Quando aveva sentito il tonfo dei battenti aveva pensato si
trattasse di un’ancella addetta a provvedere agli ultimi ritocchi sul
vestito, ma tacque quando, nel riflesso dello specchio, vide il luccicare metallico
di un’armatura che avanzava verso di lei a passi lenti, pesanti, solenni.
La mole degli strascichi che portava addosso le impediva di scendere dal piedistallo
– le impediva di fare ogni cosa, ormai – così rimase a fissare
l’ombra azzurra dei suoi stessi occhi, sotto le pieghe del velo, senza
muoversi, senza respirare, senza pensare; o, forse, pensando così tanto
a lui da non poter sentire nient’altro.
Dal canto suo, Basch sapeva che non farsi annunciare, senza peraltro rivolgerle
alcun cenno d’inchino o di saluto, equivaleva a un oltraggio deliberato
nei riguardi di una creatura che le antiche leggende dell’epoca di Raithwall
dichiaravano non profanabile da occhio umano, come se una principessa dalmasca
potesse essere altro rispetto a ogni altro uomo sulla terra.
Credenze superstiziose di un popolo da sempre rimasto sotto la cupola dorata
della supremazia regia, pensò, da antico cittadino di una repubblica
che stava disperatamente cercando di mentire a se stesso, perché Lady
Ashe sembrava davvero la creatura eletta di un altro mondo.
E sperò avrebbe potuto perdonarlo, se adesso lo vedeva calibrare i passi
sul tappeto rosso, per non fare troppo rumore – non per lei, che l’aveva
già visto, ne era certo, ma per chiunque che, là fuori, avrebbe
potuto notare la sua assenza.
Ashe non disse niente.
Trattenne il labbro inferiore fra i denti, incurante della sfumatura perlata
del rossetto che si perdeva sulla punta della lingua, e lo vide inchinarsi,
con il peso su un solo ginocchio, solo quando fu abbastanza vicino alla pedana,
dimodoché lei potesse scorgerlo senza staccare gli occhi dalla specchiera.
E Basch non si avvide di come gli occhi di lei seguissero i suoi che guizzavano
al suolo in un costernato gesto di umiltà.
«Siete bellissima.»
Ashe sperò vivamente che lui non avesse potuto vederla sorridere, perché
il sorriso tremava un po’.
«Non ditelo come se mi steste arrecando un’offesa…»
«Vostra Altezza sa che non sono granché abituato a dar voce a complimenti
d’ogni sorta…» si scusò il capitano con un cenno del
capo.
Sua Altezza sapeva anche in che misura quella fosse un’offesa, ma si guardava
bene dal farlo presente ora, nel momento in cui, oltre alla voce di Basch, non
sentiva che il proprio sangue arrivare al cuore. Avrebbe potuto dirglielo, quanto
poco potesse sentirsi moglie, e diplomatico, e principessa e regina: qualunque
cosa avesse detto a Basch, era certa che non avrebbe fatto capolino al di fuori
di quella stanza.
L’ultima stanza da cui sarebbe uscita ragazzina.
«Sappiamo tutti quanto costi una parola sbagliata al momento sbagliato,
qui.»
Nelle parole che si erano modellate sulla curva delle sue labbra, là
nello specchio, Basch sentì tintinnare un lieve campanello d’allarme:
erano amare e risentite, quasi ciniche, così tanto che, per un attimo,
lui dimenticò il rispetto e tutti gli attributi di semi-divinità
della famiglia reale per far balzare gli occhi a guardarla, perché potessero
vedere la ragazza che era diventata, bardata nel peso di strati di perle e velo
e seta e oro ricamato, bianca nel vestito e bianca contro la luce del sole.
Il silenzio sembrò ghiacciare tutta l’aria attorno, e solo lo scricchiolare
metallico dell’armatura di Basch, ancora ostinatamente piegato, tentava
timidamente di incrinarlo.
Sorrise anche più tristemente di lei, se possibile, e chinò di
nuovo la testa per nasconderlo, così profondamente da toccare il bordo
della pedana con la fronte.
«Allora… che nessuno di noi parli più, mia signora.»
E Ashe si voltò, incurante del peso dei suoi gioielli e delle gonne,
del velo e dell’orlo d’oro, e lo guardò per un momento, inginocchiandosi
come lui, eppure rimanendo più in alto di lui di un piedistallo, di una
torre, di una dèa che si scopriva il viso.
«D’accordo» sussurrò, con le dita piccole fra i suoi
capelli biondi, lungo la linea del mento e di nuovo fra i suoi capelli, e la
traccia di rossetto già sottile che si strusciava sulle sue labbra invadendolo
di profumo.
