È tutta una questione di politica.
Gli occhi di Al-Cid scintillano con divertita galanteria alla luce del candelabro,
ma è pur sempre al cospetto di una regina – Ashelia B’nargin
Dalmasca sa bene come gira il mondo, e il suo gira a suon di firme su un foglio.
Vista da questa prospettiva, c’è da chiedersi quanto di effettivamente
romantico sussista in una cena faccia a faccia come quella, con la luna che
scende a illuminare languidamente l’argenteria, le coppe di cristallo
e le loro labbra che, in una fitta schermaglia di complimenti, lusinghe e blandizie
reciproche, stanno semplicemente discutendo su quanto Rozaria possa pretendere
dai ritagli nel deserto dell’Ogir-Yensa che appartengono di fatto a Dalmasca.
In tutta sincerità, la profusione di convenevoli è fenomeno alquanto
unilaterale, e spira tutto dal lato rozariano del tavolo. Se c’è
una cosa che Al-Cid non ha tenuto in conto, è il fatto che lei sia una
regina poco educata alla raffinata arte della civetteria: l’unico perdono
che Ashe gli concede, nell’intimo dei propri pensieri, è proprio
l’uso che il nobiluomo davanti a lei fa, di tutta quell’adulazione.
È così marcata e venata di sottintesi che la giovane regina la
prende come un garbato, consapevolissimo sberleffo alla galanteria stessa. Ha
anche di che ringraziarlo – il gioco, posto in questi termini, le viene
reso più semplice.
«Vostra Grazia avrà motivo di sentirsi amareggiato» prosegue,
riempiendogli la coppa di vino «nel caso gli Urutan avranno da interferire
con le direttive del contratto?»
La frase è anche più elaborata della sua abituale parlantina,
ma la voce detiene il puntuale, asciutto controllo di sempre.
Al-Cid sospira soprapensiero, portandosi alle labbra il calice, con un cenno
di ringraziamento.
«In qualità di vostro ammiratore, potrei limitarmi a trattenere
l’amarezza nei recessi del mio spirito, milady… Altrettanto non
potrei dire di imperatore ed esercito, che mai sono stati graziati di tutte
le delizie di Dalmasca…»
«E suppongo che l’ultimo baluardo di galanteria rozariana non possa
granché contro questa loro disposizione di carattere.»
Al-Cid allarga le braccia, un riso di franca soddisfazione ad incurvargli le
labbra.
«Non finché lorsignori saranno occupati a tentare di ammazzarsi
a vicenda… il mio savoir-faire ha i suoi invalicabili ostacoli, dopotutto…»
«Ammettere i limiti della propria grandezza equivale a minarne la base…»
sorride lei, con una vena di ironia.
«Vostra Maestà non ha preso in alcuna considerazione il fatto che
un rozariano di nobile stirpe brilli grazie a varie ed apprezzabili qualità!»
esclama Al-Cid, fingendo un risentimento che, nel suo sguardo ben tagliato,
è una ridente lusinga: la sua graziosa interlocutrice non saprà
mai dalle sue labbra quanto la luce della luna smorzi il suo abituale piglio
severo, cadendo morbida sui suoi eleganti abiti neri – più eleganti
di quanto Lady Ashe abbia mai osato indossare, immagina, desumendolo dal nervosismo
con cui lei si tocca le punte dei piedi sotto al centrotavola. La compostezza
è da sempre una sua irrinunciabile prerogativa, è vero: come ogni
regina, sta compitamente seduta al proprio posto, placida e immobile.
Tuttavia, Al-Cid se la ricorda a Bur-Omisace: la sua deferente immobilità
ai piedi di Anastasis aveva qualcosa di impaziente, di pronto a scattare –
segno che l’unico modo di palesare disinvoltura fra veli e merletti sia
quello di muoversi il meno possibile.
«Voi dite?» Ashe simula un provocatorio stupore, pretendendo di
aver ferito il suo orgoglio.
