Ci siamo svegliati nel cuore della
notte.
Non avevo osato toccarla, e lei non aveva osato toccare me – mi aveva
visto spogliarmi e adagiarmi fra le lenzuola, ma si era limitata a una lunga,
imbarazzata occhiata. Arrossendo, mi aveva chiesto di avvicinarmi per sfilarle
la sottile camicina di batista, così, obbedendo, l’avevo stretta
a me, la sua schiena contro il mio petto, la sua morbida pelle di ragazza contro
la mia.
Voltandosi, Ashe mi aveva condotto a letto dandomi la mano.
Si era giusto accoccolata contro di me, sfiorandomi il petto con i capelli,
assopendosi, quando abbiamo sentito bussare alla porta.
E ci siamo guardati.
Senza credere che qualcuno avrebbe potuto aver voglia di interrompere i progetti
di continuazione dinastica proprio durante la nostra prima notte di nozze.
«A-Avanti…»
Era il capitano von Ronsenburg.
E ovviamente, noi due ci sbagliavamo.
L’abbiamo visto uscire dalla penombra con l’aria di un uomo che,
piuttosto, avrebbe voluto essere fucilato.
«A-Altezza. Altezze Reali.» si è corretto, con un
colpo di tosse.
«Sì?» l’ha esortato gelidamente Ashe, coprendosi con
il lenzuolo.
«Ecco… io… io vorrei essere qui per rinnovare le mie più
sentite felicitazioni, ma… beh, non sono qui per questo… purtroppo.»
Io l’ho guardato stupefatto, e Ashe con me.
«Di grazia, capitano, cosa è successo di tanto grave?» mi
sono azzardato a domandare, solo per vederlo impallidire peggio di un morto.
«In teoria, nulla, milord, ma in pratica… come dire… ho ordini
da parte di Sua Maestà, che… ecco… oh miei dèi,
ma perché a me?»
«Capitano, siete un capitano o… o qualunque querula donnetta
di palazzo?» si è spazientita mia moglie, incredula in merito
a una tale mancanza di rispetto da parte di uno dei suoi uomini più fidati.
«In realtà preferirei esserlo, mia signora, soprattutto in questo
momento,» ha balbettato lui, costernato «ma Sua Maestà ha
richiesto stanotte il mio intervento proprio perché tale non mi ha reso
la Natura, e… Che Galtea mi perdoni, Lady Ashe, ma temo di dover sostituire
Lord Rasler per… per—».
«Per?» l’abbiamo esortato, orripilati, e mezzi consci
della brutta stangata che ci stava per essere rivelata.
«… Per questioni, milady.»
«Questioni? Alle due del mattino?»
«Quelle questioni, Altezza.»
«Come sarebbe a dire, “quelle” questioni?!»
sottolinea Ashe, con enfasi furibonda. Io non ne ho avuto la forza, e ho assistito
all’exploit, impotente.
Basch ha sospirato. E si è seduto su una sedia.
«Si chiama ius primae noctis, Altezza.»
«Oh, per tutti gli dèi» ha sussurrato Ashe, raggelata.
Basch si è umettato le labbra.
«Oh, no, capitano… Insomma… Fuori dalle mie lenzuola.»
si è opposta, con controllata rabbia.
«Mia cara, temo che il capitano abbia una già evidente difficoltà
nell’esporre il problema… facciamo almeno lo sforzo di udire le
sue parole...»
Giuro che non lo intendevo davvero.
«Sarei ben lieto di obbedire a Vostra Altezza, ma... beh, vostro padre…
Ecco, ha dimenticato di informare voi - e me, temo - del fatto che il primo...
ehm... approccio della futura regina è riservato, secondo l'usanza
dalmasca... a un uomo che sia di Dalmasca.»
«Ma voi… voi siete di Landis, accidenti!»
«Spiegate anche questo a vostro padre!» si è lanciato
lui, con sincera disperazione.
L’ho osservato con una certa compassione.
«Non avreste dovuto provvedere voi in persona?» ha indagato Ashe.
«L’ho fatto» ha replicato il capitano, mostrando la striscia
rossa sul collo – il segno di una lama.