Basch respirò un’ultima volta prima di rassegnarsi a smettere di
farlo, il profumo della sua pelle che gli riempiva il cuore e scacciava via
l’aria mentre, dolcemente, catturava la piega del labbro di lei e la succhiava
appena, le ciglia abbassate sugli occhi e il sangue alla testa mentre la mano
curata di Ashe scorreva dietro la sua nuca e lo attirava a sé, i gioielli
schiacciati contro la spessa corazza di bronzo che premevano sulla carne nuda
scavando segni sottili.
Basch appoggiò le labbra sul piccolo triangolo d’ombra della bocca
di lei, e Ashe fu rapida a scivolare a baciarlo di nuovo, schiudendosi piano
e sfiorandolo appena, in tocchi brevi, spezzati, asciutti, fino a che entrambi
non si ritrovarono a rispondere con foga: quando la principessa inclinò
la testa, facendo tintinnare il velo e il copricapo, Basch esitò un attimo,
prima di lasciar scivolare la lingua nella sua bocca. Gli rispose un piccolo,
strozzato gemito di soddisfazione.
Si sporse su di lei quando sentì il palmo aperto sulla sua guancia, l’altra
mano annodata fra i capelli che gli si aggrappava al collo e gli imponeva quasi
di non prendere aria.
La sua pelle d’oca era lì, sotto le sue dita, Basch era scivolato
dietro la sua schiena in una carezza, e la teneva più vicina di quanto
avrebbe dovuto permettere per fermare almeno uno fra loro due, quando già
la fanfara suonava in piazza, e il convoglio di Lord Rasler attraversava i Monti
Mosfora.
L’ultima barriera fra Nabradia e Dalmasca.
«Oh, Basch—»
«Milady, non può succedere,» esalò Basch, sulla punta
di quelle labbra da cui il rossetto era sparito; era rimasta solo la traccia
della sua saliva «non deve succedere…»
Adhe passò una mano sulle guance ruvide di barba. Si sollevò quel
che bastò per baciargli la fronte e scendere di nuovo giù fino
alle sue labbra, per aprirsi un varco fra le difese di una resistenza quantomai
labile – toccò a Basch gemere, mentre Ashe si aggrappava a lui,
facendo in modo che lui la tirasse giù dalla pedana.
«Io ti amo.»
«Non è abbastanza, signora…»
«No, non lo è» mormorò Ashe, mentre le mani di Basch
scorrevano caldissime lungo la sua schiena, e lei allentava l’armatura
con gesti tremanti, mantenendo la presa sulle sue spalle «Non lo sarà
mai. Non è così che funziona» soffiò, offrendogli
il collo in un gesto più voluttuoso, nella sua spontaneità, di
quanto avrebbe potuto mostrare con l’intenzione.
Basch affondò col naso e le labbra nell’incavo della clavicola,
premendola contro di sé, tracciando il filo di perle intrecciate che
le legava addosso il corpetto, baciando la stoffa tesa sul seno in fiore e la
pelle scoperta del ventre – una bambina, si ripeteva, sottile e in boccio
e arrossata e calda sotto il suo tocco, e rabbrividì, perché era
tutto quello che avesse, tolta Landis, tolto Noah, tolto tutto.
Non importava quanto Lady Ashe sapesse come funzionavano le cose al mondo: fra
entrambi, lui era l’unico pienamente cosciente di quello che stava per
sottrarle, mentre lei fremeva come un animaletto.
La strinse e l’accarezzò col viso sepolto nel suo velo, ignorando,
sul vetro, le immagini che si snodavano affamate davanti ai loro occhi, i ricami
d’oro del vestito che scintillavano nel sole, nel disordine bianco dell’abito
che si dispiegava sotto la mano di Basch come una margherita sgualcita.
La fissò – non si era mai accorto di come i loro occhi fossero
uguali.
Ashe lo baciò in un brivido.
«Dicono che sia legittimo che io conceda tutto questo a un ragazzino che
non ho mai visto in viso.»
«È questione di—» ma le parole affondarono rapide fra
le labbra di lei.
«Siete sempre stato qui.»
E chiunque avesse aperto quella porta con una spinta sui battenti avrebbe potuto
vedere i veli di Lady Ashe attorno ai suoi fianchi, mentre il capitano affondava
dentro di lei, così piccola e sottile da sembrare ravvolta attorno a
lui con tutto il corpo, tanto che Basch digrignò i denti, con i nastri
della sua biancheria stretti fra le dita, mentre Ashe si lasciava sfuggire un
singhiozzo, il dolore che sembrava allargarsi a ogni spinta di Basch, che si
tratteneva per non farle male, tenendola sollevata su di sé con le braccia
allacciate dietro la sua schiena, il respiro di Ashe che si infrangeva fra i
suoi capelli in piccoli lamenti, mentre tutto il sangue si scioglieva nel suo
basso ventre in una fitta di piacere che, lavando via il dolore, la lasciò
senza respiro contro di lui e il bordo della pedana.