Non è un gioco che gli spiaccia tenere in piedi, perciò lui dice
– e lo dice guardando il corpetto nero e ricamato che la fascia, la gonna
semitrasparente che scende soffice a coprire le gambe, esibendo un orlo mirabilmente
trapunto.
«Senza dubbio, milady! Voglio sperare che voi sappiate che fu un mio antenato
a inventare l’uso di ricavare essenze dai fiori, e—»
«È ugualmente un mistero il fatto che la vostra dinastia abbia
potuto progredire, con queste premesse…»
«Naturalmente no, mia cara… Molte di quelle essenze infiammano i
sensi più di quanto una giovane regina di Dalmasca abbia diritto di sapere…»
suggerisce lui con un sorriso – ed è quasi lieto che una donna
del suo calibro non se ne senta affatto impressionata.
«È una tattica poco degna di un gentiluomo, stimolare la curiosità
di una donna, sapete?» lo pungola infatti, con un’aria divertita
che, oltre la sua compostezza, si avverte appena.
«Ma mia signora, stimolare la vostra significa mettervi a parte d’un
segreto con la consapevolezza di lasciarlo in buona custodia…»
Lei rivolge un occhio distratto al fondo vuoto e lucente del bicchiere.
«Tant’è che a Dalmasca fa abbastanza caldo da supplire più
che bene all’azione di qualunque intruglio di cui voi possiate vantarvi…»
La risata di Al-Cid si libra alta e sonante.
«Sono le parole di una sposina molto sicura!»
«Sono parole che non vi riguardano.»
Ashe ha l’accortezza di mordersi piano l’interno di una guancia
senza che il gesto si noti troppo – sa di aver osato troppo negli ultimi
secondi, e spera che un’apostrofe così secca raffreddi le insidie
di una conversazione che si pente di aver fomentato. Non cede al fascino sapientemente
costruito di Al-Cid: crede, anzi, di essere l’unica donna, nel raggio
di due o tre regni e imperi, a poterlo affermare con un certo orgoglio.
«Chi è che stimola la curiosità di chi, ora?» sussurra
Al-Cid, con una mano che regge svogliatamente la guancia.
Ashe lo fissa con l’aria pericolosamente contrariata di quando Larsa riesce
ad avere la meglio sulle sue capacità diplomatiche.
«Io piantavo paletti, se poi li ho infilati nelle falle della vostra curiosità,
beh… è affar vostro.»
«Il che fa di me un uomo maledettamente indiscreto al cospetto di una
donna fredda come la luna…» ammicca lui.
«La luna è mutevole, Vostra Grazia… e io rimango fin troppo
fedele a me stessa.»
«Con quest’ultima uscita, mia regina, la mia curiosità è
diventata il vostro puntaspilli ufficiale.»
«Una delle vostre tanto decantate doti di rozariano?» chiede Ashe
con una moderata dose di scetticismo.
«Attenta, mia cara… potrei chiedervi di scoprirlo da voi.»
Sulle belle labbra di Al-Cid, un sorriso di velluto se ne sta disteso come un
gatto in vena di coccole.
«E io potrei sempre rifiutare» sottolinea Ashe, con una freddezza
atta a cancellare da quel viso tutto il fascino di una sua eventuale vittoria.
Con sua sorpresa, tuttavia, nota che il riso si allarga.
«Nessuna donna con un po’ di cuore ha davvero il coraggio di farlo
prima del dessert» replica finalmente: sia lui che la padrona di casa
hanno avvertito l’arrivo del carrello dei dolci attraverso la porta. Si
preparano a riceverlo con reciproca soddisfazione, e Ashe non può non
prendere visione di come il suo ospite stia inarcando un sopracciglio alla vista
di tutta quell’opulenta distesa di cacao. È pur sempre una vittoria
anche quella.
Gli vengono servite grosse uova di cioccolata su cui una trama vivace di glassa
colorata riproduce alcune macchie del guscio. Al-Cid osserva Ashe che spacca
la superficie, munendosi di un cucchiaino. Quando lui la imita, ha di che stupirsi
del fatto che, all’interno del dolce, si trovi una densa crema al cacao,
dal forte retrogusto liquoroso.
