Stirò
tutta la giovane magrezza del suo corpo con deliziata lentezza, scostandosi
i lunghi capelli dal viso, scacciando via il torpore che formicolava sotto la
pelle in ogni angolo della carne, per poi volgersi a guardare il volto addormentato
di suo marito sotto la stoffa leggera delle loro lenzuola. Il candido marmo
del suo incarnato restava mollemente intento in un’espressione di assopita
rilassatezza. Sorrise: i suoi tentativi di destarlo sarebbero valsi nulla dinanzi
alla ciclopica mole del suo sonno.
Toccò il suolo di pietra con i piedi nudi e avanzò a passi leggeri,
ma desistette nel rammentare la mancanza di uno specchio – storse le labbra
in una smorfia e illuminò la sala accendendo alcune delle torce. Con
un sospiro, si sedette sul bordo di un ampio cassone e, ispezionandosi le punte
dell’infinita capigliatura corvina, vi passò le dita nel tentativo
di pettinarla. Qualcuno dei suoi capelli le rimase avvolto attorno alle dita,
e lei lo allontanò passando i palmi sulla tunica di lino. Appoggiò
la testa contro la colonna dietro di sé e sbatté le ciglia per
stornare la nebbia del sonno che aleggiava persistentemente sulla sua vista,
ma ben presto si arrese – pareva proprio che l’impresa fosse troppo
per lei. Ciononostante, rimanendo a testa alta, riusciva a distinguere il soffitto
con incredibile nitore. Ciò che scorse non le piacque: la polvere e le
ragnatele che si erano annidate nei suoi anfratti le davano conferma che la
servitù non lavorava a dovere. Occhieggiò in direzione del marito
dormiente con un rimbrotto in punta di labbra, ma decise di non sprecar fiato:
non esiste peggior sordo di chi non vuol sentire, e le sue parole in particolare
sarebbero andate a vuoto anche se lui fosse stato sveglio – nutriva una
premurosa indulgenza verso i servi, e lei era sempre costretta ad accertarsi
che non lo gabbassero.
Ed ecco a cosa portava tutta questa sua mollezza! Nessuno si destava mai ad
usarle qualche favore, nemmeno per gentilezza. Avrebbe voluto vedere quella
sala tirata a lucido, e avrebbe voluto decorarla con fiori di campo.
Avrebbe voluto vedere i raggi del sole.
Scacciò la tenue ruga di malinconia che le aveva increspato la fronte
e fece subito ritorno a lui. Chinatasi sul suo riposo beato, accarezzò
devotamente i ciuffi che gli ricadevano sulle palpebre.
«Pelandrone… per quanto ancora sei intenzionato a dormire così
saporitamente?» rise, accostando un bacio giocoso sulla sua tempia e stropicciandosi
gli occhi in un gesto insonnolito a sua volta.
Non si era accorta che anche Tebaldo si era svegliato, e che la fissava con
aria immusonita senza muoversi, disapprovando le sue innocenti tenerezze di
sposa con occhiate di nero fuoco. Quando si avvide della sua presenza, lei si
voltò, indirizzandogli un caldo sorriso a mo’di ammenda. Vedendosi
rispondere con una smorfia sardonica, il suo umore si guastò –
imbronciata, Giulietta tornò a cacciarsi sotto il sudario che divideva
con Romeo, vinta dal tanto familiare torpore che le aveva rapito i suoi quattordici
anni.
E subito la sua anima s’involò così com’era arrivata,
lasciando al gelido riposo del sepolcro le proprie membra grigie e scarnite,
sul cui cranio non rimaneva che qualche rado pelo eroso dal tempo.
~
A/N 24 agosto 2008, ore 2:44. Mi è venuta in mente in bagno un’oretta fa (ma anche meno) mentre mi arrovellavo su come non sforare oltre le quindici pagine con la storia che sto scrivendo da più di un mese per la Seconda Sfida dell’Anonima Autori. E questa è venuta uno sputo, praticamente in un lampo! Mi sento inspiegabilmente incazzata XD ma sono discretamente fiera di questa piccola sciocchezza… più fantasma di questo XD!
EDIT: mi ero dimenticata che i fantasmi non c’entrano una cippa col tutto, e mi odio XD.