avvide e non notò alcuna somiglianza fra le due situazioni, al di fuori dell'affittacamere in cui alloggiava ancora, nonostante l'agiatezza.
Forse, semplicemente, aveva scoperto quanto fosse facile e comodo mentire a se stesso.
Perché, in realtà, un aspetto violentemente retrospettivo c'era, ed era tutta opera di Karen, impunita complice del risveglio di quello scroscio di sentimenti che piombavano non nell'animo, ma nel corpo.
Fece il gioco dei desideri e dei sogni che Christian aveva sedato, assecondò l'istinto che, un tempo, gli faceva sentire ghiaccio e fuoco al pensiero di Satine, cristallizzata e pesante lì, nel suo cuore, la rinuncia per cui Christian si era maledetto, il filtro che l'aveva incantato, ustionato, che s'insinuava nella sua sfera fisiologica, addirittura, e non se ne staccava più.
La vacua amarezza che l'aveva sostituito prese pian piano una maggiore consistenza, così come scomparve il prurito che gli mitigava la rabbia.
I vecchi sconvolgimenti cominciarono ad aprirsi un nuovo varco quando i personaggi dello spettacolo iniziarono a prendere vita, a nutrirsi di passione, tratteggiati dal ticchettio della macchina da scrivere. Erano figure sontuose, amare, energiche, diverse dai tipi bislacchi e variegati di Spettacolo Spettacolare, il riflesso inconscio e minuzioso della sua frustrazione.
Cresceva in lui come un fiore nuovo, appiccicoso e ingombrante, di cui Christian conosceva già l'odore.
Durante il viavai delle prove, lui si sedeva a meditare dove la frenesia era meno invadente, benché sapesse perfettamente che indagarsi era un lungo, logorante processo che conduceva a motivazioni ovvie e sempre uguali, che scivolavano fastidiose nei suoi pensieri.
Una notte, si decise a buttarle giù, con una penna fra le mani, annacquando il fastidioso ricordo di quelle vicende con la propria immaginazione.
Fu solo verso l'alba, con le dita imbrattate di inchiostro blu, che si accorse di aver abbozzato un romanzo, un resoconto lucido e cinico di un uomo che si disgregava a poco a poco.
Si divideva fra la vita di persona perbene e quella sregolata e libertina di cliente di un eccentrico bordello. Le due realtà si confondevano senza rimedio e si discioglievano l'una nell'altra, fino a renderne impossibile la distinzione e a sballottare irrimediabilmente i personaggi che vi avevano preso parte, uomini e donne sia vittime sia fautori del loro mondo fatiscente e caotico.
Gli attimi di vuoto nel bel mezzo delle prove gli offrivano del tempo prezioso per sviscerare accuratamente quel groviglio di persone, rancori e illusioni, cedevoli sotto le sue dita come fuscelli, eppure pieni di un'energia che lo deliziava e incupiva allo stesso tempo.
Pagine pagine e pagine che erano diventate quasi il suo orologio, e a cui l'ultima si aggiunse, con velocità sorprendente, quando lo spettacolo aveva spremuto i suoi attori ed era pronto a mandarli in scena.

*

Non avrebbe mai immaginato, dal basso della propria modestia, che il successo fosse un simile, irrefrenabile succedersi di gradini che lo sospingevano verso cime sempre più alte. All'accoglimento favorevole della propria fatica teatrale, si aggiunse la prossima, prossima! pubblicazione de Le Cortigiane, quello che Christian poteva orgogliosamente chiamare romanzo.
Il nome era piacevole e musicale sulla punta della lingua, nuovo, come un frutto mai assaggiato. Ma lo aspettava una novità ben più grande: mai scrittore fu più incline a godersi gli effetti della parola scalpore abbinata a qualcosa che era uscito dalle sue mani.
Pur dato in pasto alla critica più severa, il libro ne uscì con una dignità di tutto rispetto, definito come una descrizione impietosa e cinica di una realtà vaga e crepuscolare, impreziosito da un lessico che si concedeva l'eleganza senza scadere in virtuosismi di particolare rilevanza.
Rimbalzò potente, con il suo carico di pro e di contro, da una parte all'altra dell'ambiente bohemien parigino, fino a sfondarne i confini e a penetrare, con la sua aura sogghignante e imperscrutabile, in tutte le più industriose, aperte e frequentate sale di lettura francese, fino a che all'orecchio di Christian non giunse il familiare suono di Londra.
Sei lettere che, messe insieme, gli restituivano la sagoma di un patriottismo sbriciolato dalla severità paterna. Che erano state il punto di partenza e, in una grottesca metamorfosi, divenivano un punto d'arrivo.
Sospirò.
Tornare a casa, un po' come morire e scoprire di essere ancora vivi.
Mentre lo pensava, Christian ignorava che l'evolversi di quel processo avrebbe superato la più assurda delle sue fantasticherie.

*

Note… 17 luglio 2006, ore 3:28. Nella sua brevità, capitolo intenso e frutto di un flusso scrittorio quasi allucinato. Cavolo, penso di avere il tunnel carpale infiammato adesso. Per chi se lo stesse chiedendo: sì, Karen Kasuni è la stessa di X.
Sviscerare Christian è stato una favola, le parole mi vorticavano in testa senza tregua, dopo che ho scritto i primi dieci righi, spero sia efficace, l'insieme. Una cosa che mi piace molto di questo capitolo è la sua cognizione emotiva inglobata nella scrittura fino allo stremo *__*;, come mi sono divertita, voi non immaginate *_____*. Il bambino bohemien è cresciuto *___*! Vedrete poi che macello! Ah, Sarah McLachlan spadroneggia, ho citato la sua Wait, stavolta.

Ma per adesso mi concedo un meritato riposo, guardate l'ora O___O!

Juuhachi Go.