Then
come love, let us dance all night
Until birds they waken at the dawn
Then come love, let us sing all night
And all our loves will slumber with a song
(Loreena McKennitt – The Gates of Istanbul)
Estate.
Lenta e sdrucciolosa attraverso i fiori del giardino.
Ashura-ou non l’aveva sentita arrivare: solo una sera aveva avvertito
l’impellente bisogno di scendere in giardino per concedersi un momento
di pace, e un soffio di aria rovente e greve di umidità l’aveva
salutato frusciando attraverso il fogliame.
Sì, aveva trascurato un simile spettacolo troppo a lungo.
Kumara lo seguiva arrancando sui gradini di marmo rivestiti di viticci e di
tremule gemme: gli era alquanto impossibile capire come il suo signore potesse
muoversi senza impaccio con tutto l’imponente carico di gioielli e tessuti
in cui amava avvolgersi, ma non avrebbe emesso il minimo brontolio, si promise.
Non quando aveva l’occasione di notare che, quella sera, il suo viso sembrava
disteso quasi come lo era stato un tempo.
Si voltava ogni tanto per controllare che non fosse troppo lontano da lui –
buffo, non erano forse guerrieri entrambi, abituati a ben altri ritmi di marcia?
-, con un sorriso assente e malinconico, i capelli neri che scivolavano via
dalla presa del grande fermaglio e danzavano nell’aria, nel ricamo d’argento
delle stelle sopra le loro teste.
Qualcosa, nell’immagine bianca e brillante del suo re, gli spezzò
letteralmente il cuore.
Perché non c’è nulla che non farei, Maestà, per scoprire cosa mi nascondete di così inconfessabile, quando mi sorridete così…
Ashura-ou
spostò gli strascichi intessuti d’oro mentre scivolava piano attraverso
l’odorosa distesa del roseto. Lì il profumo era così intenso
da far girare la testa, ma lui non apparve infastidito dalla cosa. Con un sospiro
soddisfatto, si arrestò solamente quando ebbe raggiunto il suo angolo
preferito, un imponente gazebo circondato da un colonnato e letteralmente sommerso
da un mare di glicini, gigli e azalee.
«Hai portato qualcosa da mangiare, Kumara?» chiese il sovrano, tentando
un’infantile tono di casualità. Il suo vassallo rise leggermente:
in fondo non cambiava proprio mai.
«Certamente, Maestà…» rispose, facendogli rotolare
un kiwi in grembo con un piccolo lancio. Munitosi di coltello, Ashura-ou prese
a sbucciarlo riducendone la peluria a un lungo ricciolo.
Rivolse un sorriso a Kumara.
«La tua efficienza è l’unica cosa che non manca mai di stupirmi,
nonostante io sappia di potervi riporre piena fiducia.».
Lui rise, imbarazzato e lusingato.
«Semplicemente, Maestà, vi conosco.» si sminuì, con
una scrollata di spalle.
Ashura-ou lo fissò con sguardo improvvisamente serio, liquidi occhi dorati
immoti e lucenti come il mare all’alba.
Ritagliò un piccolo quadratino dalla polpa del frutto e se lo portò
distrattamente alle labbra, il succo zuccherino che scivolava fra le pieghe
delle dita in due gocce appiccicose.
Senza fiato, Kumara lo osservò mentre se le passava attentamente sulle
labbra, e odiò il suo cuore che si ostinava a battere a singhiozzo.
«Davvero mi conosci, Kumara?».
Detestò anche Ashura-ou, che si intestardiva a porgli domande simili:
lo sapeva, il suo re, di essere l’unico a possedere la risposta.
Non costringetemi a parlare, Maestà, ve ne prego…
Kumara ricambiò
il suo sguardo con la stessa serietà, appena velata da una nota di teso
stupore. Non disse niente, lasciò che l’unico rumore udibile fosse
quello del coltello. Ashura-ou gli tese una fettina di kiwi con un accenno di
sorriso, e lui l’accettò senza una parola, messo a disagio dal
suo sorriso lieve, scintillante di malinconica rassegnazione, la stessa espressione
che compariva durante il giorno a seguito dei suoi improvvisi sbalzi d’umore:
era duro un momento, per essere dolce e triste, o capriccioso e inarrestabile
e vanitoso, in quello successivo.
Senza posa.
Come se fermarsi lo costringesse a pensare, e davvero Kumara non poteva sospettare
cosa potesse angustiare a tal punto il suo signore, eccetto la guerra contro
gli Yasha, un conflitto che era rimasto stazionario da secoli e di cui ogni
sovrano di Shura aveva raccolto l’eredità senza nutrire per essa
grande preoccupazione.
Seguitarono a mangiare senza scambiarsi più di qualche monosillabo, Kumara
con le mascelle contratte e Ashura-ou armato del proprio imperscrutabile sorriso
d’angelo. I suoi occhi indugiavano sull’espressione dell’altro
con intenta melanconia, mista ad una goccia di impercettibile rimorso.
Ci sono segreti che
non sfuggiranno mai alla mia maschera.
Nemmeno per te.
Ma Kumara
contemplò il suo riso mesto senza capire. Senza immaginare, e senza azzardarsi
a farlo, suppose.
«Questo caldo è davvero incredibile, credo sia ora di tornare dentro.».
«Come desiderate, sire.».
E così sarà sempre.
***
I corridoi
fiocamente illuminati di Ashura-jou erano decisamente più freschi e tetri:
le candele lasciavano colare dense gocce di cera agli angoli dei pavimenti,
e le loro fiammelle fremevano come fiori di fuoco, in un inudibile crepitio.
Ad Ashura-ou, l’aria immobile pareva addirittura fredda: camminava verso
i suoi appartamenti con le braccia contro il petto, massaggiandosi delicatamente
gli avambracci, ostentando un volto così tirato da far astenere Kumara
da ogni tentativo di conversazione. Il suo sguardo si rivolgeva verso il suo
sovrano con una preoccupazione palpabile, che il re si sforzò di ignorare
in ogni modo.
Non gliene importava.
Avrebbe dovuto, invece, ed era per questo che si sentiva così male.
«Buonanotte, Maestà.» si sentì augurare, con un rispettoso
inchino, quando Kumara l’ebbe scortato fino all’ingresso alle sue
stanze. Il sovrano lo ringraziò, per poi fermarsi nel mezzo del salotto
lustro e buio, il sentore dell’estate che gli aveva irrorato la pelle,
per poi ghiacciargliela con la frescura degli androni di Ashura-jou.
Come faceva l’amore, rise scioccamente, nell’abbandonarsi sul sontuoso
mucchio di cuscini al centro della stanza, nell’occhio di un ciclone di
tendaggi e paraventi.
Che prima bruciava il cuore con i suoi tizzoni ardenti, per poi lasciare che
il loro fuoco covasse insopportabile sottopelle, ad alimentare il desiderio
di qualcosa che Ashura non avrebbe mai potuto avere.