«Mi state prendendo per la gola, ammettetelo.»
«Meglio che per i fondelli» motteggia lei, serafica, traendo piccole
cucchiaiate di dolce senza degnarlo di più di uno sguardo ogni tanto.
Eppure, Al-Cid avverte la sensazione dei suoi occhi azzurri che lo scrutano
con attenzione mentre è chino sul dessert. Deciso a sorprenderla –
convinto com’è che non esista creatura più mutevole di lei
in tutta Ivalice – sta bene attento a cercare un’occasione per alzare
lo sguardo e coglierla impreparata, tutta immersa nel suo esame.
Il che non avviene, perché ha dimenticato con chi ha a che fare.
«Ho sentito che a Rozaria siete bravissimi in cucina» dice, e Al-Cid
non resiste alla tentazione di sollevare la testa per guardarla, e sorridere
di nuovo.
L’ha provocato consapevolmente, glielo legge negli occhi, sulla piega
che hanno preso le labbra, appena trattenute fra i denti. Le donne che non perdono
la testa in termini di desiderio sono quelle che non dimenticano di star giocando
in casa, nonché le stesse che gli faranno vergare una firma su un accordo.
Terrificante.
Nella migliore accezione possibile, ovviamente.
«Non solo lì, mia cara…» e il tono è profondo,
sommesso, mentre Al-Cid e Ashe si alzano in piedi con le dita e la tovaglia
macchiate di cacao.
Lui fa in tempo a intingere il cucchiaio nella crema, e raggiunge Lady Ashe,
che, nel frattempo, si accosta alla finestra.
Lei gli scocca uno sguardo curioso, ma intenso, nel vederlo con la posata a
mezz’aria e il pollice dell’altra mano che le accarezza il labbro
come se volesse dischiuderglielo.
Il lembo del cucchiaio sparisce a malapena sul ciglio della sua bocca, e Al-Cid
già vi ha schiacciato le labbra, la posata che cade senza rumore sul
tappeto e Ashe che – oh, al diavolo tutto, anche lui – piega dolcemente
la testa perché Al-Cid raccolga il sapore di zucchero e cioccolato sulla
sua lingua, una mano aggrappata ai suoi capelli e una alla sua schiena.
«Si parlava di prendere per la gola, milady?» ridacchia lui, nello
spazio fra un bacio e l’altro.
«Non usate un plurale maiestatis che non vi compete…» mormora
lei, il sorriso ripiegato dietro a un velo di finta severità.
«Allora chiedo perdono…» bisbiglia Al-Cid, incontrando di
nuovo le sue labbra, le mani lisce che corrono bollenti contro la sua schiena
nuda – il retro del corpetto non è che una rigida striscia foderata
di seta e orlata di pizzo, un solo laccio ha il compito di tenerlo chiuso. Si
scioglie sotto le dita di Al-Cid in una carezza, e l’aria è inaspettatamente
fredda sulla pelle libera. Ashe si schiaccia contro il petto di lui, contro
i lacci della sua camicia, le braccia attorno al suo collo e le palpebre abbassate,
a godersi il calore prepotente della bocca di lui che copre la sua, in un’esplosione
di sensazioni che credeva di aver dimenticato.
Forse il corpo ricorda quanto la mente.
Anche se non sono e mai più saranno pallide mani delicate.
Le lascia vezzeggiare comunque la schiena inarcata come una virgola, finché
non spariscono nel ricamo scuro della biancheria, lasciandola nuda attraverso
le fini gonne di pizzo, che subito il suo amante si affretta a slacciare, con
una certa difficoltà, dato che le dita di Ashe si sono intrecciate ai
lacci della sua camicia, e lì sono rimaste, sospese, le labbra intrappolate
in un altro bacio, il seno che si strofina sul petto di lui.
L’attrito li infuoca.