«Non si usava morire per Dalmasca, un tempo?» si è domandata
lei, oltremodo sdegnata.
«Me lo sono chiesto anche io, milady…» ha sospirato lui, arreso
«L’avrei fatto con piacere.»
«Beh, stando così le cose, mia cara,» ho farfugliato, recuperando
il mio vestiario «ho il dovere di lasciarvi soli e di salvare la vita
di un mio sottoposto, suppongo.»
Ashe mi ha scoccato un’occhiata sbalordita, a cui ho risposto con un pesante
sospiro.
«Buonanotte, mia signora. E buonanotte, capitano.»
«Buonanotte, Lord Rasler…» ha mormorato lui, desolato.
Ed eccomi qui, ordunque.
La porta si è chiusa or ora, e un silenzio a dir poco cimiteriale è
calato alle mie spalle.
*
Basch guarda la sua signora ostinatamente
infagottata nel lenzuolo, girata su un fianco, e si sente peggio di un verme,
mentre lei lo osserva dall’alto in basso con aria torva.
Con un sospiro combattuto, rimuove a fatica i pezzi dell’armatura e rimane
con la sola cotta di maglia addosso, imbarazzato come se fosse nudo davanti
a quell’esame.
«Bene.»
«Bene?!»
«Lady Ashe, me ne ricresce profondamente… Sapete bene che io non
oserei anche solo guardarvi, figuriamoci questo» esala il capitano,
e Ashe sente che è davvero affranto. Tuttavia, il cipiglio si acuisce.
«Potreste spiegarmi perché proprio voi, e non Vossler, che invece
è dalmasco di nascita?»
«Beh…» Basch arrossisce profondamente. Ad Ashe non piacciono
molto i giri di parole, e la rabbia deve aver estremizzato questa sua tendenza
«Vossler non è stato ritenuto adatto a una signorina innocente,
Altezza. Non metto in dubbio la sua eventuale perizia, ma… ecco…
è di modi bruschi.»
«Beh, che dire… ringraziate mio padre, quando lo rivedrete…»
considera la principessa, sputando sarcasmo. Basch si fa piccolo piccolo.
«Ora come ora, vi assicuro che desidererei solo un fulmine sulla testa…»
Ashe non gli risponde.
Il silenzio torna in scena.
«… Posso sedermi?»
Ashe esita, poi si scosta con aria seccata per fargli posto laddove il calore
di Rasler impregna ancora le lenzuola. Prima di stendersi al suo fianco, Basch
appoggia a terra le parti inferiori dell’armatura, poi adagia la testa
sul cuscino, voltandosi verso di lei.
Com’è ovvio e sacrosanto, Ashe rimane freddamente indifferente.
«Io mi rifiuto.»
Basch la guarda con un sorriso triste, prima di prendere delicatamente la mano
di lei nella sua.
«Vorrei avere la libertà di fare altrettanto…»
In cerca di qualcosa di velenoso con cui ribattere, Ashe resta immobile quando
le labbra di Basch cominciano a tracciare il profilo delle sue dita. Basch non
osa fissarla, ma avvolge piccoli baci sottili attorno alle nocche e al polso,
salendo in una spirale fino al gomito.
Ashe non dice nulla, ancora scettica e infastidita dalla situazione in generale.
Gli occhi di Basch si sollevano brevemente su di lei una volta sola, ma lei
non li incrocia.
«È… è imbarazzante. Inammissibile» si lamenta,
a bassa voce.
«Molto, mia signora, ve ne do ragione. Ma vi prometto che… che…»
lui diventa praticamente bordeaux «cercherò di renderla un’esperienza
piacevole almeno e soprattutto per voi.»
Ashe boccheggia per un attimo.
«Cosa si risponde in questi casi? “Grazie della gentilezza”?»
«Non conosco risposta, Altezza, ma, se così fosse, ringrazio voi
per la pazienza…»
Lei accenna, suo malgrado, un sorriso.
Basch si rannicchia contro la testiera del letto, dove Ashe ha appoggiato la
schiena nuda, e slaccia con cautela la cotta di maglia.
«La tolgo perché potrei graffiarvi.»