Chiuse lentamente gli occhi, una mano in grembo che giocherellava con i nastri
scarlatti della cintura per discioglierne la treccia e separare i fiori ricamati
che la chiudevano, in un tintinnio di perle e di ganci, le dita bianche che
scivolavano al disotto degli strati di veli e di seta, come se si stessero aggrappando
ai capelli di lui, sotto i
suoi occhi, sotto quelle labbra che mai avrebbero avuto sapore,
e che pure avevano un calore vivo e tangibile in ogni suo sogno, mentre si poggiavano
seducenti sulla sua pelle, tracciando, baciando, soffiando, accarezzando, promettendo,
scivolando, e Ashura sussultò violentemente, il labbro fra i denti mentre
il bacino tentava quasi di seguire la curva della sua mano, il respiro che pulsava
frenetico nei polmoni, fino a che non si rilassò mollemente fra i cuscini,
le vesti sgualcite, la pelle lucida e il corpo completamente svuotato, sommerso
da una sontuosa aureola di capelli color dell’ebano.
Attese che il suo respiro tornasse regolare, che l’immagine di Yasha-ou
– desolata e dolce allo stesso tempo – si dissipasse da sotto le
palpebre, e che il sangue riprendesse il suo consueto flusso. Si raddrizzò
con uno scatto d’improvvisa resistenza allo struggimento che gli drappeggiava
la mente.
Il debole scintillio della luna riflesse sul marmo della parete una figura pallida
e sottile, scarmigliata e seriosa, con i gioielli penzoloni e i veli stravolti,
simili a cenere su un incendio. Solo i suoi occhi, ora che il nido sicuro delle
sue stanze lo proteggeva dall’indagine altrui, tradivano la presenza di
quell’inferno che divampava sempre più dirompente minuto per minuto,
accesi di una luce che sembrava consumare Ashura dall’interno.
Se fosse stato il semplice desiderio di un corpo, tutto sarebbe stato più
semplice, più immediato. Serrare le palpebre e arrendersi fra le braccia
di chiunque, nell’illusione che fossero le sue, magari facendo in modo
che fosse sufficiente; senza che nessuna parte della sua mente si stirasse come
un tendine nell’immaginare al suo fianco la presenza incrollabile di Yasha-ou,
il suo sorriso, la sua stima…
Quando invece non esisteva che un rimando addolorato di sguardi attraverso due
lame di spade, e un deserto sommerso di cadaveri dell’uno e dell’altro
popolo.
Non aveva neanche la forza di fermare quella guerra: avrebbe significato non
potersi incontrare mai più.
Perché, alla fine, non vi è cuore che riesca a smettere di desiderare.
Neanche
al cospetto di una strage. sussurrò perentoria una voce dentro
di sé, mentre Ashura avanzava con la mano fra i capelli, a tirare uno
dei fermagli che li trattenevano, per poi scaraventarlo al suolo e lanciare
insieme ad esso la miriade di pendenti e chiusure che lo costellavano, incurante
di qualche capello che seguì quell’intrico d’oro e di gemme
fino al suolo.
Ashura si fermò, i capelli sciolti sulle spalle.
Neanche il cuore di un re. aggiunse,
rassegnato e, ciononostante, ancora capace di sorridere appena.
***
Al di là
delle montagne soffiava il vento, portando l’odore di Shura, fu il primo
pensiero di Yasha-ou, prima di ricordarsi che quello era solo l’odore
che lui immaginava fosse proprio di Shura, un vago aroma di miele, di fiori,
come quello della pelle chiara di Ashura, quello che si insinuava nelle sue
narici quando gli affondi del suo avversario si facevano così avventati
da essere un semplice pretesto per avvicinarsi troppo a lui e sfiorarlo appena.
Non faceva caldo, a Yama: la semplice primavera non avrebbe mai potuto incitare
i suoi ghiacci al disgelo, ma la tempra dura del suo re non ne soffriva granché:
dormiva quasi svestito, le spalle nude coperte dal lenzuolo, che pure, quella
sera, sembrava troppo pesante.
Affondò con il volto nel cuscino, chiudendo gli occhi con forza.
Era incredibile come le fattezze di un re fossero, nel suo immaginario, la forma
di un intero regno: nulla che non fossero le sue labbra lucenti e lo splendido
tumulto dei suoi occhi. Quegli occhi così traboccanti di tristezza ogni
volta che si poggiavano su di lui insieme al barbaglio di Shuratou, e quelle
labbra che, quando si dischiudevano sottovoce, gli parlavano di posti che non
aveva mai visto, di ricordi, di buffe sciocchezze, e tacevano d’improvviso,
arrestandosi ad osservarlo con un’espressione di una tale dolcezza, di
una tale infelicità, che più volte Yasha-ou si era ritrovato a
parare i suoi colpi senza più un briciolo di respiro, col cuore che gli
faceva male al solo pensare che c’era una sola cosa che avrebbe voluto
chiedere al Castello della Luna, e per il quale avrebbe sacrificato secoli di
guerra e di vittime, ed era davanti a lui.
L’unica ragione per cui continuava a impugnare Yamatou, e gli stava sorridendo
con la guardia alzata e i veli dello strascico nel vento.
Avrebbe voluto mentirgli.
Dirgli che avrebbe fatto di tutto, trovato il coraggio, scavalcato quella luna
che scandiva ognuna delle loro notti inondate di sangue e di orrore.
Ma il tempo.
Né Ashura, né qualunque altra cosa avrebbero provveduto ad arrestarne
il flusso, simile a siero che colava da un corpo già corrotto.
Ma non aveva il cuore di farlo. Non ne sentiva la necessità.
No, non era abbastanza, sapere che avrebbe continuato a contemplare tutta la
sua vigorosa fragilità, la tenerezza che gli mostrava e la fierezza di
guerriero in battaglia fino a che i suoi occhi non si fossero chiusi, ma era
tutto quel che aveva; non poteva pretendere di più.
L’aveva sognato.
C’era sempre un frammento di lui nei suoi sogni, fatto della sua stessa
splendida materia, sostrato insopportabile delle sue fantasticherie, che rideva
felice con lui, per poi svanire all’alba, nel fruscio delle tende.
Quand’era bambino, in molti avevano scosso la testa di fronte alla sua
innata riservatezza, a quella tranquilla impassibilità di facciata che
gli veniva naturale, e che era, di fatto, il riflesso di una serenità
che non gli era mai mancata.
Rendeva tutto più semplice, adesso.
Ogni sorriso lo nascondeva gelosamente in fondo al cuore, per lasciare che la
leggera euforia del suo desiderio vi infondesse calore, e guizzasse incontrollabile
come carne viva, in un misto imprescindibile di felicità e di tortura.
Perché Ashura si era annidato in ogni fibra di sé, come una stupenda
scintilla.
Perché la distanza che li separava era uno squarcio eterno, infinito.
Perché avrebbe dovuto odiarlo, non combatterlo per avere ancora un pretesto
per vederlo.
Perché quel poco tempo che avevano avuto non sarebbe durato, e perché
di tempo non ne avevano mai avuto davvero.
Un colpo di tosse gli lacerò il petto a brani, seguito da una serie di
scossoni sempre più violenti e incontrollabili, che lo lasciarono disteso
sul letto, col respiro ridotto a un rantolo, la mano ancora contratta sulle
labbra invasa di un sangue scuro e viscoso.
Il tempo, amore mio, mette le ali quando tu vorresti tenerlo al laccio.
In silenzio,
osservò la traccia rossa e ferruginosa sulle lenzuola bianche, per poi
volgere pigramente il viso verso la finestra. Le tende velavano appena la luce
del primo mattino che gli bagnava i capelli.
Un mattino sicuramente più rigido di quelli di Shura.
