Della sua adolescenza, la prima cosa che ricorda sono quegli
arazzi variopinti appesi al muro.
La nobiltà della famiglia Azelas era oramai l’unica cosa a cui
i suoi componenti potessero abbarbicarsi, quando Vossler era bambino, unico
erede di un piccolo casato fatto di antiche gesta dal sapore fin troppo mitologico
e di un fazzoletto di terra strappato al deserto. Non ha potuto crescere in
maniera diversa dalla folla di ragazzetti con gli occhi lucidi che invadeva
Rabanastre con il loro scalpiccio di topolini, riunendosi in quelli che allora
non erano che magazzini di cui il vecchio Dalan era l’unico prode abitante.
Il vecchio Dalan era già vecchio, allora: solo il corteggio di ragazzini
che lo attorniava avrebbe continuato a cambiare di anno in anno, esibendo gli
stessi occhi incantati davanti alla corolla di umili tappeti su cui il vecchio
sedeva, magro e scuro come un esile ulivo, gli occhi azzurri vivaci e luccicanti
nel viso infossato, lunghe, ossute mani d’aedo senza cetra.
Vossler era un ragazzino schivo e spettinato – si nascondeva fra le piccole
teste finché non li vedeva uscire tutti, per poi sedersi con aria cupa
sulle casse impolverate.
*
«Non hai mai pensato di vivere in superficie?»
borbotta un giorno, quasi balbettando – non è abituato a rivolgersi
alle persone con tanta informalità, e non sa se il vecchio stia ridendo
per questo, o per altri motivi.
«Soffro molto il caldo, figliolo.»
Vossler scrolla le spalle – non capisce perché un vecchio debba
lasciare che l’umidità e la scarsa igiene dei depositi, dove vive
solo chi non ha passato né futuro, debbano piagarlo con così tanto
piacere - ma non domanda.
Suo padre sta morendo, e sua madre con lui – ogni volta che torna a casa,
non vede che i suoi occhi sempre più spenti, meno lucenti di quelli febbricitanti
dell’uomo nel letto, uno scheletro asmatico e rachitico. Non ha certo
tempo da perdere con i problemi degli altri.
Guarda il muschio in una fessura dei mattoni e ha voglia di grattarlo via, ma
le unghie sono tutte mangiucchiate o spezzate dal peso della zappa e della spada
di legno che usa da solo, ora, contro i riccioli capricciosi del vento –
suo padre non potrebbe più sostenere il peso delle proprie stesse dita.
A ispezionare la pelle dei palmi e delle dita, e a vederla dura come cuoio,
Vossler ammette a se stesso che i canti, le romanze e le favole del vecchio
Dalan sono in grado di fargli dimenticare tutto – e gli piacciono.
Raccontano una Dalmasca così lontana nel tempo da non poterla afferrare,
da non poterla neanche vedere, in cui l’onore non era il ricamo di rame
su una corazza, o il vessillo cucito sul petto, ma il sangue di nemici barbari
versato ai piedi del re, per difendere il re – un mondo che non si contava
a suon di guil, ma a suon di quanti Cokatoris eri in grado di scambiare.
Ammette anche che immaginare Dalan in quel mondo gli fa venire la voglia di
sorridere.
Lo osserva ridacchiare sotto la spessa pennellata dei baffi, mentre gli occhi
indicano l’antica spada all’angolo della stanza – la forma
s’intuisce attraverso il sottile telo sbiadito e arabescato, e gli occhi
di Vossler sono quelli di una lince: la punta dell’elsa fa capolino da
un piccolo angolo, l’argento annerito riflette ancora la luce della lanterna.
«E tu hai mai pensato di diventare un Cavaliere dell’Ordine, ragazzo
mio?»
Il ragazzo lo guarda con l’angolo di un labbro che accenna a sollevarsi
in un movimento di interdetta sorpresa.
«Io penso tu abbia stoffa…» insiste il vecchio, con un riso
felino.
«Sono un nobile decaduto. Chi non ha un nome non passa mai. Ha poco da
difendere per se stesso, e niente che lo spinge avanti.»
