Dicono che Sua Maestà abbia
sussurrato «Di noi non parleremo», pettinandosi nervosamente i capelli
davanti allo specchio – li porta troppo corti perché le ancelle
possano aiutarla. Qualcuno dice che si sia avviata con rigida risolutezza verso
la sala delle udienze, un piccolo drappo di cavalieri e consiglieri a seguire
lo strascico azzurro e argento dei suoi abiti da cerimonia. È regina
da un mese, ma in realtà lo è sempre stata nell’animo –
questo è un dato di fatto.
A firmare ufficialmente il trattato di pace con Archadia c’erano Lord
Larsa e il Giudice Magister Gabranth.
Tutti hanno applaudito, quando la regina ha vergato la propria firma sulla pergamena,
levando i calici a quel futuro in cui aveva sempre creduto e sperato. Chi ha
visto Lord Larsa afferma di aver scorto un lieve sorriso; chi ha visto il Giudice
non ne ha trovata traccia, e c’è chi dice che sia colpa di Lady
Ashe: i suoi occhi sono sembrati tristi, quando si sono poggiati su di lui,
e Gabranth, ogni volta che ha sollevato i suoi, ha dato l’impressione
che la sua maschera - di qualunque natura fosse – si fosse frantumata
in mille pezzi.
Frotte di coppieri hanno riferito che la cerimonia è stata lunga, formale
ed estenuante, nonostante i suoi protagonisti provassero palese e fiducioso
affetto l’uno per l’altro. Impigliata nel corsetto stringente dell’etichetta,
Ashe era apparsa altera e sicura, perché in quel cerchio era nata e cresciuta
– ne era uscita solo per potervi fare ritorno.
«Ci è abituata» hanno commentato le cuoche nelle cucine,
ascoltando i resoconti delle sguattere con una scrollata di spalle, asciugando
le mani sui grembiuli.
«Povera ragazza» ha sospirato una vecchia, rannicchiata su una sedia
mentre spennava un chocobo di piccola taglia «Me la ricordo, quando si
è sposata. Com’erano belli lei e il suo principe, lo vedevi da
lontano che erano innamorati persi. E ora è sola. È regina, ma
non ha più nessuno.»
Tutta la servitù affaccendata attorno a lei ha tirato un sospiro impietosito.
*
Eppure fra i corridoi del palazzo
gira voce che Lady Ashe l’abbia ripetuto davanti a Gabranth, quel “Di
noi non parleremo”, camminando a rapidi passi nervosi attraverso
le ombre del colonnato che circonda la sala del trono ormai vuota.
Qualcuno ha sentito il Giudice convenire con un no appena sussurrato. Lady Ashe
l’ha ignorato, mentre si voltava a fissarlo con più intensità
di quanto potesse permettersi.
«Cosa vi manca di Dalmasca?»
«Potervi proteggere, temo. Oltre a me stesso, è ovvio.»
La risata di lei si è spenta quasi subito dietro al massiccio ostacolo
della colonna.
«Anche a me.»
«Cosa?»
«Me stessa. E voi.»
Silenzio.
Si è mossa veloce con il colonnato che vorticava loro attorno.
«Mi mancano, intendo» ha mormorato nel fruscio del suo strascico,
la luce che si intervallava con l’ombra nera e inamovibile dei pilastri.
«Siete cambiata.»
«E voi, a modo vostro, siete dove avreste dovuto essere.»
«No.»
Lei non ha ribattuto.
«Non c’è posto e non c’è promessa oltre quella
che ho fatto a voi.»
Pausa.
«Lady Ashe, io—»
Quando sono riapparsi sotto al sole come un lampo, si stavano baciando con le
labbra ostinatamente serrate fra loro, schiacciati l’una contro l’altro
in un turbinio di strascichi e merletti annodati su una pesante armatura di
ferro, le mani di lui aggrappate alle spalline del suo vestito. Una è
scesa, ma nessuno di loro se n’è curato – il bacio è
diventato profondo, disperato, mentre la seta, ormai libera da un lato, è
scivolata a rivelare un frammento di pelle. Il Giudice Gabranth ha premuto di
più la regina contro di sé, come per frenare il libero corso della
sottile stoffa ricamata, e il cuore di lei ha smesso di battere – si è
sentito il suo respiro strozzarsi fra le loro bocche, ma lui non si è
opposto quando le braccia di lei si sono intrecciate attorno al suo collo per
avvicinarlo di più: si è lasciato guidare dietro il colonnato,
inciampando insieme a lei, nella penombra della sala nella quale tutti i pesanti
tendaggi di velluto sono calati sulla luce del giorno.