Yasha-ou si voltò da un lato, esitando, prima di scendere dal letto.
Scosta l’abbraccio
lezioso dei nostri desideri e s’invola come un falco.
Senza lasciarci niente.
***
Era sempre
stato un uomo – si diceva – di incredibile ponderatezza. Solido
d’animo, frugale, imperturbabile, imperscrutabile. Forse era quello il
motivo per cui la sua corte era divenuta un composto e silenzioso riflesso delle
sue abitudini, almeno in superficie: si era piegata come argilla sotto il peso
della propria calma.
Ma tutto questo si era rivelato una delle cose che Yasha-ou non riusciva più
a sopportare.
Da quando aveva conosciuto Ashura-ou – o meglio, da quando si era accorto
che conoscerlo gli aveva provocato un tuffo al cuore, e che mai aveva desiderato
così tanto qualcosa – la costumata stasi del suo palazzo lo irritava
profondamente: i segreti che si agitavano dentro di lui erano tanti, inarrivabili,
e lui era oramai avvezzo a muoversi al ritmo capriccioso delle loro onde, senza
che nessuno potesse arrivare a notarlo, ma avrebbe voluto che almeno una parte
della sua inquietudine, di quel ruzzolare incessante, fossero anche fuori di
lui, per farlo sentire meno solo, meno esposto, meno colpevole. Quando alzava
gli occhi all’orizzonte – aveva preso l’abitudine di farlo
spesso – non poteva più fare a meno di chiedersi quanto Shura fosse
lontana, e qualcosa dentro di lui prendeva ad avvoltolarsi con furia, urlando,
come a voler scoppiare, mentre il re taceva.
Non poteva più continuare così, raggelato dai venti di Yama e divorato vivo
dalle fiamme di qualcosa che non si dava pace, che non gli
avrebbe mai dato pace.
Non lontano da Ashura, almeno.
Ma era così che sarebbe sempre rimasto.
«Buongiorno, Maestà. Avete dormito bene?».
Il re sollevò il capo dallo scrittoio e dai documenti che stava distrattamente
leggendo.
«Buongiorno, Kendappa.» mormorò, con un lieve sorriso. La
ragazza, lunghi capelli d’inchiostro e profondi occhi azzurri e mordaci,
appoggiò un vassoio d’argento sul piano di mogano lucente della
scrivania e porse al sovrano una tazza di the fumante. Costui afferrò
il manico con cautela, per timore di rovesciarne buona parte sulle preziose
scartoffie, e proseguì nella propria lettura, attorniato dal sonoro tintinnio
dei pendenti che la giovane donna portava cuciti sulle vesti di seta.
In realtà, il silenzio del re era carico di aspettativa: Kendappa era
l’unico elemento dinamico del silenzio cortigiano che aveva attorno, e
il suo consueto arrivo nei suoi austeri appartamenti era preludio a uno scoppiettante
scambio di battute, o a qualche salace tentativo di indagine sul tarlo che lo
rabbuiava in quel modo – e di cui lei sola aveva indovinato l’esistenza.
Pur essendo addetta a occuparsi delle stanze reali, Kendappa era, di fatto,
una dama in grado di competere con quelle che lo erano per titolo, in prontezza
di spirito e in raffinatezza nell’atteggiarsi e nel vestire. Voci che
serpeggiavano da tempo fra i nobili la volevano sorellastra illegittima del
loro sovrano, il che sembrava la spiegazione adatta al perché quella
bambina di umili origini gli fosse stata affiancata fin dalla nascita dal padre,
pur facendo parte del gradino più elevato e meno oberato della servitù.
Yasha-ou si era affrettato a smontare tali supposizioni: suo padre non aveva
mai fatto menzione di figli all’infuori del suo matrimonio, e, anche se
così fosse stato, non avrebbe accorpato una di essi alla nutrita schiera
di paggi e inservienti di palazzo.
Non poteva, tuttavia, averne piena sicurezza, il che l’aveva trattenuto
dal lasciarsi andare fra la consolatoria morbidezza delle sue curve quando il
desiderio lo tormentava: non ci sarebbe stato nulla di tenero e rinfrancante
nello sfogare un bisogno fisiologico con un’amica di infanzia –
a maggior ragione con un rischio di incesto latente -, né l’avrebbe
mai aiutato ad illudersi della presenza di Ashura-ou.
Yasha-ou fece un lungo sospiro.
«In verità, spero non ti arrechi dispiacere sapere che non ho dormito
affatto.».
«Ohh,» cinguettò lei, con l’intento di farsi giocosamente
beffe di lui «se Vostra Altezza si è finalmente risolto a non vedere
il suo letto per una notte, non posso che esserne lieta: fosse la volta buona
che riusciate a sfogare come si deve quel che avete in corpo!» esclamò
infine, con gioviale energia.
«Magari,» sbuffò lui «le circostanze non me lo permettono.»
la deluse lui, cupo, stando attento a non darle il minimo appiglio per permetterle
di capire quali fossero tali circostanze «La notte l’ho passata
insonne ancora una volta, i dolori stanno diventando insopportabili.»
tagliò corto.
«Non solo quelli, non fate il furbo…» ridacchiò lei.
«Non è molto carino infierire così sulle pene altrui, sai?».
«Infatti non è carino, è sacrosanto, dato che fate tanto
il reticente!».
«Oh, ti prego…».
«E comunque,» lo interruppe lei, improvvisamente seria «ho
provveduto personalmente a sostituire e lavare le vostre lenzuola.».
Yasha-ou le rivolse una lunga occhiata, che sembrava aver abbandonato gran parte
del granitico riserbo usuale.
«Grazie, mia piccola Kendappa.».
La ragazzina arrossì.
Quell’appellativo così caloroso riempiva lo spettacolo di un’inspiegabile
malinconia, quasi come se gli occhi del re stessero tentando di imprimerla nella
sua memoria.
«E vi rammento» tutto pur di non sentire il cuore che soccombeva
alla tristezza, anche pungolarlo con la solita falsa impertinenza «che
vi converrà sbrigarvi, dato che avrete parecchie udienze stamani…
quella lettera d’amore che vi state tanto impegnando a buttare giù
soffrirà molto la vostra mancanza, ma che volete farci…».
Lui scoppiò a ridere, incapace, ormai, di fissare il rapporto da compilare
con la serietà che avrebbe richiesto.
«Ah, piccola impudente! Fra poco ti verrà anche in mente di andare
anche a consegnarle, le mie lettere d’amore!».
Il pensiero di un simile tipo di corrispondenza era quantomeno ridicolo, ma
non gli risparmiò una piccola fitta di frustrazione al pensiero che anche un
semplice pezzo di carta non avrebbe – nel caso – trovato nessuno
capace di oltrepassare una distanza talmente incommensurabile.
Proprio in quel momento, l’allegria negli occhi di Kendappa si mitigò
in un sorriso lieve, triste.
«Se riuscisse a rendervi felice almeno un poco, sapete bene che lo farei.».
Yasha-ou appoggiò la testa contro lo schienale della poltrona, per rispondere
con uguale amarezza, le palpebre abbassate.
«Se solo non fossimo semplici uomini, Kendappa…».
***
L’approssimarsi
della luna nuova aveva, sull’umore di Ashura-ou, esiti ben diversi da
quelli che i suoi soldati, sudditi e sottoposti dichiaravano di vedere.