La lascia scivolare a terra e appoggia lentamente le labbra sulla lucida rotondità
della sua spalla, due baci timorosi, in cui il respiro caldo di lui le sfiora
la pelle, e Ashe lo guarda con aria quasi scandalizzata. Sotto il peso del suo
sguardo, Basch si decide a ricambiarlo.
«Non farei mai nulla che potrebbe farvi male, milady.»
«Lo spero bene…» lo rimbecca Ashe cupamente, mentre lui, esitando,
le sottrae dalla stretta delle dita il lenzuolo in cui si era serrata.
Sa che lei sta per silurarlo con un commento, e fa in modo di ucciderlo sul
nascere.
«Temo potremmo avere delle difficoltà, con quello nel mezzo.»
«Oh. Beh. Sì. Naturale.»
Osserva con una certa circospezione le mani di Basch che si appoggiano sul suo
ventre e la inducono a girarsi delicatamente sulla schiena.
Si sente infiammare dalla vergogna.
Lui tenta di sorridere, ma fallisce.
Allarga le mani sulla sua pelle, spiando la sua reazione. Ashe sembra –
chiaramente – più in difficoltà di prima, ma adesso non
abbassa lo sguardo per una questione di orgoglio.
Le mani di Basch sono diverse da quelle di Rasler.
Sono grandi, abbronzate. Ha maneggiato la spada per anni, sente la trama rasposa
della sua pelle che si sfrega sulla sua con la massima attenzione, e rabbrividisce.
«Vi dà fastidio?»
La principessa scuote la testa.
*
Cosa esattamente potrebbe darle fastidio?
Deglutisco a vuoto. E se invece non gliene desse, di fastidio? Non so quale
delle due ipotesi mi faccia più paura, mentre li sento borbottare scuse
e rimproveri. Sono andati avanti così per circa mezz’ora, e comincio
davvero a credere che Basch non l’avrà vinta molto facilmente.
*
Le circonda la vita per attirarla
a sé e sale su di lei, le labbra che le sfiorano il collo e scendono
in basso in una tiepida scia, le dita che le accarezzano un fianco e le ciocche
bionde che scivolano contro la pallida morbidezza della pelle mentre Basch poggia
un bacio sul suo ombelico. Ashe rabbrividisce di nuovo mentre le labbra di lui
si rincorrono in un girotondo di baci lì intorno, una carezza gentile
in cui, stavolta, chiude gli occhi per una frazione di secondo.
«Altezza?»
Le parole di Basch vibrano bollenti contro la pelle.
«Mh?» sospira Ashe, guardandolo con un’occhiata un po’
vacua.
«Va tutto bene?»
«Temo di sì.»
«È già qualcosa…» sospira Basch, sollevato.
«Non sospirate.»
«Uh?»
«Ecco, io… vi sento» brontola lei, impacciata.
«Prego?»
«Sulla pelle, sento il vostro respiro che… oh, accidenti,
che mi fa il solletico.»
Con un’occhiata un po’ perplessa, Basch appoggia le mani sui suoi
fianchi e risale la linea del suo ventre baciandolo, rosso di imbarazzo, rosso
quanto lei, che ha sentito la lingua di lui fare capolino sulla pelle.
Vorrebbe dire qualcosa, ma tace perché si sente mortalmente stupida:
Basch la accarezza e la sua pelle si infiamma, e la sua bocca sale, sale, il
viso sempre contratto nello sforzo di non guardarla, ma le labbra si chiudono
in piccoli morsi bagnati e caldi contro un seno, e Ashe si ritrova a sussultare
di sorpresa, lasciando scivolare il capezzolo sulla punta della sua lingua.
Le sfugge un sospiro.
Basch si sente automaticamente obbligato a rivolgere gli occhi su di lei.
Intanto, là fuori, qualcuno muore.
*
Le porte sono spesse, d’accordo,
ma l’ho sentita gemere debolmente, appena appena: nessuno parla più,
adesso.
Qualcuno deve averla avuta vinta, e quel qualcuno temo di non essere io.
*
Il movimento fa in modo che le labbra
del capitano si avvolgano involontariamente attorno al capezzolo di lei.
«B-Basch?»
È tentato di risponderle, ma, non appena si separa, soffia delicatamente
e lo sente rigido sotto il palmo della mano. Ashe ha due occhi lucidi e liquidi
su di lui.