E, al centro di tutto quel vuoto, l’ha sollevata tenendola per la vita,
ed ha arretrato a larghe falcate fino a che la regina non si è trovata
in equilibrio fra il suo peso e il bordo d’oro dello scranno – il
peso doveva essere tanto, ma si sono baciati di nuovo caracollando l’una
addosso all’altro, per poi rimanere con le labbra che quasi si sfioravano,
le stoffe iridescenti e sontuose del vestito arruffate e scomposte.
«Ci troveranno e ci uccideranno.»
«Non abbiamo abbastanza tempo per preoccuparci anche di questo.»
L’ha abbracciato scardinando la corazza pezzo dopo pezzo, le mani che
accarezzavano la schiena nuda – si intravedevano squarci profondi che
la solcavano, resti di graffi e di sferzate che ricordavano frustrate. Le dita
di lei si sono attardate ad accarezzarle alla cieca, e lui si è chinato
di più nell’abbraccio, fino a sparire con le labbra sul collo della
regina, le mani grandi e nerborute hanno aggirato il corpetto e si sono intricate
nei lacci che lo chiudevano dietro la schiena.
Lady Ashe si è lasciata premere contro lo schienale mentre lui ha continuato
ad accarezzare la colonna vertebrale accennata sotto la pelle bianca, rubandole
un bacio e poi un altro e un altro ancora, le ginocchia di lei svanite sotto
le volute luminose dell’abito e lui schiacciato contro di lei. Poi, si
è alzato e ha preso fiato, sfilando le dita dal voluminoso intralcio
della seta azzurra, ma lei lo ha afferrato con testardaggine, piantando le lunghe
unghie curate nelle sue spalle, baciandogli il sopracciglio – c’era
una cicatrice rossa, viva, ben visibile che lo tagliava in due – e sussurrando
parole che nessuno ha potuto sentire tranne lui, rannicchiato fra il suo collo
e il suo orecchio; si è visto solo un lieve fremito di labbra a cui lui
ha risposto tracciando la linea del suo seno con le labbra, intuendola da sopra
alla stoffa. Lei si è ritratta ancora, ma le mani del Giudice sono scivolate
sotto le sue gonne per divaricarle gentilmente le gambe e appoggiare il bacino
fra di esse.
Si è sentito un respiro e poi un altro.
Lei si è stretta contro di lui addentandosi le labbra, chiudendo le mani
e le ginocchia attorno al suo collo e ai suoi fianchi, sussultando, rabbrividendo
mentre lui si premeva dentro di lei sollevando le sue sottane, soffocando i
suoi gemiti con le labbra e il palmo di una mano.
E dal triangolo delle dita di lui è sfuggito il nome di un uomo morto
– un singhiozzo rotto e sottile, e lui ha fatto per tirarsi indietro.
La regina l’ha trattenuto con forza.
«Resta» ha detto, e lui è rimasto fino alla fine, appoggiando
la testa fra i suoi capelli e spegnendovi i lamenti spinta dopo spinta.
L’ultimo respiro che si è sentito è stato di tutti e due.
*
Altri – e si tratta di un cospicuo
numero di persone – dicono che sia questione di attribuire a dei pettegolezzi
il loro giusto peso: quando Sua Maestà e il Giudice Gabranth si sono
mostrati di nuovo agli astanti, nessuno ha visto nei loro occhi e nelle loro
bocche nulla che non fosse una politica impersonale e alacre – hanno discusso
con tenacia di confini disegnati sulla carta.
«La propria casa non si circoscrive in uno schizzo d’inchiostro,
milord. Il sentimento sarà sempre un fiero oppositore di simili propositi»
ha sentenziato Lady Ashe.
Lui ha assentito con un cenno, guardandola con l’intensa fierezza che
ha dovuto tributare a simili parole.
I loro vestiti sono sembrati a posto, i visi e le parole lindi.
Nulla di importante da riferire.
~
A/N 23 gennaio 2009, ore 0:24. Per dire, dovrei essere a dormire perché alle nove parto per Parma XD, ma eccola questa pettegolezzo-fic che si è praticamente scritta da sola in un giorno per poi lasciarmi appesa per altri due, dato che il pezzetto finale mi faceva resistenza XD. È venuta anche meno impersonale di quanto avrei desiderato, ma resta una storia strana che amo senza riserve <33, volevo che fossero loro visti dall’esterno, completamente, e spero di esservi riuscita almeno in parte: questa è quella corte di cui nessuno sa niente, e mi ha permesso di lavorare in modo del tutto diverso <3, grazie a liz per averci creduto.