Non vi era nulla di stravagante nella punta di rigidezza che aveva sostituito
quel suo irruente sprizzo di adrenalina, quando si trattava di recarsi sul campo
di battaglia: i soldati stessi cominciavano ad accusare segni di pregressa stanchezza
in merito a un conflitto che non aveva mai visto vinti e vincitori.
Il sovrano non ne era affatto tranquillizzato. Sarebbe bastato un cambio minimo
dell’atteggiamento del viso per ritrovarsi completamente scoperto ai loro
occhi, e quel monito perentorio bastava a farlo sentire intrappolato in una
friabile maschera di cera.
Solo, completamente solo con il suo segreto, e costretto ad affrontare Yasha-ou
ogni dannata notte della sua vita, pregando che nessuno si accorgesse di loro,
di quel loro che serpeggiava disperato
fra gli sguardi, in ogni cozzare di spada, in ogni sospiro di fatica che sfuggiva
loro dalle labbra.
«Soldati, al Castello!».
Nel dirlo, aveva chiuso gli occhi, come a voler ignorare la flebile traccia
di eccitazione mista a sofferenza che traspariva appena dalla sua voce.
***
Si alzavano
folate di un vento gelido, rarefatto, che gli annodava i veli ed i capelli,
sollevando cumuli di polvere grigiastra.
Gli occhi di Ashura-ou cominciarono a lacrimare copiosamente sotto il suo soffio,
nello sforzo di mettere a fuoco Yasha-ou che si avvicinava lentamente, le lunghe
ciocche scure che, diversamente dalle sue, gli finivano davanti al viso.
Trattenendo un lieve sogghigno – accidenti a lui e alle sue manie scenografiche
– smontò lentamente dalla sua cavalcatura ed estrasse Shuratou
dalla guaina, pronto all’offensiva. La guerra non era certo la migliore
soluzione per le sue prospettive sentimentali, vero, ma, finché c’era,
tanto valeva dare il meglio di sé al cospetto dell’avversario.
E il fatto che il cuore stesse battendo con violenza sotto l’armatura
al solo andargli incontro – e tute le volte, tutte le notti era così,
ininterrotto, immutato, senza che potesse fermarlo, e senza essersi nemmeno
preso la briga di tentare – era un dettaglio su cui era abituato a glissare.
Sfrecciò verso di lui con una potenza quasi impietosa: tutta quella polvere
faceva sì che individuarlo a distanza fosse molto difficile e, in effetti,
Yasha-ou indietreggiò, colto di sorpresa, quando la lama di Shuratou
colpì quella di Yamatou con un violento clangore. Si parò per
il rotto della cuffia, e il cuore di Ashura-ou saltò un battito quando
si trovò con il viso all’altezza del suo sguardo scintillante di
stupore.
«Buonasera.» sussurrò lui, accennando un sorriso mentre frenava
un altro fendente all’altezza del ginocchio. Nel respingerlo, il re di
Shura fece un passo indietro, senza staccare – senza riuscire a staccare
– gli occhi dai suoi, assorto, addolorato e indegnamente euforico allo
stesso tempo.
Yasha-ou incrociò la propria lama a quella dell’altro e premette
con forza per poter avvicinarsi.
«Sei arrabbiato con me?» chiese, con una sfumatura di buffa delicatezza,
a mezza voce.
Ashura-ou scosse la testa in un elegante fruscio corvino, incurvando impercettibilmente
le labbra, impegnandosi a restituire il colpo, consapevole che il loro duello
era una serie di movimenti in inalterabile sincronia, veloci, sì, letali,
ma…
Ma.
Non avrebbero mai osato colpirsi.
«Non parlare.» bisbigliò in un soffio. Preferiva guardarlo
senza dirgli niente, perché, ogni volta che cominciava, non aveva mai
la voce per terminare. Preferiva i suoi occhi che scivolavano su di lui con
un’infelicità scura, inestinguibile, mentre teneva testa a Shuratou
seguendolo in quella danza che tale non era per il resto del mondo.
Dicevano fosse un uomo incrollabile e fermo.
Ma questo, si disse Ashura-ou, era l’unico incantesimo davvero capace
di fargli il cuore a pezzi.
Yasha-ou incalzava in fretta, intanto, una scusa in più per sentire quale
profumo avesse oggi – vaniglia – e, quando vide l’equilibrio
di lui vacillare, lo afferrò per il polso senza pensare.
L’altro spalancò per un attimo gli occhi, e, restituendo il suo
sguardo, Yasha-ou realizzò quel che aveva fatto.
Era la prima volta che lo toccava così, e prendeva coscienza che un cuore
batteva attraverso le sottili vene azzurrine di Ashura-ou, che il suo polso
era sottile, e la sua pelle calda nonostante sembrasse di alabastro.
Come se non lo desiderasse già abbastanza.
L’altro si slanciò contro di lui a spada tratta, ma Yasha-ou ne
arrestò l’avanzata, cosa di cui Ashura-ou approfittò per
sporgersi in avanti.
«Toccami di nuovo.».
Lui, senza azzardarsi a respirare, si avventò su Shuratou aggredendola
con assalti feroci, mentre il palmo della mano libera scivolava sotto quello
della mano di Ashura, a tastare le dita affusolate e delicate, indurite, tuttavia,
dalla battaglia, proprio come le sue.
«Hai delle mani splendide.» mormorò al suo orecchio, coperto
dalla furia del vento.
Ashura-ou si concesse un attimo di autocompiacenza e ridacchiò.
«Anche le tue lo sono.».
Grandi e caldissime, così ampie che due delle sue, di mani, avrebbero
stentato a riempirle.
La battaglia non si era fermata, e neanche loro ne mostrarono intenzione, battendosi
con furia a colpi di lama, Yasha-ou che allungava furtivamente una mano fra
i suoi capelli, per sfiorargli piano la curva del viso senza che nessuno vedesse,
con Ashura che reclinava di poco il capo per adagiarsi un momento nel suo tocco.
Quando la luna fu scolorita, si allontanarono col fiato corto di chi aveva ricevuto
migliaia di ferite, e si scambiarono un ultimo sguardo mentre svanivano nella
luce lattescente del primo giorno.
Senza rimedio.
***
Aveva scacciato
Kumara in maniera insolitamente brusca e si era coperto il viso con le mani:
la calura e la luce del giorno li aveva in odio, ultimamente.
Le sue dita sfioravano le guance che Yasha-ou aveva accarezzato, con una disperazione
senza rumore, quasi lisciandole come ciottoli in riva a un fiume.
Basta.
Era davvero troppo.
***
Tutte le
ancelle si scostarono, allibite, dalla traiettoria del loro signore, che si
stava dirigendo verso un minuscolo chiosco sepolto dalla verzura del giardino,
dove era solito farsi servire la colazione e il the del pomeriggio. Circondato
da un basso fossato d’acqua limpida, era delimitato da quattro colonne
e ombreggiato da una piccola cupola.
La più giovane delle ragazze seguì il suo re con lo sguardo per
accertarsi dei suoi movimenti: non aveva dato loro ordine di preparargli alcunché,
il che era singolare, da parte sua. Negli ultimi tempi era lunatico e taciturno,
e anche Kumara – il cui noto caratteraccio metteva spesso alla prova la
poca pazienza del sovrano – veniva trattato in modo più tagliente
del solito. Fin da bambino, Ashura-ou non era mai stato abituato all’esitazione
delle persone sotto il suo comando, né ad essere contraddetto in alcun
modo: pretendeva che tutto fosse fatto subito e nel migliore dei modi, e questo
nonostante fosse una persona di rara dolcezza e arguzia di spirito, il che gli
era valso l’incondizionato amore di tutto il suo popolo.