Basch ci si specchia a lungo, rimirando le labbra arrossate e luccicanti di
saliva. Con una consapevolezza tutta nuova, ripete gli stessi gesti sull’altro
seno, insistendo con la punta della lingua su quel groviglio di nervi sensibili.
Ashe si preme contro di lui come se sia stata punta da un ago – questa
volta è davvero un gemito di piacere.
L’aria le sfugge di bocca in un singhiozzo mentre la mano di lui passa
sul suo corpo punteggiato di sudore – può sentire quasi l’attrito
delle sue dita sulla pelle bagnata, e si accorge che anche la saldezza di Basch
sta venendo meno, perché la assaggia con una lentezza quasi ubriaca,
quelle dita che scivolano lungo i ghirigori biondi sul pube in un tocco leggero,
quasi inesistente. Quando spingono appena contro la sua apertura, Ashe si inarca
in una vaga manifestazione di panico e di voluttà.
«Questo non l’avevo previsto» sentenzia, senza fiato. Basch
non sa se si riferisca allo stato in cui si trova davanti ai suoi occhi, oppure
semplicemente al suo gesto di poco prima. Sorride con dolcezza, portandosi le
dita alle labbra.
«Nemmeno io» e la sistema meglio fra le lenzuola. Ashe chiude gli
occhi quando l’interno della sua gamba sfiora l’erezione che si
tende sotto il cotone dei suoi indumenti intimi.
Sta per rilassarsi, quando le dita di lui affondano in lei – il suo corpo
si tende di nuovo come una corda mentre si avviluppa docile e accaldato attorno
al suo tocco, e ognuna di quelle piccole spinte evapora sulle labbra in un singulto.
*
Dio mio, Dalmasca è un Paese
di libertini fondamentalisti. E nazionalisti.
La porta è chiusa – ancora – e io la sento mormorare
fra le braccia di un altro, attraverso una lastra spessa un mucchio
di centimetri. Non voglio sapere. O forse sì.
Forse no, convengo, guardando la stoffa del pigiama, dolorosamente tesa fra
la gambe. È un dannato inferno. Da quando in qua la prima notte di nozze
si vive singolarmente?! E perché i consigli di guerra non vengono indetti
mai quando se ne sente il bisogno? C’è una guerra, per Galtea!
Discutiamone!
*
«Oh.»
È una timida esclamazione di imbronciata vergogna, la sua, mentre Basch
si ritrae con gentilezza da lei.
«E adesso?» domanda la principessa, ma la voce è meno fredda
di quello che vorrebbe.
Due occhi azzurri, che prima di stanotte l’hanno sempre sbirciata con
schivo rispetto, adesso la fissano con una franchezza che non smette di imbarazzarla,
e che forse imbarazza anche lui, che si spoglia a testa china di quel che ha
ancora addosso, per poi tornare a guardarla. Ashe vorrebbe distogliere lo sguardo
– e il modo in cui Basch, paonazzo, nasconde per un attimo il proprio
sotto le palpebre, per via di quel lungo indugiare su di lei, le dice che è
così anche per lui.
«Adesso… beh, milady…»
Si interrompe a cercare le parole giuste, boccheggiando.
Ashe dischiude lentamente le labbra – vuole parlare, ma sa già
che non lo farà, perché Basch non ha nulla con cui rispondere.
Si limita a un respiro, mentre le mani di lui le scivolano lungo i fianchi morbidi,
stringendosi ai lati delle sue gambe.
«Non—» Ashe si interrompe, sopraffatta da un’ondata
di desiderio e vergogna che le asciuga la gola «Non ci riuscirete mai,
è… impossibile» decreta, constatando con inconfessabile
stupore che Basch è terribilmente… dalmasco. In maniera
oltremodo sconcertante.
Basch la fissa. Sembra che respirare gli costi fatica, mentre la aiuta a sistemare
le gambe attorno al suo bacino. Ormai si sfiorano. Ad occhi chiusi, Ashe sente
le braccia di lui allacciate dietro la schiena e la punta del suo sesso che
la accarezza appena. Si irrigidisce, tenendo forte la presa sulle spalle sudate
sotto le sue dita – la loro trama di solida roccia, affascinante e nervosa,
è tesa sotto i palmi delle sue mani, e alla principessa viene voglia
di non pensare: se così facesse, avrebbe voglia di seppellirsi viva,
e invece, con sua somma disapprovazione, è lui che vuole.