E bastò l’attimo successivo – quando lui la afferrò
per i fianchi per spingersi ancora più in fondo, con un gemito gutturale
che mai Ashe avrebbe creduto di poter sentire dalla sua voce – perché
la principessa di accorgesse di come il limite fra la sposa e la bambina che
gli si era offerta sollevando le trine d’oro di un vestito si fosse infranto
senza rimedio, come la membrana sottile fra le sue gambe: una bambina non avrebbe
potuto desiderarlo così, con le gambe strette attorno alla massa solida
e sensuale del suo bacino, irrompendo in sospiri e singhiozzi che non sapeva
da dove arrivassero, in quel momento particolare in cui lo sentiva arrivare
in fondo al suo corpo per poi tirarsi appena indietro.
E nemmeno la Lady Ashe che il respiro bollente di Basch chiamava al suo orecchio,
in un sussurro che sapeva del suo profumo, e le bruciava la pelle, era più
una bambina – poteva sentire il desiderio rompergli la voce e il controllo,
perché le sue mani la stringevano fino a farsi sbiancare le nocche, e
ogni movimento era seguito da un respiro stravolto che si strusciava come un
fuoco sulla linea di sudore che le luccicava sulla pelle, su cui le labbra di
Basch passarono succhiando lentamente.
Non si desiderava una bambina così.
Lo guardò attraverso gli occhi socchiusi.
«Basch… io—oh… per—o-oh» bisbigliò,
e non seppe se sorprendersi di più del proprio orgasmo o di quello di
lui, quando lo sentì rilassarsi, grandissimo, su di lei, e le sembrò
quasi di essere l’unica cosa a sostenerlo, mentre se la stringeva addosso,
il cuore di lei che batteva forte sugli intarsi di bronzo sul petto di lui.
L’ultima carezza fu quella del nastro della biancheria riannodato sui
fianchi.
Ashe si sollevò tenendosi alle sue spalle, lasciò che Basch le
risistemasse le pieghe della gonna punteggiata di rosso nell’interno di
seta della fodera.
Le dita tremavano, mentre lei ricambiava, rimettendo insieme la sua armatura.
Tacque, quando lui le stese il velo sugli occhi.
«Permettete, Altezza?»
Tre principesse biancovestite annuirono nello specchio.
*
Gli occhi di Lord Rasler erano di quell’azzurro così limpido e pulito da farle nutrire il sospetto che potessero guardare oltre i veli e gli strati di seta candida del vestito, fino a giungere ala piccola macchia arrugginita nel risvolto interno delle sue gonne. Non che davvero le importasse – se davvero poteva provare interesse per qualcosa che non fosse Basch con gli occhi fissi sull’orlo dello strascico ormai grigio di polvere: di bianco, forse, in quel vestito, non esisteva più nulla – ma sorrise, e non seppe mai che Rasler, al tramonto, prima di giungere a lei, avrebbe appuntato sul suo diario che il suo sguardo era così ridente da sembrargli dipinto.
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A/N 15 luglio 2009, ore 12:11. Ok. Ok. Lo so, l’avevo già scritto di Ashe che cornificava Rasler il giorno del matrimonio con il nostro biondo e aitante capitano dalmasco ?, ma questo veramente è uno di quei kink che si riavvolgevano di continuo nella mia testa tipo AMV. Detto questo – buon compleanno, Def! Non riesco ancora a credere di aver fatto in tempo a scriverla… e mi dispiace per la monotematicità solita, ma almeno so che il pairing ti piace e il p0rn altrettanto… o almeno spero, in questo caso. Comunque, passiamo ai ringraziamenti, in ordine assolutamente casuali, a chi ha sopportato i miei scleri e le mie pare mentali durante la stesura… quindi, grazie, Bila ç____ç grazie, Fae! Grazie, liz, senza la bacchettata sul pollice della quale temo che il finale di ‘sta shot si sarebbe prolungata a lungo ç___ç e grazie, Nausicaa, per avermi passato Lilium da Elfen Lied, che mi ha suggerito il titolo con un sacco di caustica e cattivissima ironia XD. Vi amo tutte ♥. E amo anche il Def, naturalmente ♥♥.