Eppure, ogni sorriso che Madre Natura gli aveva rivolto diventava inutile quando
era di cattivo umore.
«Voglio restare assolutamente solo.» comunicò con spiccia
freddezza alle ragazze affaccendate attorno alla sua meta. Tutte si inchinarono
e sparirono in fretta, per nulla persuase dall’idea di farlo alterare.
In un argentino fracasso di monili, il re si inginocchiò a terra fino
a scorgere il proprio riflesso nell’acqua.
«Strega.» chiamò, con le labbra che tremavano appena per
l’impazienza e la frustrazione.
«… Ti concedo l’appellativo solo perché sei infuriato
e per nulla padrone di te stesso.» gli rispose, ridacchiando, la Strega
delle Dimensioni, la cui immagine galleggiava sul pelo dell’acqua.
Ashura-ou non le badò: era stanco, rattristato, sommerso da tutte quelle
cose che aveva segregato nel cuore, e incapace di tenerle ancora sotto controllo.
Chiuse gli occhi e fece un profondo respiro.
«Ho un desiderio.».
«Sentiamo.» lo incoraggiò Yuuko, con un lieve sorriso velato
di ironia.
«Io… io voglio Yasha-ou.».
«Un bel problema, così, a migliaia di miglia di distanza…»
rispose lei, sogghignando.
Il re di Shura scossa frettolosamente la testa.
«Voglio che possa starmi vicino almeno per una notte.».
«Sarà fatto.» acconsentì la donna, lapidaria. Ashura-ou
stava proprio aprendo le labbra, quando lei lo interruppe ancor prima di farlo
esordire.
«Ma sai bene che c’è un pagamento di cui ti dovrai far carico,
e dovrai saperne affrontare le conseguenze.».
«Sarebbe?» insistette il giovane sovrano.
«Sarà la vostra unica notte. Non potrai mai più rivederlo,
tranne che sul Castello della Luna, come è sempre stato.».
Ashura-ou rimase immobile per una frazione di secondo.
«E sia. Accetto.» disse, con voce ferma.
Non che avesse mai contemplato la possibilità di vedersi concessa una
seconda occasione.
«Yasha-ou sarà a Shura al calar del sole, quando la luce del giorno
sarà completamente svanita dal cielo, e se ne andrà da te non
appena il cielo sarà completamente illuminato. Da quel momento il tuo
pagamento sarà istantaneamente giunto fino a me.».
Si volatilizzò senza permettere ad Ashura-ou di risponderle, e, non appena
fu fuori dalla sua portata, strinse le labbra.
«E sarà meglio per entrambi, Ashura-ou.».
***
Quando l’aria
si caricò di umidità, e di una dolce, prepotente fragranza di
fiori e spezie, Yasha aprì di scatto gli occhi.
L’aria si fermò completamente.
«Ciao, Yasha.».
A cavalcioni su di lui, Ashura sorrideva con deliziosa malizia, vestito di tutto
punto nei suoi preziosi strati di stoffe pesanti e ricamate, perle e gemme nei
capelli tirati come di suo solito, la mano appoggiata lievemente su di sé,
sotto al lenzuolo che lo copriva dalla vita in giù. Era nudo, sotto quel
pezzo di seta: la pressione delle dita di lui era intensa, nella sua delicatezza,
quanto bastava per appiccare il fuoco al suo desiderio onnipresente –
e Ashura si stava deliberatamente avvantaggiando dello strusciare della stoffa
per amplificare la sensazione nel migliore dei modi.
«A… Ashura?» boccheggiò, incapace di respirare mentre,
con la coda dell’occhio, fissava l’incensiere e le candele accesi
sul comodino di fianco.
«Mhh. Esatto.» sussurrò lui, languido, appoggiando baci minuscoli
e ininterrotti lungo le guance e il collo.
«Ma… cosa…» balbettò Yasha, irrigidendosi quando
i capelli di Ashura gli si sparsero sul petto, mandando un lieve, sensuale odore
di cannella e camomilla, le sue labbra di soffice, caldo velluto che scivolavano
sapienti contro le linee aspre dei muscoli del petto, accompagnati dalle sue
mani minute. L’uomo si mosse appena sotto la sua provocazione, fremendo
lievemente nell’avvertirlo risalire, un ginocchio di lui poggiato sul
ventre e la sua bocca che si schiudeva lentamente sul collo. Trasalì
quando avvertì la sua lingua che tergeva il lieve velo di sudore che
lo bagnava, sotto l’effetto di quel calore a cui non era avvezzo.
Ancora incredulo, tese le braccia fino ad aprire le mani sulla sua schiena.
I suoi vestiti erano più leggeri di quel che aveva creduto: sentiva la
sua colonna vertebrale e il tepore della sua pelle sotto i polpastrelli, e lo
sentiva curvarsi gentilmente al suo tocco, e rabbrividirvi contro con un sospiro.
Era davvero Ashura.
«Sei a Shura.» lo sentì mormorare sulle sue labbra, quando
sollevò nuovamente il capo, gli occhi d’oro socchiusi e un indice
a carezzargli la bocca.
«Come faccio a trovarmici?».
«È stata una mia richiesta alla Strega delle Dimensioni.».
«Cosa? Tu… tu sei pazzo! Non sai che quella donna potrebbe chiederti
l’anima in cambio?».
«Oh, certamente. Lo so benissimo.» ridacchiò voluttuosamente
«Ma c’è una cosa» proseguì, la voce ancora più
suadente mentre si avvicinava sempre più a baciarlo «che desidero
chiederti, e per la quale darei molto più della mia anima.».
Yasha non rispose – non voleva affatto, né aveva il fiato per riuscirci.
Il respiro gli si spezzò quando la lingua di Ashura gli leccò
lentamente le labbra, facendolo quasi sobbalzare. Senza neanche attendere che
si scansasse, Yasha assaggiò velocemente la traccia lucida della sua
saliva, mentre la figura morbida su di sé si chinava contro il suo orecchio,
succhiandone delicatamente il lobo e soffiandovi sopra.
Yasha aveva la pelle d’oca.
Il desiderio si era fatto liquido, bollente, insopportabile.
«Come mi vuoi?» sillabò, la linea morbida della sua bocca
contro l’orecchio, il suo respiro arroventato. La sua domanda –
sensuale, sfacciata, invitante – lo sciolse più di quando non fosse
riuscito tutto il resto, il cuore che rombava mentre attirava Ashura all’indietro,
i suoi capelli che gli cadevano leggiadri sul viso.
Affondò le dita fra quelle odorose volute scure, spingendo le labbra
di lui sulle sue senza incontrare alcuna resistenza: Ashura si dischiuse in
un piccolo lamento intrecciando la lingua alla sua, muovendosi sinuoso sul suo
corpo febbricitante, lasciando che le perle e i rubini che aveva infilato fra
la ciocche rotolassero disordinatamente fra di loro, fra le pieghe delle dita
e delle lenzuola.