«Sul mio onore, Lady Ashe. Cercherò di non farvi sentire alcun
dolore. Voi ammorbidite i muscoli, altrimenti ci sarà ben poco che io
potrò fare per voi.»
Il controllo della sua voce sa di stoffa tirata fino allo spasmo.
Ashe annuisce lentamente, inghiottendo la saliva senza emettere suono.
Con un movimento appena accennato, Basch si preme con la massima cautela dentro
di lei, piano, respirando a fondo mentre Ashe si chiude attorno alla sua erezione.
Un sibilo sfugge al controllo delle labbra di lei, mentre lui si azzarda a spingersi
appena, pregando di non farle male,i denti serrati con forza, ed è allora
che la sente – Ashe si contrae non appena lui arriva contro quella piccola,
ostinata barriera di carne ancora frapposta fra di loro. Le bacia una spalla,
i seni schiacciati contro il suo petto, e affonda dentro di lei con quanta più
gentilezza possibile.
Gli risponde un piccolo lamento, e Basch trattiene il fiato, abbracciandola
protettivo, premendola contro il suo petto mentre sprofonda in lei con una spinta
misurata, una, due, tre volte, fino a che la principessa non serra forte le
ginocchia contro le sue anche, e i suoi lievi gemiti di dolore si stemperano
in piacere. Cerca di soffocarli fra i suoi capelli per non farsi udire, ma ai
suoi si uniscono quelli di Basch mentre crollano insieme sul materasso, e le
spinte si fanno cadenzate, vertiginose, come se lui non dovesse riemergere più
da lei. Ashe continua ad aggrapparsi alle sue spalle, le ciocche bionde poggiate
sugli occhi, e la sua voce accaldata e la sua lingua gli sfiorano l’orecchio
in un ultimo, umido respiro. Solleva di nuovo i fianchi contro i suoi e lascia
che venga dentro di lei, insieme a lei.
*
Il suono – ed è un suono
forte, distinto, che filtra attraverso la porta – della sua voce che geme
leggera, sotto il ritmo di un altro uomo, mi tramortisce come un colpo di clava
sulla nuca.
«Ow» esalo, infatti, l’orecchio incollato al legno istoriato
– magari ho sentito male.
Sì che ho sentito male: le voci sono di tutti e due.
*
Incapace anche solo di tributarle
il dovuto rispetto alzandosi da lei e sparendo alla velocità della luce,
rimane con la testa sul suo seno, il cuore che pulsa violentemente contro di
esso, mentre inala il suo stesso odore da quella pelle ancora rorida di sudore.
Ashe si sente stordita e vuota: non gli dice nulla, e rimangono così,
senza muoversi. Quando tentano, la principessa sente una minuscola fitta fra
le gambe.
D’istinto, Basch la afferra.
«State bene?»
«Sì.»
La guarda, guarda le guance rosse e la pelle d’oca, le labbra bruciate
dalla saliva e il lembo di lenzuolo che la copre appena – ha ancora il
loro piacere fra le gambe.
«Vi ho fatto molto male?»
«No, siete stato gentile. Irreprensibile.»
Lo dice senza il sorriso – del resto non è abituata.
Basch, incantato, stavolta si sporge sulla sua bocca.
«Posso baciarvi, milady?»
Non è da lui. Non è da lui nulla di tutto questo.
Ashe tentenna: un bacio ha tutto un altro significato e un altro sapore –
il loro, a giudicare da quel che hanno fatto finora – eppure le sue labbra
non glielo negano, gli permettono di accarezzarle e suggerle la lingua con quell’ardente
gentilezza che stavolta la scombussola tutta.
Si sfrega contro di lui, lo sente di nuovo duro contro la pelle nel giro di
qualche minuto, e si morde l’interno della bocca a sangue: stavolta Rasler
non deve sentirli davvero.