Al-Cid aiuta il suo operato, e basta poco perché la camicia cada a terra
esanime, seguita poco dopo dai calzoni e dalla biancheria.
In un gesto che non è assolutamente meditato, Ashe fa scorrere le mani
e le labbra sul petto di lui – non è quello di Rasler, quello di
un guerriero, duro come l’acciaio e al contempo morbido come quello del
ragazzino che era; non è quello ampio e nervoso di Basch, quello massiccio
e bruciato dal sole, che si intravedeva sotto la casacca, quello in cui veniva
schiacciata in un gesto imperioso e protettivo durante le tormente di neve e
le tempeste di sabbia.
Quello di Al-Cid è spazioso, sì, la pelle morbida non esibisce
cicatrici, ma si tende invitante sotto le dita e sotto i baci, i muscoli sono
saldi, tonici, senza esagerazioni. Nel modo in cui li sfiora, c’è
più passione di quanta ne vorrebbe infondere, e più desiderio
di quanto sia decoroso mostrare, tanto che, quando si inerpica di nuovo su,
fino alle sue labbra, sono quelle di lui a scandire l’affondo, la lingua
che succhia la sua avvolgendola, assecondandola, irridendola, quasi.
L’attimo dopo, Ashe è contro la finestra, la schiena trafitta dal
gelo del vetro e Al-Cid che l’abbraccia bollente, le labbra sul suo seno
e l’orlo della tenda fra le loro gambe. Con un gemito a metà fra
ostinazione e desiderio, le mani di lei si aggrappano alle cortine, e lui le
si avvolge contro in un nodo inestricabile di sesso, stoffa e trine, accarezzandole
l’interno delle cosce con la punta di un dito.
Con il labbro fra i denti, Ashe sobbalza, trattenendo fiato e orgoglio in gola.
«Non può essere così semplice» sibila, in un accesso
di disappunto nei confronti della propria inespugnabile saldezza – il
suo orgoglio, al contrario, rimane inamovibile al proprio posto, a conferma
del fatto che no, non è granché semplice.
Al-Cid, che invece di fiato non ne ha poi molto, ride sulla sua bocca, lanciando
una lunga, eloquente occhiata alla massa ingarbugliata in cui sono avvinti.
«Non credete ci siano abbastanza impedimenti?»
Piccata, Ashe gli restituisce il favore di poco prima, avventurandosi con le
dita per accarezzarlo, aiutandosi con un lieve incoraggiamento dei fianchi –
il gemito che fa eco al gesto le mostra che, davanti all’impazienza, qualunque
barriera è una barriera di troppo.
Il che sta semplicemente a significare che lei detiene ancora un certo margine
di comando.
«Credevo foste un uomo pieno di risorse…» sussurra, stupita
in prima persona del tono seducente che riesce ad assumere.
«Accidenti a me e al peso della mia fama…» articola, chiudendo
gli occhi contro il lento, insopportabile tendersi di Ashe – Larsa gli
ha raccontato spesso di quanto lei sia irruente e frettolosa come politico,
per carattere, e Al-Cid non può che accogliere i suoi resoconti con scetticismo.
Perché questa donna sa perfettamente adattare il suo carattere alle circostanze.
E adesso sta davvero progettando di farlo impazzire.
«A ognuno il proprio fardello» sentenzia, sardonica, svolgendo le
cortine dalle anche, ma fallisce, intrecciandole, anzi, più strette attorno
alla vita di entrambi, Al-Cid che l’attira fra le braccia, premuto nel
suo seno e nei suoi fianchi fra le nappe dei tendaggi, le ginocchia bianche
che cozzano contro i suoi gomiti scuri e l’arco teso e volitivo di quella
schiena che chiede quanto i suoi singhiozzi.
E Al-Cid non dice no, la testa poggiata sul vetro, oltre la sua, mentre s’infrange
dentro di lei.
*
Quello della separazione è il momento più difficile
– a maggior ragione quando non sussiste alcun coinvolgimento sentimentale,
e si resta, insieme, a fissare increduli i postumi di un attimo di felice indulgenza.