Le mani di lui gli accarezzarono il viso, i capelli, le spalle. Attraverso i
vestiti, l’eccitazione di Ashura si sfregava contro la sua, e Yasha si
lasciò completamente andare alle dita che, tracciando il suo sterno,
andarono a districarlo dal lenzuolo, diminuendo l’attrito.
L’uomo soffocò un gemito contro il suo collo quando le sentì
avvolgersi contro di sé.
«Oh, Ashura, io…» ma non poté proseguire, perché
il re di Shura gli offrì l’incavo fra spalla e collo con così
tanta insistenza che Yasha lo mordicchiò giocosamente, prima di chiudere
le labbra su di esso e suggerne con foga un angolino, aggrappandosi spasmodicamente
a lui al ritmo dei suoi sospiri e del suo tocco, continuando a baciargli le
labbra, la fronte, il collo, la clavicola, fino a che non avvertì che
lui si era bruscamente arrestato.
Lo fissò, chiedendogli silenziosamente una ragione, gli occhi vacui e
il corpo madido di sudore. Ashura si raddrizzò sorridendo, lasciando
scivolare le mani ai suoi lati, e fermandosi in prossimità dei suoi fianchi.
Yasha si morse il labbro.
L’altro gli bloccò il bacino e poggiò le labbra su di lui,
guidandone i gemiti sommessi con piccoli tocchi e piccoli baci, la trama ruvida
della sua lingua contro la pelle sottile, fino a che Yasha non cercò
i suoi capelli, stringendoli fra le dita.
«Ashura!».
«No, no…» rise lui, abbracciandolo e tirandosi su, intento
a spostare le ginocchia fra le sue cosce «Abbiamo una notte sola…
e tu non vuoi si concluda troppo in fretta, vero?».
«Una notte sola?» domandò lui a malapena, sommerso dai suoi
baci caldi e disperati mentre si tirava a sedere anche lui sui talloni, le mani
che saggiavano il suo corpo sottile da sopra ai vestiti.
«Era il prezzo.».
Yasha lo strinse senza ribattere, il palmo che scivolava sulle sue labbra fino
alla punta delle dita e lasciava che Ashura glielo baciasse con attenzione,
mentre lui stesso si portava un suo dito fra le labbra e lo assaggiava con calma,
scostandogli le maniche, baciando poi la linea tenue del polso fino al gomito,
e spostandosi dietro la nuca e i lobi delle orecchie.
«Ti amo.».
Va bene. Anche solo così.
Ashura trattenne
un singhiozzo, chiudendo gli occhi mentre, con un movimento del bacino, aiutava
Yasha a sciogliere l’ampia cintura e a scivolare con la mano al di sotto
degli strati di prezioso vestiario. Irrigidì il suo abbracciò
scuotendo i fianchi contro le sue carezze, accompagnandone ogni minima variazione,
le linee della sua mano, le fibre della sua pelle ruvida, accoccolandosi contro
di lui e lasciando scie incandescenti lungo la clavicola e il collo, mugolando
lentamente mentre il suo ritmo si faceva serrato e poi diminuiva, finché
Yasha non sfiorò con un dito la punta della sua erezione e lo vide fremere
leggermente, i capelli sugli abiti scomposti e il petto scoperto. Glieli fece
scivolare giù dalle spalle e si tese verso le sue labbra per sfiorarle
in un bacio tenero, lieve. Ashura si spinse contro di lui, tenendosi saldamente
al suo collo e facendolo atterrare nel disordinato guazzabuglio di vestiti sparsi
sul lenzuolo, le spire infinite dei loro capelli avvolte fra loro, le labbra
di Yasha che lo baciavano ancora, e si premevano sul mento, sulle palpebre,
sui palmi delle mani, in una calda, tremula scia, srotolandosi come un nastro
di velluto da cui entrambi disperavano di potersi sciogliere. In un sospiro,
Ashura tentò l’impresa, inclinandosi verso il comodino e afferrando
una piccola ciotola. Le braccia di Yasha lo bilanciarono di nuovo verso il letto,
così da dargli occasione di sistemarsi di nuovo con le cosce ai lati
dei suoi fianchi.
Lo osservò versarsi sulle mani un denso unguento dorato. Alcune gocce
sfuggirono alla sua presa e si allargarono sul ventre di Yasha simili a schizzi
di miele, mentre il resto veniva assorbito dalle mani dell’altro. Avvolto
nella greve cortina di quel profumo, Ashura intrecciò le dita a quelle
di Yasha e rovesciò su di esse un fiotto di essenza, che si sparse su
entrambi.
Lo riconobbe: fiori e miele.
Una delle grandi mani dell’uomo afferrò la folta capigliatura del
suo amante per sollevarla sulla nuca, l’altra scivolò con flemma
lungo i capezzoli e lo stomaco piatto, passò il palmo sulla sua virilità,
strappandogli un gemito, e circondò la sua schiena, risalendone di nuovo
la linea dritta, mobile, massaggiando la base del collo e le spalle fini, spaziando
con seducente grazia sulla sua pelle luminosa, sull’eccitato rigore dei
suoi muscoli. Lui abbassò le palpebre e alzò la testa.
«Yasha…».
«Solo un attimo, amore mio.».
Due delle sue dita presero a scorrere sinuose fino a che non incontrarono il
solco fra le natiche. Ashura, abbandonando il piccolo bricco nella mano di lui
che lo richiedeva, si piegò con le mani sul suo petto, lasciandovi la
lucida traccia dell’unguento e allargandole su di esso in un voluttuoso
massaggio, mentre Yasha faceva lo stesso con i suoi glutei e la sua apertura,
guardando le gocce ambrate che sgusciavano nell’interno delicato delle
sue cosce.
Avvertì il suo corpo contrarsi.
«Non irrigidirti.».
Ashura tentò di scuotere il capo nell’assecondare i brevi movimenti
delle sue dita, lasciandosi sfuggire qualche gemito di piacere e di dolore.
Yasha raccolse la sua erezione nel palmo della mano e prese ad accarezzarla
ritmicamente, le labbra di Ashura che chiedevano un bacio fra un gemito e l’altro
– che divenne un singhiozzo liberatorio quando si svuotò, afflosciandosi
contro il suo petto e accoccolandosi per un breve istante fra le sue braccia,
il tempo di un respiro prima di offrire i polsi a Yasha e intrecciare le gambe
attorno al suo bacino.
L’uomo scrutò il corpo levigato e diafano, sfiorandolo amorevolmente
per rilassarlo: inavvertitamente, Ashura si era lasciato sfuggire un respiro
agitato, che aveva indotto l’altro a fissarlo bene in viso, mentre premeva
contro di lui.
«Yasha, io non ho mai… mai…».
Avvampando dal desiderio, preferì lasciare la frase in sospeso, sopraffatto
da un’ondata rovente nell’accorgersi che Yasha era a un passo dal
penetrarlo, e già si strusciava pressante contro di lui.
Gemette.
Lui inarcò un sopracciglio, ma si distese nel notare che Ashura era pietrificato,
e sorrise: dopo tutta quell’audacia, non avrebbe mai immaginato una rivelazione
del genere, seppure – a dirla tutta – il pensiero che tanta disinvoltura
fosse frutto di altri trascorsi fosse stato causa di un tanto infantile quanto
acuto fastidio, e la sua smentita fosse un sollievo.