«Beh,» ribatte Dalan con un’alzata di spalle, fissando il
vecchio involto con sguardo lontano «ha più tempo per difendere
tutto il resto.»
«Che resto?» dice, e pensa ai suoi avi chini in ginocchio a dare
la vita per un Re Dinasta, e gli viene quasi da ridere perché lui si
china davanti al letto che contiene meno di un uomo.
«L’onore, direi, giovanotto. Di tutto il resto che puoi.
Il tuo, poi, verrà da sé.»
E per un attimo a Vossler viene da pensare che, in fondo, tutti i cavalieri
vengono dal deserto, tutti con lo stesso orgoglio, tutti per lo stesso re, e
la stessa causa.
Guarda il vetusto fagotto anche lui.
Non crede che facciano ancora spade così.
*
È stato il primo che gli sia saltato in mente di cercare,
e adesso se ne pente, nella penombra della capanna, perché Vossler riconosce
il suo viso fra i nodi incolti della barba, scorge due occhi scoloriti dall’orrore
e dal sole, e una cicatrice che prima non c’era, e fondamentalmente si
trova davanti all’ombra di un uomo, o forse di molto meno.
«Tu.»
C’è meno odio di quanto ne serva in realtà – Vossler
lo mischia all’impersonalità di un politico e a quella di chi ha
sempre creduto che i morti non tornino, ma i vivi che osano farlo debbano avere
una ragione.
Il che non implica che a Vossler la ragione possa piacere.
Basch abbassa la testa con aria contrita.
«Per quello che può valere in apparenza, sì.»
Gli rispondono un paio di sopracciglia aggrottate.
Basch sospira.
«Amalia—»
«Ho dei vestiti puliti, dentro» e si volta con astio.
Basch lo segue, senza aspettarsi alcun cenno.
*
Fortunatamente ha le unghie corte, mentre si aggrappa alla
pelle liscia e scivolosa di lei, le mani troppo grandi che la chiudono contro
la sua, di pelle, in uno schiocco.
Lei asseconda le sue spinte pigolando a ritmo come un uccellino, piccola stretta
e quasi vergine e Vossler lo sa, questo, mentre la luce della lanterna illumina
un volto delicato di ragazza, le mani che portano i due anelli di un matrimonio
che forse avrà consumato una volta sola, non di più.
La stringe alla base della schiena, dove ci sono i segni rossi del cuoio troppo
duro dei vestiti – quando la testa di lei è sulla sua spalla, e
non si vede che una virgola fine e bionda di capelli, la sente soffocare un
grido più forte nell’incavo della sua spalla, con le ginocchia
che si premono nelle sue anche e la presa del suo corpo su di lui che cede leggermente.
Vossler affonda completamente dentro di lei, e non si districa, dopo.
Basch dice sempre che ognuno ha le sue gabbie da scardinare.
Vossler aggiunge sempre che non tutte hanno sbarre che rendano il compito intuitivo.
*
Sul ghiaccio si slitta.
Lady Ashe si aggrappa con forza alla sua casacca frusta con le dita intirizzite
chiuse in una morsa – Basch ricorda da quale armadio venga e non ha dubbi
che lo sappia anche lei, che stringe quel pezzo di cuoio come se fosse un nodo,
un pezzo di cuore, un pezzo di carne, il viso nascosto nel bianco della tormenta.
«L’avreste mai pensato, di vedere una cosa del genere?» la
sente dire, con gli occhi che accennano al paesaggio circostante – Basch
lo sa, che è per non guardare nei suoi.
Scuote il capo.
«No.»
Nessuno si riferisce alla neve.
~
A/N 4 giugno 2009, ore 19:00. Ho ricominciato
FFXII per scrivere roba in-game. Pomeriggio ho passato le Gallerie di Barheim
e ho consegnato la spada dalmasca a Vossler – i filmati che hanno documentato
l’evento mi hanno ispirato roba a mille – peccato che nella mia
testa sia venuta meglio di come l’ho scritta – e yay, prima e ultima
fic per Temporal-mente. Questo è l’unico prompt che mi piaceva,
e volevo fosse Vossler.
E grazie, Def, per sopportarmi. <3