In un momento di legittimo imbarazzo, Ashe si schiarisce la gola, osservando
Al-Cid ancora chino su di lei, il chiaro di luna che gli taglia la faccia.
Con redivivo pudore, afferra il drappo damascato della tenda per coprirsi, ritraendo
le ginocchia dietro le frange – crede davvero che Al-Cid possa sentirsi
scandalizzato dalle sue dita dei piedi?
Preferisce non indagare – perlomeno perché ha già fatto
abbastanza.
«Non mi scandalizzano, le dita dei vostri piedi.»
«Mi scandalizzerebbe il contrario.»
È del tutto presumibile che Al-Cid non abbia compreso di non essere al
cospetto di una schiva, sprovveduta ragazzina d’alto lignaggio, bensì
di una donna del tutto consapevole del proprio ascendente, e di una sensuale
dote persuasiva che è da ritenersi straordinariamente recente anche per
lei.
Una donna che sa quando sollevare la campana di vetro che la separa dal resto
del mondo, e quando, invece, riappropriarsi della sua protezione.
Forse Al-Cid ne prende definitiva consapevolezza quando osserva che lei non
si riveste, ma si alza, invece, portando le pieghe della tenda divelta con sé,
e drappeggiandosi in essa come in un pregevole abito di gala. Si appartiene,
dunque. E lui non può più toccarla, perché, anche nell’irrisorio
schermo di quello strascico alla buona, Ashe gli dà l’impressione
di una donna che ha la maestà cucita direttamente sulla pelle nuda, perfettamente
in grado, inoltre, di gestire la situazione con il peso che merita.
«Suppongo sia ora di tornare al lavoro, Vostra Grazia, sperando che non
intercorrano distrazioni ulteriori» decreta, con un impercettibile guizzo
di maliziosa, vittoriosa, politicissima ironia.
Impara dai tuoi nemici, dice il proverbio. Sembra proprio che abbia
deciso di fare un esempio della fermezza strategica e diplomatica di cui Al-Cid
si mostra inconfutabilmente promotore.
Sorride: chi è lui, per contrastare la saggezza popolare? In una sagace
imitazione del gesto della regina, si avvolge nelle cortine in cui è
rimasto impigliato, per poi seguirla al tavolo su cui i dolci giacciono quasi
intonsi. Lady Ashe spinge il contratto in avanti con la mano libera, la stilografica
nell’altra, e comincia ad elencarne i punti scandendoli con voce chiara
uno per uno.
Al-Cid sospira, sollevando una cucchiaiata di crema – ha bisogno di tutta
la dolcezza possibile, ora, per prepararsi a gettarsi nel discorso.
Stavolta è sicuro che non otterrà sconto alcuno, neppure in nome
di tutte le grazie del mondo.
Ci sono frangenti, rammenta a se stesso, in cui la seduzione percorre strade
invero tortuose.
Non è un’esagerazione affermare, almeno in via strettamente privata,
che giunge addirittura a condurre anche i suoi più affezionati frequentatori
in un delizioso vicolo cieco.
Ma forse è meglio tornare al lavoro.
~
A/N 12 aprile 2009, ore 2:27. Spero che Ashe non sia passata da un carattere all’altro °_°. Beh, gente, Def parla di p0rnpolitica, e ha ragione XD e lo ringrazio del supporto concreto e psicologico che mi ci è voluto per sbloccarmi in alcuni pezzi ^__^. Spero che sia un gradito regalo per la liz, che non so se avesse in mente cose simili XD ma a me che l’ho scritta non sembrano troppo poco pr0n per i suoi gusti. Devo solo rivedermi un po’ Ashelia. Il finale è stato una tortura. XD. Titolo è nome di gruppo francese di cui conoscerò un quarto di canzone XD, ma era semplicemente perfetto! XD Buona Pasqua! E Def e Michiru, io vi amo.
*non è abominevole che la lunghezza media delle
mie Al-Cid/Ashe riesca a superare quello delle Basch/Ashe?! O_o”*