«Non importa.» minimizzò, trattenendosi dal biascicare il
suo nome mentre si spingeva appena «Faremo tutti e due del nostro meglio…
tu rilassati… mh, proprio così, esatto…» e non riuscì
ad articolare alcun suono che avesse senso compiuto mentre il corpo di Ashura,
resistendo all’iniziale fastidio, si muoveva con una certa ingenuità
contro di lui.
Poi, Yasha sentì il piacere che rotolava su di lui come lava, inghiottito
da Ashura, stretto e scivoloso, bruciante come l’estate fuori da quella
stanza, che lo stringeva con le mani fra i suoi capelli e la guancia contro
la sua, chiamandolo e lasciandolo affondare sempre più, fino a che Yasha
non lo sentì sciogliersi, solo per imitarlo l’attimo successivo.
Si lasciò pigramente andare fra le sue braccia.
Nessuno parlò per qualche attimo, e Ashura aprì gli occhi, il
cielo era ancora buio.
«Mhh, c’è tempo…».
«Già. Non che questo giustifichi la tua follia…».
Lui sorrise con una certa noncuranza.
«Tu dici?» chiese, con una risatina ironica.
«Certamente!» affermò Yasha, giocherellando distrattamente
con i suoi capelli, e ridacchiando alla stessa maniera «Vendere altre
nostre possibilità in questo modo vergognoso… Senza contare che
avremmo potuto svegliare tutto il palazzo!» rise, con malcelata malizia.
«Spiacente di deluderti, Yasha-ou,» la voce di Ashura si insinuò
nel suo orecchio «ma l’incantesimo ha indotto Shura in un sonno
inamovibile, che durerà fino al mattino.».
«Oh.» commentò Yasha, ridendo impercettibilmente sotto i
baffi.
«Il che significa…» proseguì Ashura, carezzevole e
sensuale come una cortigiana navigata «…che è nostro diritto
gridare quanto vogliamo.».
Una delle sue limpide occhiate d’oro catturò il sorriso di Yasha,
colto in pieno a compiacersi della sua spudorata allusione: non era certo quel
che si sarebbe aspettato da un re appena reduce dalla perdita della propria
verginità: e invece eccolo lì, i capelli fini e scuri come fuliggine
che si avviluppavano stupendi fino alle caviglie, mentre si reggeva il volto
con una mano.
Decise di scivolare con il capo sulla piccola spalla scoperta dal nugolo della
sua chioma, e, quasi facendo le fusa, Ashura lo lasciò accomodare come
più gli aggradava.
«Non riesco a trattenere una curiosità, sai?».
«Mi duole costringerti a farlo.» fu la conciliante risposta di lui.
Yasha si voltò a baciargli i capelli.
«Non ho molto da dubitare sulla tua verginità, ma… per un
uomo che ti ha sempre immaginato come una cosina fragile e delicata all’infuori
del campo di battaglia, tutta questa audacia è quantomeno inaspettata,
se corredata alla tua inesperienza, sai?».
Ashura rise una risata svagata con una mano che si sfiorava a malapena le labbra.
«Di’ anche “insperata”.».
«Anche, d’accordo.» si arrese lui.
Ashura lo fissò attentamente con gli occhi pigramente socchiusi e un
accenno di divertimento a incurvargli le pieghe vermiglie delle labbra.
«Mio caro Yasha,» cinguettò «ho schiere di coppieri
al mio servizio. Pagare dei semplici ornamenti umani mi è sembrato irragionevole,
così ho fatto in modo che la loro presenza mi fosse utile per acquisire
un po’ di destrezza con queste cose: ho un’immagine a cui fare onore,
io…» ghignò, sorvolando sul suo “piccola ingannatrice
che non sei altro!” «… ma non ho mai permesso a nessun puerile
ragazzino portavivande di toccarmi entro un certo limite proprio per questo:
sono pur sempre il re. Senza contare che avevo deciso di conservarmi per un
certo qualcuno.» e sì, era un diretto riferirsi a lui. Lo stupì:
la dichiarazione aveva uno strano, fiabesco sapore. Conservarsi per un uomo
irraggiungibile come lui. Roba d’altri tempi, per cui, per qualche bizzarra
ragione, non riusciva a smettere di sentirsi felice.
Ashura si alzò di gran carriera dal letto e, coperto solo dalla folta
capigliatura scura, si avvicinò al tavolo imbandito di fronte a loro,
pieno di vivande; l’aveva fatto allestire per l’occasione.
«Hai fame?».
«Un po’, lo confesso.».
Fece ritorno a letto, accucciandosi contro di lui, ma la sua inerzia non durò
a lungo: subito fu ginocchioni davanti a Yasha, la crema di un dolcetto sofficemente
adagiata su un dito.
«Apri la bocca, su…».
Yasha schiuse le labbra, docile: il fresco velluto della crema si tramutò
in un ribollire di braci quando la sua lingua arrivò a lambirne gli indistinti
contorni. Ashura si protese verso la sua bocca, lasciando serpeggiare una mano
fra i suoi capelli.
Sapeva di zucchero, il bacio.
Stucchevole, intimo, triste, considerò Yasha, forse perché, adesso,
lo sforzo fisico compiuto poco prima – sebbene come tale non fosse stato
inteso – aveva accorciato e affaticato il suo respiro, e non riuscì
a dire con esattezza per quanto ancora avrebbe potuto coccolare Ashura e fare
l’amore con lui, quella notte.
La loro sola e unica notte.
La possibilità irrealizzabile che avevano strappato a viva forza dalle
grinfie del tempo, che Ashura aveva preteso, a costo di precludersi anche solo
di accarezzare la fantasia che loro potessero ancora vedersi così –
nudi e intrecciati e annodati nei gemiti nei capelli e nella bocca –,
il Castello della Discordia proiettato in un mondo remoto di fumi e di nebbie.
Yasha annegò in quel bacio con il trasporto affranto di chi immaginava
potesse essere l’ultimo, e Ashura che si separava brevemente da esso gli
provocò una fitta di dolore insopportabile, come se la sua anima fosse
stata un organo compresso fra il cuore e le costole, fisico, logoro.
«Prometto» bisbigliò «che stavolta sarò più
bravo.».
Qualcosa di dolorosamente infantile stava rannicchiato nelle sue parole, e Ashura
non sembrò esserne consapevole mentre le pronunciava, e di nuovo i denti
di Yasha segnarono il profilo della sua pelle morbida, lucente sotto le candele,
la testa all’indietro mentre lui baciava il collo, nel premersi nell’alveo
tremante fra sue cosce, in un susseguirsi di singhiozzi, brividi, la frizione
dei loro desideri e la sua pelle trasparente, lo scivolare del suo seme contro
le sue strette pareti e lo scuotersi abbandonato dei loro sospiri accaldati.
Come sabbia lungo la strozzatura di una clessidra.
***
Stavolta,
nel crollare bocconi su di lui – senza più il conto delle volte
in cui avevano fatto l’amore, stralunati, ininterrotti – Ashura
temette che il cielo fosse più chiaro, e Yasha, pur notandone il presagio,
non parlò.
Di luce non ce n’era ancora, ma ce ne sarebbe stata presto, il chiarore
s’infilava fra livide nuvole cobalto senza annunciare troppo il suo arrivo.
Inutile terrorizzarsi o illudersi: Ashura passò all’infinito sul
corpo di lui, dischiudendo i palmi in piccole carezze.