*
Ora sì, che le tributa il
dovuto rispetto, balzando alla velocità della luce nei frammenti della
sua armatura. Ashe non parla e non gli apre la porta, ma un passaggio nascosto
fra i drappi dietro al letto. Le mani li raschiano, in preda a un’agitazione
senza nome, mentre i loro sguardi fanno a gara per sfuggirsi reciprocamente.
L’unica cosa che manca, si accorge Ashe, la camicia da notte malamente
gettata addosso senza alcuna biancheria al disotto – è come se
fosse ancora nuda davanti a lui - è solo il respiro. Il suo petto lo
spinge fuori e lei non lo sente uscire, quasi come se si concentrasse tutto
nel suo cuore in un unico, greve blocco. Basch la sta guardando senza azzardarsi
a fiatare. Non c’è niente da dire, solo qualcosa per cui chiederle
scusa.
Il pensiero sembra tirare un filo fra i suoi capelli – Ashe si volta a
guardarlo, Basch socchiude le labbra e le serra di nuovo.
Nessuno parlerà.
A fatica, la principessa scoperchia il fondo nero del passaggio. Avvicinandosi,
il capitano ne scavalca il bordo con le ginocchia e comincia a calarsi lungo
la fredda strettoia di pietra, la mano che tocca appena quella di lei mentre
scivola ad aggrapparsi al bordo interno del cunicolo. Forse è un contatto
più scomodo di tutti gli altri.
Si guardano di nuovo, senza scampo.
«Buonanotte, milady.»
«Buonanotte, Basch» mormora Ashe nell’antica ombra del tunnel,
prima che Basch ne venga inghiottito.
Chiude il pertugio con le mani che si imbrogliano fra loro, per poi fissare
il letto disfatto e sporco.
Strizza le palpebre – può vedere il colore del peso che galleggia
sul suo cuore.
Corre in bagno, apre l’acqua in un fruscio di bolle guizzanti, rovescia
profumi e saponi, poi si precipita al limitare del materasso, sradicando sfilando
tirando lenzuola come se fossero vecchie radici. Le getta di lato, si infila
negli armadi con rapidità, e le sue dita disseppelliscono lenzuola federe
coperte e copriletti bianchi lindi puliti freschi.
Come Rasler.
Si sfila il pezzo di batista che ha addosso per poi marciare nella vasca da
bagno – l’acqua è calda e pulita, la abbraccia in un luccichio
di schiuma odorosa, e la principessa sfrega via gli odori e le tracce dalla
pelle – le carezze lente e delicate le sembrano le sue, però –
si sciacqua e si avvolge in una veste immacolata, infilandosi in fretta la biancheria
nuova.
Apre la finestra, lasciando entrare l’aria del giardino, e inspira a fondo.
Sa dell’odore giusto, finalmente, quello tenero e innocente di una giovane
sposa.
Apre la porta.
Rasler sbuca all’interno. La fissa intensamente senza proferire parola,
poi si guarda intorno e sgrana gli occhi azzurri.
«Non c’è più nessuno?» si stupisce, un timido
sollievo teso in quel punto interrogativo.
Ashe scuote la testa – sulle sue labbra aleggia un sorriso colpevole.
«No, solo noi due» mormora, attirandolo in un abbraccio, facendo
un passo indietro fra le lenzuola fresche di bucato.
Solo noi due, amore mio, per tutta la vita – sembra una preghiera.
Chissà se un po’ di profumo è rimasto, si chiede, respirando
fra le trine immacolate del cuscino.
~
A/N 8 gennaio 2009, ore 1:25. Ok, non dovrei essere qui perché è tardissimo, ma sono qui perché questa fic l’ha tirata per le lunghe. Il prompt è mio – lampo di genio dell’altroieri notte in DUE secondi – mentre il titolo è by lisachan. Non avrei mai pensato che sarebbe venuta tanto lunga, ma eccola °___°, una lemon SERIA *^*, lol e assurda che cerca di essere, se non canon, almeno IC nei limiti delle sue possibilità. E io l’adoro *^* perché è stupida, ed è tutta tutta per liz. Io AMO il P0rn Fest. ♥.
Scappo è_é,
Edit / 18:56.
Ampliato il finale in maniera quantomeno decente XD.