Yasha chiuse gli occhi per un momento, tentando di controllare l’ostruita
pesantezza del respiro, a cui Ashura non aveva ancora fatto attenzione –
era inudibile.
I suoi baci gli sfiorarono le guance con tenerezza mentre lo sentiva che si
sdraiava al suo fianco. Riprese a baciargli le labbra – se quei baci avessero
potuto parlare, sarebbero stati una cantilena.
Non andare.
«Cosa
potremmo mai farcene, ora, del desiderio di un Castello della Luna qualunque?».
Una domanda che gli era salita spontanea.
«Ciò che ce ne facevamo prima: niente.».
L’amarezza della risposta di Yasha non cedette posto ad alcuna via d’uscita,
ma, semplicemente – si costrinse a rammentare Ashura – dettava come
fosse giusto che le cose andassero, non come sarebbero dovute andare.
«Mi chiedo se tutto il “niente” di prima potrà continuare
a correre sullo stesso filo... non mi dispiacerebbe: è sempre meglio
che non vedersi mai più.».
Yasha era conscio che così non sarebbe stato.
«Non siamo fatti per la pace, noi.».
«Già.».
Sapeva che Ashura non aveva colto di quale tipo di pace stesse parlando.
«Quel che è peggio è che non eravamo fatti neanche per innamorarci.».
La melodrammaticità del pensiero si perse nel forte disincanto che la
intrideva. Yasha, punto sul vivo, lo abbracciò, reprimendo un respiro,
contemplando l’albume sciapo del giorno che si stagliava timidamente sul
guanciale, attraverso le tende del baldacchino.
Di riflesso, Ashura si rizzò sulle coltri insieme a lui, affondando le
dita nei suoi avambracci nell’inconscia determinazione a non farlo evaporare
come caligine.
Gli occhi di Yasha-ou si fermarono su di lui mentre gli carezzava il viso contratto
nello sforzo di trattenersi.
Attese di diventare leggero come un fantasma: non successe, ma un macigno che
conosceva rotolò fra i suoi polmoni inchiodandolo al letto.
Premette una mano sulle labbra, lo sguardo di Ashura che contemplava con orrore
il sangue che gocciolava sulle lenzuola, seccandosi sulle nocche e sul palmo.
Scattò ad allungare il braccio per toccargli la mano, ma, raggelato,
realizzò che le sue dita erano passate oltre e si erano appoggiate sulle
coperte.
L’ultima cosa che vide fu il suo sorriso rattristato.
«Ti avrei risparmiato tante sofferenze, Ashura…».
Non siamo fatti per la pace, noi.
Improvvisamente,
il cervello si fermò nel tremito convulso di un attimo che sembrò
non passare più.
«Perché non mi hai detto che eri ma—».
Ma si accasciò fra le lenzuola riparandosi dal chiarore con le dita:
a che sarebbe servito, ormai?
***
Kumara lo
trovò così.
In un involto screziato di lenzuola, raggomitolato nel loro viluppo frusto,
i capelli che lo attraversavano come cupe propaggini d’albero.
«Maestà!» si era precipitato, scivolando nella fretta «Cosa…
cosa vi hanno…».
Si interruppe.
Doveva aver pianto molto: gli occhi erano cerchiati di rosso e le labbra erano
riarse.
«Mio Dio, sire, parlate, vi prego!» gli ingiunse, con uno scossone:
Ashura-ou si limitò a trattenere il fiato. I suoi vestiti erano sparsi
intorno come stracci, non un segno di forzatura su di essi, tuttavia.
Lo vide contrarre le labbra, come a voler impedire alle lacrime di sgorgare.
«Che sciocco che sono.».
Fu abbastanza perché Kumara lo attirasse, incurante, in un abbraccio,
in cui Ashura-ou si concesse di tremare di freddo e dolore con le mani di lui
fra i capelli.
«Oh, no, Altezza, no, no, non è così…».
Mia splendida e irraggiungibile Altezza Reale…
Lo sentì
aggrapparsi con i pugni. Non si guardarono.
«Aiutami a vestirmi.».
***
“Se
troverete i loro resti… seppelliteli insieme, per favore.”.
La richiesta era pervenuta da labbra estranee al mondo in cui Ashura-ou si era
mosso e consunto e, nonostante Kumara avesse deciso di prestarle ascolto, tutti
i frammenti di quel che non capiva – e che gli erano irrimediabilmente
sfuggiti nel corso degli anni – si accostavano fra loro in un mosaico
disarmonico, slavato e incompleto, a cui si sarebbe rifiutato di aggiungere
un ulteriore tassello. Ciò che gli dava fastidio, in verità, era
la muta consapevolezza insita nelle parole di Shaoran: lui, che aveva servito
il suo signore, combattuto al suo fianco senza risparmiarsi stenti, stanchezza
e sacrifici d’ogni tipo, si ritrovava a non condividerne la minima parte
e, anzi, a rendersi conto di quanto fosse stato escluso da tutto.
Possedeva tutti i fili del livido arazzo di quell’epilogo, ma non riusciva
a capirli, a concepirli. Gli erano solo utili ad acuire la rabbia, insieme alla
disperazione, perché aveva perduto una persona che non era mai stata
sua, e che aveva amato e servito superando spesso il limite delle proprie possibilità.
Si morse con collera l’interno della bocca.
Tsk. I desideri.
Crepe e schegge di pietra di un castello che si erano contesi senza motivo,
e nient’altro, due labbra appoggiate su una cicatrice, un uomo con dei
vestiti e una spada stretti al petto, e volti basiti che si accorgevano di aver
combattuto nella trama di quel legame pesante e definito, senza averne mai intuito
i contorni.
Non era affatto corretto, da parte sua, ardere dal bisogno di contestualizzarne
la natura nei minimi particolari.
Avrebbe solo voluto che qualcuno gli dicesse per cosa avesse combattuto, sofferto,
sperato. Ma…
Sfiorò il marmo lucente e finemente scolpito dei due sepolcri –
due, così come Shaoran, e Ashura-ou dietro di lui avevano domandato –,
e trattenne l’impulso di lasciare via libera alle lacrime: non stava a
lui.
Estate.
Arida e piena di sabbia rovente.
In fondo, davanti ad Ashura-ou aveva sempre chinato la testa.
~
A/N 25 dicembre 2007, ore 19:20. Sì, l’ho finita, e pensare che doveva essere un porno sfacciato da cinque pagine XD. In realtà è la mia seconda fic su Tsubasa – la prima è praticamente la mia concezione dello Shura arc, ed è in oltremodo lenta lavorazione. Questa è per Nausicaa che me l’ha chiesta, e a lei appartiene l’idea all’ottanta per cento - <3 mia adorabile cara, auguri <3 -, e spero ti sia piaciuta, pur con la malinconica vena di Kumara/Ashura one-sided che si porta dietro, e la caterva di disperazione limonante dei protagonisti X°°D, perché Shura è Shura, ed è amabile. Si ringrazia Loreena McKennitt, dato che titolo, citazione e colonna sonora in fase di stesura sono tutto merito suo^^. Due insostituibili ringraziamenti vanno anche a Milako e Juliet, per i consigli, il supporto e la fiducia!
Uff, ce l’ho fatta XD!
PS: Buon Natale a tutti, gente <3